"Sia nei suoi punti più belli, sia in quelli più deboli, in effetti ritengo che questa pellicola sia un'opera immatura, ma penso comunque che essere riusciti a realizzarla, in quest'epoca, in un momento storico come questo, sia stato davvero un bene". Le parole sono di Hayao Miyazaki, sceneggiatore di "La collina dei papaveri", secondo film diretto da suo figlio, Goro Miyazaki. Come sempre, la straordinaria sincerità e la schiettezza del Maestro illuminano, senza troppi giri di parole, i pregi e i difetti di questo anime.
Parliamo dei difetti, per toglierci il pensiero. Da una parte, per fortuna non siamo più ai livelli de "I racconti di Terramare", opera prima di Goro e film tanto ambizioso quanto purtroppo irrisolto. La piccola storia di un amore quotidiano, nato fra scuola ed attivismo come vuole il copione degli anni 60, periodo in cui si svolge la vicenda, calza meglio addosso al giovane Goro, che appare muoversi con maggior padronanza. Non basta, purtroppo, a sollevare una regia piuttosto piatta e scontata, priva di una vera e propria inventiva, che mai riesce a resuscitare i momenti migliori della sceneggiatura e a evidenziarne le parti più intense. Certo che, in tutto ciò, Goro non è l'unico responsabile: come già in "Arrietty", papà Hayao ci mette del suo, componendo una sceneggiatura molto lontana dalle sue opere migliori, quasi non riuscisse più a concretizzare sulla carta il suo sguardo acuto sulle psicologie adolescenziali ancora una volta in gioco...
Il ricordo, va da sé, corre subito al bellissimo "I sospiri del mio cuore": alla regia c'era allora l'incredibile e compianto Yoshifumi Kondo, ma lo sceneggiatore (ieri come oggi) ancora Hayao, qui davvero capace di tessere una storia di adolescenti vibrante e acuta, sentimentale e profonda, mai sdolcinata ma sempre incommensurabilmente tenera e potente... In "La collina dei papaveri", invece, le occasioni si sprecano e nessun elemento della trama riesce davvero ad arricchirla, a renderla davvero indimenticabile, compresa la bella idea delle bandiere nautiche di segnalazione o la complessa agnizione finale dei protagonisti, in una chiusura piuttosto affrettata...
Ma, come ha ricordato appunto lo stesso Hayao, questo film è stato realizzato in un momento difficilissimo, per il Giappone, duramente colpito dallo tsunami e dall'incidente nucleare. Un miracolo di forza, speranza e disperazione il fatto che lo Studio Ghibli sia riuscito, nonostante tutto, a portare a termine un film che, comunque, è più che dignitoso.
E proprio questo fa da sottofondo ai pregi della pellicola. La scelta di ambientare la vicenda negli anni 60, soprattutto per lo spettatore giapponese, è una scelta vincente. Allora come oggi, il Giappone comincia a risollevarsi da una crisi che affronta con nuove e giovani energie. I ragazzi che nel film lavorano e lottano per salvaguardare il "Quartier Latin" educano oggi forse più di ieri e la nostalgia che musiche, atmosfere, programmi televisivi, cartelloni pubblicitari evocano nello spettatore più anziano donano profondità temporali a una pellicola che se ne impreziosisce inquadratura dopo inquadratura.
"Arrivasse anche un giorno in cui i flutti blu scuro ci inghiottissero, affondare tu non dovrai, sul crinale dell'orizzonte", cantano in coro gli studenti di Yokohama... Innegabile il richiamo alla sciagura presente e il monito di confidare nelle forze più giovani e vive del Giappone per trovare, ancora una volta, un sicuro riscatto. Se il canto è in grado di commuovere anche noi, chissà l'effetto che deve aver avuto sui giapponesi...
Al peso storico - è il caso di dirlo - che questo film lascia gravare sulle sue fragili spalle - valore aggiunto che non si può ignorare - si aggiungono i bellissimi disegni dello Studio Ghibli, che ancora una volta supera se stesso, e una colonna sonora bella e raffinata, fra le suggestioni pop-jazz di Satoshi Takebe, le melodie (popolari e no) che caratterizzavano i nipponici anni 60 e la voce sempre incantevole di Aoi Teshima.
Forse "La collina dei papaveri" non è fra i film più belli dello Studio ma, proprio come afferma Hayao Miyazaki, di sicuro l'unico possibile in una situazione di grande difficoltà, oltre che il più forte messaggio da lanciare alla gioventù giapponese in anni problematici come questi.
L'edizione Lucky Red, una volta tanto, abbonda di contenuti speciali: un'intervista a Goro Miyazaki, l'incontro con lo staff tecnico (parla Hayao Miyazaki!), piccoli documentari su Yokohama e la conferenza stampa di presentazione del film... Insomma, c'è di che esser felici. Consigliatissimo, soprattutto a chi non è riuscito a vederlo al cinema durante l'unica serata-evento di proiezione italiana.