In CANNE AL VENTO G. Deledda ci descrive una società arcaica, dove il tempo si è fermato; sembra uno stop voluto dalla natura per difendersi dall'approssimarsi di nuovi vandali. Un racconto (dettato dalla nostalgia?) di una umanità di cui aveva intuito, nella lontana Roma, la progressiva scomparsa.
Le descrizioni del paesaggio sono delle scene che rendono palpabile gli aspetti esistenziali della condizione umana dei personaggi in quella concreta realtà. Solo se guardiamo al paesaggio in una visione olistica, come al luogo che forma e conserva la nostra identità, lo rendiamo esistenza. Il paesaggio descritto non ci appare, perciò, come un quadro appeso ad una parete da guardare in modo distaccato, ma come qualcosa che dà forza e significato alla vita: è una forma di esistenza che segna la vita stessa dei personaggi e ne determina il destino e che al di fuori di quella esistenza non sarebbe possibile comprendere <<'ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie di fichi d'India......; e la capanna lassù nera fra il glauco delle canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido. Ogni volta che se ne allontanava lo guardava così, tenero e melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di lasciar lassù la parte migliore di se stesso, la forza che dà la solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone attraverso la brughiera....., diretto verso un luogo di penitenza: il mondo. Ma sia fatta la volontà di Dio e andiamo avanti.>> (Il fatalismo evidente in quest'ultima frase dà la misura dell'arcaicità di quella società)
Le canne piegate dal vento sono la metafora dell'uomo sotto il peso della fatalità del destino, per Efix, un gigante di umanità, determinato da un evento drammatico e fatalmente tragico che segna il doloroso percorso della sua vita; don Zame, il simbolo residuo di una società patriarcale i cui tratti si riconoscono anche in Predu; Lia, la fuggitiva, prigioniera di una realtà opprimente dalla quale evadere per poter prendere parte '.alla festa della vita..; Ruth ed Ester, il tempo ormai irrimediabilmente trascorso; Noemi, <<'. stava sempre sul belvedere,..... perché sperava di poter anche lei prender parte alla festa della vita....>>, ma la festa della vita si svolgeva altrove: per parteciparvi la sorella Lia era fuggita di casa, mentre lei, Noemi, era rimasta sul balcone cadente della vecchia dimora a scrutare se la vita venisse a svolgersi nel cortile della sua casa, inconsapevole che di lì a poco la comparsa di Giacintino le avrebbe risvegliato passioni sopite ma ancora ben vive. (Anche in Marianna Sirca è descritta la stessa sensazione <<'''Nulla le mancava: eppure ripiegata su se stessa, si guardava dentro, con piena coscienza di sé, e vedeva un crepuscolo, sereno, sì, ma crepuscolo: rosso e grigio, grigio e rosso e solitario come il crepuscolo della sera. Le sembrava di esser vecchia'..>>)
Il tratteggio psicologico dei personaggi è sfumato, perché il romanzo ha lo scopo di rappresentare un pezzo di esistenza umana in cui hanno un'importanza determinante la fatalità del destino, una religiosità vissuta per la ricerca di una protezione divina. Tuttavia, un'esistenza in cui sussistono ancora valori forti come il senso di responsabilità fedeltà e lealtà, che obbligano Efix, pur rispettando il suo ruolo di servo, a considerarsi l'angelo custode delle tre sorelle, private, per sua mano, della protezione paterna: un ruolo non solo accettato dalle sue padrone, ma riconosciutogli dalla comunità; Noemi che sotto la dura corazza dell'orgoglio, nasconde rispetto e affetto per Efix, sentimenti e passioni personali; Giacintino, che dimostra di essere UOMO (come gli riconosce Efix) non approfittando del turbamento di Noemi e andando a svolgere un lavoro umile per ripagare le sue zie. Il riscatto, appunto; in tutti c'è l'esigenza del riscatto dalle conseguenze delle proprie azioni. Anche Predu, alla fine, perde la sua arroganza padronale per diventare un uomo turbato dall'amore per Noemi e con sentimenti di amicizia e rispetto per Efix.
Il romanzo di Grazia Deledda si libera dalla tirannia del sentimentalismo romantico, supera lo psicologismo dei grandi romanzieri russi per approdare all'analisi esistenziale della condizione umana. In questo senso anticipa l'esistenzialismo di Sartre e va oltre gli angusti confini della sardità, per inserirsi in quella che Goethe definiva Die Weltliteraur, letteratura mondiale.