Eva, alter ego dell'Autrice, ha un'amica, l'ineffabile Bibi, abissalmente diversa da lei fin dal nome, ma anche nella feroce determinazione che l'ha abituata a non cedere mai. Bibi non può avere figli, tantomeno dal marito defunto, ma ha, da qualche parte, degli embrioni fecondati, unico ma preziosissimo lascito di falliti tentativi di fecondazione artificiale. Decide di riprovarci, ma è in Italia, Paese che per moltissime cose rappresenta un unicum incomprensibile ai più; Paese ove le opportunità offerte dal progresso scientifico e tecnologico al servizio della felicità umana, e perfino la possibilità stessa di tali progressi, sono sottoposte al giudizio di uomini intonacati dalle irrazionali credenze, al volere di politici dissennati che si fanno carico di quelle credenze e infine alle convenienze di oscuri trafficanti gelosi dei propri monopoli.
Con l'aiuto di amici i più variegati ma uniti dal bisogno di una composta ribellione allo status quo, Eva l'infaticabile biologa e Bibi la strampalata forza della natura, si battono fino ad arrivare al Graal della nuova vita possibile.
Marta Baiocchi, leggo dalle note editoriali, è ricercatrice e si occupa di cellule staminali. Non è una che crede a quello che fa e scrive; è molto più pericolosa: fa e scrive quello che crede.
Una personalità così netta, un'autrice così seria non merita i soliti convenevoli sul "romanzo d'esordio". Del resto basta avere a mente con che libro hanno esordito molti di coloro definiamo "importanti scrittori" per capire che quelli che per noi sono "esordi", altro non sono che manifestazioni, comunque non precoci, di pensieri, "visioni", in formazione e costruzione da una vita e anche più.
Il romanzo di Marta Baiocchi è un testo potente per forma sostanza e governo del racconto.
Lo stile è piano ma elegante, l'uso della parola è quello di chi ha letto e ben digerito tonnellate di letteratura, in massima parte ottima, vista l'assenza di ammiccamenti, neanche involontari, alle produzioni di prevalente consumo; e così pure l'uso parsimonioso di citazioni cinematografiche, sempre pertinenti, si veda, in particolare, quella di "Rosemary's baby" a pag. 269. Ogni tanto l'eloquio si concede qualche sfogo, ma è quello di coloro che hanno ancora vivi sentimenti profondi e, forse ancora, l'idea che l'organizzazione della vita collettiva - e quindi anche la ricerca scientifica - dovrebbe servire, attraverso umili tentativi, a favorire ad una discreta diffusione del benessere, o almeno ad una sostanziosa riduzione del dolore. E' bene che ci sia chi, come Baiocchi, sappia ricordarci che all'idiozia ideologica e alla violenza dei poteri non solo non è necessario, ma neanche umanamente possibile piegarsi. Eppoi, qua e là, i paragoni paradossali, le gustose provocazioni, durature ancorché sommesse spallate ai luoghi comuni.
Il racconto non vuole essere un "giallo", grazie al cielo, ma avvince ed emoziona molto più di un giallo. Magari anche lei, chissà, pensa come me che "Delitto e castigo" rimanga il più grande "giallo" della storia.
L'emozione finale è sospesa fra stupore e commozione, come nell'endiadi kantiana che Baiocchi cita almeno due volte. Dedita alla ricerca, abituata ai fatti, sa che c'è una forza morale nel cielo stellato e una luminosa chiarezza nelle scelte guidate dalla ragione. E ci tratta come se tutti potessimo capirlo, senza spiegazioni, un po' alla Simenon.
Sintomaticamente Eva ha solo il presente e tutt'al più qualche affaticata speranza circa il futuro. Del suo passato nulla sappiamo, né della sua famiglia (se non che da sei anni Eva non parla con sua madre, pag. 103; e proprio nella pagina successiva Bibi è, ancorché sbrigativamente, accolta dalla madre...), nè di amici che non siano quelli coinvolti nel plot. Sappiamo solo di un sussidiario e di una scuola, citati una sola volta: niente, insomma.
Sappiamo invece dello Scrittore, il compagno che ha quasi il doppio degli anni di Eva, e non usa il rispetto che lei gli riserva di fronte alle cose che lui non capisce (Eva/Marta ce la presenta più soft "il fatto è che lui è curioso del mio mondo, molto più di quanto io non sia del suo", pag. 113; ma questo è solo un aspetto del problema: il fatto vero è che l'umanista tenta di imporre la propria prudenza alla scienziata, il vecchio alla giovane, l'appagato alla inquieta, l'uomo alla donna). Perché lui è lo Scrittore, dunque capisce per definizione: Eva/Marta ci propone una nuova intellettualità, che non perde tempo e lavora per le cose utili a tutti. Seppure con le proprie umane debolezze: l'impotenza verso le figure "paterne", la difficoltà ad uscire dai circuiti della doverosità - la dice lunga il gelatino che Eva si concede nell'unica fuga dall'orario del dipartimento - una discreta chiusura alle passioni che toglie quella forza reattiva che invece Bibi, basica e per certi aspetti più sana, ha conservato. E' bello anche questo omaggio ad una figura femminile completamente diversa, gaudente e non secchiona, ma in grado di contare su se stessa per le cose, anche ardue, che le interessano.
Forse è ciò che manca non solo ai nostri Scrittori, ma anche alle nostre magnifiche Biologhe. Probabilmente Bibi, se ci fosse stato di mezzo suo figlio, si sarebbe liberata del nano pelato in quindici giorni e dei cardinali in venti. Forse Guicciardini talvolta funziona meglio di Kant.
Quante volte ho pensato a Nanni Moretti, leggendo questo libro. All'inizio immaginavo Baiocchi accanto a Moretti nell'indicarci una generale e pacifica resipiscenza, delle cose civili, delle cose morali; del senso della decenza. E invece mi sono poi accorto che era una cosa diversa che mi faceva accostare Baiocchi a Moretti, un pensiero che per il protagonista di "Bianca" era la sintesi di una deriva, per Eva esperta di staminali forse il fondamento di un impegno :
"è triste morire senza figli".
Regalate questo libro, soprattutto alle donne. Farete una cosa grata e importante.