Parlando di questo nuovo album è impossibile non soffermarsi sul fatto che si tratta della prima pubblicazione senza lo storico batterista e co-fondatore della band, Mike Portnoy, uscito per sua volontà a settembre 2010, e sostituito da un altro mago della batteria: Mike Mangini. Questo aspetto ha creato un altro motivo di attesa spasmodica per l'uscita di questo album. Inoltre i fan di vecchia data (e non solo) sanno bene che alla band capita una cosa curiosa: nei momenti di difficoltà e soprattutto a seguito di un cambio di line up, la band ha tirato fuori sempre dei capolavori. L'avvento di James LaBrie ha portato "Images and Words", all'avvicendamento Sherinian-Rudess alle testiere ha fatto seguito "Scenes From a Memory": che anche stavolta si sia verificato il miracolo? Vediamo.....
L'album si apre con la già nota "On The Backs Of Angels" (che ha ricevuto la candidatura ai Grammy 2012) dove la band comincia a dare segno di volersi richiamare al glorioso passato. Il brano scorre via piacevolmente e i quasi 9 minuti di durata non affaticano l'ascoltatore. La struttura del brano richiama la mitica "Pull Me Under" (opener di Images and Words): arpeggio di chitarra iniziale, attacco strumentale in crescendo, strofa aggressiva, chorus arioso, nella seconda parte del brano assolo di chitarra preceduto da un break di pianoforte, e finale strumentale sul tema principale del brano con conclusione secca, quasi troncata: i punti strutturali in comune con il brano del 1992 sono molti.... Peccato che il risultato finale non sia lo stesso. Il brano, comunque validissimo, manca un po' di mordente, Mangini non ha un gran "tiro" , le vocals di LaBrie restano adagiate su toni medi senza particolari impennate, e il chorus non è particolarmente coinvolgente, non tanto per la linea vocale quanto per l'eccessiva "tranquillità" dell'intepretazione. "Build Me Up, Break Me Down" concede molto alle derive moderniste degli ultimi album: suoni elettronici, voci viltrate, riffing arcigno e tagliente, ma il brano tutto sommato funziona, senza risultare fuori dal contesto, merito soprattutto del ritornello e di una sensazione di generale compattezza. Sotto il profilo ritmico ed armonico il brano in realtà segue strade già battute addirittura negli anni '90: Caught In A Web, You Not Me, Burning My Soul. Di questo brano si è parlato anche per una similitudine sospetta con l'opener dell'album "Until We Have Faces" dei RED, soprattutto dopo che lo stesso Petrucci ha affermato di amare particolarmente l'album in questione, che giudica, secondo i suoi gusti, la migliore uscita del 2011.
"Lost Not Forgotten" è un altro brano tipicamente Dream Theater-style, una ideale combinazione dei Dream Theater degli anni '90 e quelli degli anni 2000. Le parti strumentali e tecniche la fanno da patrona, e la echo del capolavoro del '92 ritorna in molti passaggi (Under a Glass Moon e Metropolis le suggestioni evocate, soprattutto per i continui stacchi). Il brano si fa scoprire, e cresce di conseguenza, con gli ascolti, con un Mangini finalmente grintoso e dinamico che dimostra di cosa sia capace. "This is The Life" , prima ballad dell'album, è davvero ottima, sentita, passionale e mai banale, con un Petrucci veramente in grande spolvero. Forse non sarà ai livelli di "Another Day" o "The Spirit Carries On", ma siamo su un altro pianeta rispetto a "Whiter" (da Black Clouds & ..), "Forsaken" (Systematic Chaos) o "The Answer Lies Within" (Octavarium). Una piccola nota va fatta ancora per Mangini che sul brano esegue alcuni passaggi (semplici) che in termini di tocco e sensibilità erano sconosciuti ai Dream Theater Portnoy-era.
