Eravamo rimasti a correre in Vespa sui colli bolognesi senza pensieri, a dirci che Jack Frusciante era uscito dal gruppo, a sognare con Alex e Aidi, ad ascoltare buona musica, a ripercorrere ogni giorno gli stessi sentieri sicuri della nostra adolescenza colorata dei colori sgargianti degli ottanta e di quelli già impolverati di inizio novanta.
Ci siamo ritrovati impiegati alla Nulla Spa.
Il problema è che abbiamo continuato percorrere quei sentieri spensierati automaticamente, per anni dentro la maturità, cercando in tutto ciò una sicurezza dal male di vivere, e dal mondo, che quei nidi dorati non ci potevano, né ci volevano, dare.
E ci siamo persi, noi quarantenni, la generazione non abbastanza cazzuta da lasciare il segno che hanno lasciato i nostri padri (sicurezza a nostro detrimento) o i nostri nonni (ricostruzione), e non abbastanza sfigata da urlare la rabbia ed andarsene (come fanno i nati dagli ottanta in su).
Persi nel nostro nido, a cercare risposte al male di vivere, siamo finiti davanti ad una macchina del caffè a parlare di nulla con estranei di cui nulla ci interessa, in coda sull'autostrada, a procreare in ritardo e svogliatamente (Cit. Masotti), godendo dell'indulgenza del mercato che gioca sulla nostra nostalgia, costretti a trovare sicurezza nei gesti quotidiani e monotoni di un'aridità dove apparentemente solo il cinismo ed un crudo realismo, rappresentati dal protagonista Zanardi, hanno spazio e vita.
Masotti in definitiva ci parla della crisi, del fallimento della Nulla SPA, del terremoto di vite che ne deriva, per parlarci della nostra condizione umana, della nostra solitudine, del nostro dolore. Che sono trasversali. Senza scomodare la letteratura delle illusioni perdute, basterebbe ricordare il sessantottino Venditti, che chiede al "compagno di scuola" se si sia salvato oppure se sia entrato in banca pure lui.
Ciò che non è trasversale è l'adagiarsi, l'annullarsi tipico di noi "adultescenti" nati nei settanta, che soffriamo ma invece di affrontare la sofferenza, anche magari in modo sterile tramite la mera nostalgia del tempo che fu, giochiamo in un presente eterno senza scopo.
Tuttavia non è un libro pessimista, Ci Meritiamo Tutto. Perché "ci meritiamo tutto" può essere il grido nichilista di chi non vede altro che negatività nella propria vita (e qui si potrebbe aprire un infinito dibattito su come ci vediamo noi italiani, ma vorrei restare su un piano più filosofico e meno politico), ma anche l' urlo di rivendicazione di chi non si rassegna (e anche qui, quante cose potrei dire sull'andarsene dall'Italia, sul restare, sul prendere in mano il proprio destino).
Nei sentimenti, nei rapporti veri e necessariamente esclusivi (anche nella sofferenza piena di dignità di quelli finiti per sempre) può esserci redenzione, almeno così io ho voluto leggere Ci Meritiamo Tutto.
Nel non negarsi il dubbio (e il rischio) delle possibilità, nel "meritarci la terra, prima di conquistare la vita eterna" (Cit. Michele Anzalone, l'Umana Compagnia) può esserci rinascita.
A me il libro di Danilo è piaciuto molto.