Premetto che non amo il genere fantasy, anche perchè generalmente si tratta di volumi molto corposi e con una tale quantità di nomi e personaggi, che appunto, bisogna essere degli appassionati del genere per arrivare alla fine del testo!
Ho dunque particolarmente gradito la semplicità di intreccio che mi ha permesso di cogliere e apprezzare la straordinaria profondità del messaggio: si, perchè la vera semplicità è sempre molto profonda, se è vero che tutto il messaggio cristiano è affascinante proprio per la povertà ricchissima dei suoi contenuti; anzi a ben vedere, è possibile trarre sempre nuovi spunti ,” cose vecchie e cose nuove”,significati e chiavi di lettura molteplici.
Tutti elementi che ho ritrovato in questo romanzo che nella semplice vicenda dei cavalieri, affronta la mai risolta questione della paura di non aver nome e di non essere nessuno, che da sempre accompagna gli esseri umani ed è l’humus di tutti i fondamentalismi e di tutte le “distorsioni” anche religiose.
Non c’è nulla , infatti,che dia più forza o faccia sentir più sicuri di “essere”, che il tracciar confini e riconoscere nemici, l’ essere uniti contro un comune nemico,possibilmente esterno a se stessi o al proprio gruppo di appartenenza, senza neanche poi fermarsi troppo a considerarne le caratteristiche.
Cercare un capro espiatorio, che getti lontano da noi, la responsabilità del male, così da trasformarsi in cavalieri senza macchia ( e purtroppo anche senza memoria e senza umanità): a ben vedere è lo stesso modo di ragionare che determina le grandi ingiustizie storiche e che l’uomo continua a scegliere perchè è più facile affidarsi ad una corazza che camminare nella semplicità e nella povertà di essere se stessi.
Come il giovane ricco , spesso continuiamo a chiedere anche a Dio una serie di regole e comportamenti che accrescano i nostri meriti, invece di procedere nel senso di una spoliazione (di ogni tipo di corazza) per far posto alla vera amicizia e al vero amore;infatti il processo di creazione delle corazze, si può inceppare solo se si incontra con la semplicità e l’amore come appunto succede con Abelis e Lutet, se si cambia modo di guardare i draghi-
Un cambiamento che consiste principalmente nel non guardare più solo la propria “fame” (di certezze, di regole, di corazze che diano sicurezze), ma nell’accorgersi che anche loro hanno “fame, vogliono saziarsi,vivere”; quasi sempre ciò che trasforma gli altri in draghi è la loro fame non saziata, forse solo fame di essere considerati meglio : e cosa è mai una conversione se non un modo nuovo di guardare Dio e gli altri?
Lutet renderà possibile questo miracolo, perchè metterà nella composizione delle armature, un pò di amore per i draghi, elemento sconosciuto che cambierà tutto: come non pensare al granello di senape o al pizzico di lievito che fermenta e cambia natura a tutto il resto?
E la lettera che, nel romanzo, contiene ripetuta continuamente la frase-ti amo,- non fa forse pensare alla Scrittura, la lettera di amore di Dio agli uomini, che contiene 365 volte (una per ogni giorno dell’anno!) la ripetizione del -non temete?- e cosa temiamo più della mancanza di amore, dell’essere niente e di non valer nulla per nessuno? Dunque è solo l’amore che scioglie le corazze e , nella semplicità, fa tornare ad essere veramente uomini con un cuore di carne e una pelle sensibile all’esistenza e ai problemi degli altri.
Un bellissimo messaggio che dimostra la sua eterna giovinezza proprio perchè riesce a arrivare con tutta la sua forza,attraverso epoche e luoghi imprecisati (come si precisa all’inizio di questo romanzo) e stili letterari diversissimi, dritto al cuore di ogni essere umano “di buona volontà”.
Stefania Perna