L'album prosegue con "Bridge In The Sky", brano di lunga durata, in cui sono i Dream Theater degli anni 2000 a prevalere, così come per "Outcry". Aggressività e tecnica sono gli ingredienti principali dei 2 brani in questione, strutturalmente molto simili e complessivamente buoni, ma non filano nel giusto modo dall'inizio alla fine. Sotto questo aspetto è senz'altro meglio "Bridge in The Sky" che però poteva anche essere accorciata: a poco più di metà della sua durata tutto sommato ha già espresso tutto quanto è in grado di offrire. Inoltre le sonorità in scale arabeggianti inserite nella parte strumentale del brano sono già state utilizzate per "Home" (Scenes from A Memory), e quindi sanno un tantino di già sentito. "Far From Heaven" è un brano per piano e voce in cui LaBrie riesce ancora ad emozionare: gli acuti non sono più quelli di un tempo, ma sugli aspirati il cantante canadese è da pelle d'oca. Per "Breaking All Illusion" una sola definizione: Dream Theater! Ovvero un brano dalla perfetta fusione tra melodia, anima e tecnica. Bastano i primi 30 secondi per essere catapultati in mondo di magia musicale dove tutto è ammantato da un'aura risplendente. Il brano ha un incedere maestoso e coinvolgente che rapisce l'attenzione dell'ascoltatore, secondo dopo secondo, nota dopo nota, e lo porta al centro della platea del Teatro del Sogno ad assistere ad un grande spettacolo. Tutto funziona a meraviglia e i 12 minuti e 25 secondi scorrono via senza che ci si accorga. Tutto si trova al posto giusto, le varie parti si susseguono in modo perfetto, il brano scorre seguendo il suo corso naturale, nessuna forzatura, nessun riempitivo, nessuna dilatazione fuori luogo. Quando l'andamento del brano ci fa capire che stiamo per giungere al termine, rapiti dalle note di un finale quanto mai epico, si ha una sensazione di appagamento ma anche di malinconia per il fatto che cotanta meraviglia stia per finire. Carichi di emozione sorge spontaneo alzarsi in piedi e applaudire fragorosamente: standing ovation. Siamo ai massimi livelli espressivi della band, nel 2011 "A Change Of Seasons" e "Learning To Live" trovano un brano che fa loro compagnia per intensità e capacità di emozionare. CAPOLAVORO! "Breaking All Illusion" da solo vale l'acquisto dell'album. E l'idillio, per fortuna, continua anche con la successiva "Beneath The Surface", brano lento con LaBrie ancora sugli scudi e soprattutto con un Petrucci ispiratissimo, che tra l'altro firma il brano come unico autore di testi e musica. Degno di nota anche il solo di tastiera di Rudess a metà brano in stile neo-prog.
Siamo giunti al termine, che dire.... La prestazione esecutiva dei musicisti, non c'è bisogno di sottolinearlo, è superlativa. Mentre sotto il profilo compositivo l'album sconta ancora qualche pecca già evidenziata nel recente passato. Soprattutto in termini di capacità di sintesi, che ormai manca dal 1999: alcune composizioni contengono parti eccessivamente dilatate non funzionali alla resa del brano. Non per agitare i soliti fantasmi del passato, ma "Images and Words" dura "solo" 57 minuti, "Awake" dura 75 min. ma solo 2 brani hanno un minutaggio importante (Voices e Scarred) mentre gli altri sono compresi tra 4 e 7 minuti, la durata complessiva dell'album del 1994 dipende unicamente dell'elevato numero di tracce presenti, e non dall'inutile sconfinata durata media dei brani. Stesso dicasi di "Scenes From a Memory". Un brano della durata di 10 minuti deve avere senso dell'inizio alla fine, altrimenti diventa controproducente. Venendo alle note positive, c'è da registrare il ritorno ad una dimensione musicale più consona alla band americana, tecnica ma anche tanta melodia, ed eliminazione di tutte quelle contaminazioni che negli ultimi album avevano fatto un po' discutere: niente growl o blast beat, sprazzi pop rock sullo stile di Muse e Coldplay o derive moderniste alla nu-metal (tranne per qualche piccolo passaggio). Ritorniamo alla domanda iniziale: i Dream Theater hanno fatto il miracolo? La risposta è: no. Potremmo al massimo spingerci a dire ni. Nel senso che "A Dramatic Turn Of Events" non è nel complesso un capolavoro in termini oggettivi, non raggiunge le vette di "Images and Words", di "Awake" o di "Scenes From A Memory" (fatta eccezione per l'8° traccia che fa storia a se), ma è tra i migliori album dell'ultimo decennio della band, se non addirittura il migliore in assoluto, grazie soprattutto alla presenza di un brano capolavoro. Comunque l'album cresce maledettamente ascolto dopo ascolto, e chissà che col tempo il giudizio già ampiamente positivo non diventi qualcosa di molto più importate. Una nota per la produzione, ad opera di John Petrucci, finalmente bilanciata e molto "calda". Un'ultima considerazione personale: ho l'impressione che la band badi molto di più alla pianificazione che non all'ispirazione. L'assortimento dei brani di quest'album sembra fatto apposta per accontentare trasversalmente la platea dei fan delle varie anime della band. Alcuni sembrano studiati per avere una elevata resa dal vivo, compreso le linee vocali adagiate su tonalità comode, in modo da essere agevolmente "riprodotte" ed esaltate in sede live nel corso dei lunghi tour mondiali che la band intraprende ormai a cadenze fisse. Se in futuro dessero un po' più di spazio all'ispirazione, senza freni e senza calcoli, forse.....