Il titolo originale di questo magnifico romanzo, pubblicato nel 1940, è "Les inconnus dans la maison": forse "estranei in casa" renderebbe meglio il l'ambivalenza di senso.
Perché "intruso" è colui che si è introdotto senza titolo, estraneo è chi non ha rapporti pregressi.
E qui la storia è sì di "intrusi", perché Hector Loursat all'improvviso - al verificarsi di un omicidio - scopre che la propria casa era da tempo il punto di ritrovo notturno del gruppo di agiati e meno agiati teppistelli di cui fa parte la figlia; ma è anche la storia dello stesso avvocato Loursat che, da 15 anni abbandonato dalla moglie, si è chiuso talmente in se stesso da essere diventato un estraneo alla figlia Nicole e agli altri abitanti della casa.
Siamo a Molulins, nella provincia-provincia del cuore della Francia. Il racconto parte con un a telefonata e il primo capitolo ci mostra, con tecnica cinematografica, i luoghi e le persone notevoli di questa cittadina sonnolenta e convenzionale. La telefonata è appunto quella di Loursat, che ha scoperto che sotto il proprio tetto uno sconosciuto è stato ucciso da un altro sconosciuto.
Lo sparo, l'assassinio, destano Loursat dal suo letargo esistenziale, fatto di alcool, libri, migliaia di libri letti o piluccati, del proprio odore di persona poco curata di sè, del calore della stufa. Della ricerca dell'oblio.
Socialmente defilato - la professione è un ricordo - Loursat non è più in grado di guardare in faccia la figlia. Ma la stoffa di Loursat è buona: quando si rende conto che il potere locale è pronto a schiacciare il più debole dei frequentatori della propria casa, per di più sinceramente innamorato - e ricambiato - della figlia, attribuendogli senza esitazioni il delitto, questa è per lui la molla di una reazione morale e umana che lo porterà a reindossare i panni dell'avvocato - fra l'altro con grande talento -, a rimettersi in gioco, a riconquistare un posto nella considerazione della comunità, ma soprattutto di sua figlia. Ma soprattutto di se stesso.
La parabola umana e il processo vanno di pari passo, e in questo intreccio mi sembra di riconoscere il miglior Simenon, quello che da un lato ci fulmina con un ritratto di poche parole ("una persona autenticamente meschina, ma con momenti di autentica tragicità", pag. 112) ma dall'altro sa essere affettuosamente vicino al proprio personaggio, così orso e insopportabile, "che in verità non aveva mai neppure tentato di vivere" (pag.81), al quale rende omaggio della più mirabile delle capacità: saper cambiare.
Silenzioso, quasi clandestino (Simenon è davvero stupefacente in questa discrezione), riprende forma e vita il rapporto fra padre e figlia, a lui piace quella ragazza così netta e determinata, e sorride fra se e sè; lei pian piano scopre nel padre un'insolita, tutta personale grandezza. In tanto riserbo, la parola "papà", che arriva dopo quasi duecento pagine è una inevitabile, civilissima espressione di amore di cui potreste non accorgervi, perché non viene nè sottolineata né ripresa in alcun modo. Questo è Simenon.
Romanzo di altissimo livello. Lo raccomando a chi apprezza le cose belle, ma anche a chi cova pessimi gusti: così se capisce, si pente, se non capisce almeno è stato zitto qualche ora.