Silvio Gallo, nel proporci un romanzo che s'inserisce nella miglior tradizione della Space Opera Militare, attinge a piane mani agli archetipi del genere: il protagonista è il classico comandante audace e ribelle, il nemico è assolutamente crudele, e il fatto che combatta con navi prive d'equipaggio, salvo a volte imbarcarvi prigionieri di guerra terrestri condizionati, ce lo rende riprovevole quanto basta da non suscitare dilemmi morali di alcun tipo.
Tutto ciò inserito in un contesto storico trans-nazionale, anche nei nomi dei protagonisti, in cui la razza terrestre riesce finalmente a trovare identità, unità, e paradossalmente pace con se stessa, proprio nell'affrontare una guerra, contro il temibile e sconosciuto nemico extraterrestre.
Una lettura facile e leggera, insomma, in cui tutto è giocato sul ritmo della descrizione degli eventi.
Ed è questo il punto forte del romanzo: nonostante la lunghezza e lo Story-Board non dico scontato, ma quantomeno "standard", non annoia mai, e la suspense è sapientemente dosata in maniera tale da spingere il lettore a chiedersi continuamente cosa succederà dopo.
Una altro punto a favore dell'autore è il fatto che riesce a mantenere una certa sobrietà: non arriva mai a salire sopra le righe né sull'insidioso terreno del rapporto fra il protagonista maschile e quello femminile, né nell'altrettanto pericoloso ambito della retorica eroico-bellica.
Un ben dosato romanzo principalmente d'azione, in cui le descrizioni delle battaglie e dei viaggi spaziali sono estremamente spettacolari.
Come nella miglior tradizione di questo tipo di fantascienza poi, c'è anche il giusto rigore (fanta)scientifico a giustificare e spiegare il funzionamento delle armi, dei mezzi di propulsione, dei viaggi interstellari, e anche delle tecniche di battaglia, con le spettacolari evoluzioni dei vascelli da guerra a rincorrersi in picchiate fra un'orbita e l'altra intorno a stelle e buchi neri, le cui caratteristiche fisiche sono accennate correttamente.
Unico appunto da fare all'autore è il suo cattivo rapporto con la "Consecutio Temporum": se si scrive al passato (il comandante disse, fece, andò), quando si narra di cose antecedenti a questo passato (che viene così ad essere il presente del romanzo), non si può continuare ad usare lo stesso tempo passato, ma si deve passare almeno a tempi trapassati, prossimo o remoto che siano, o ad artifici (participi o infiniti) per sostituirli, altrimenti si fa confusione e la prosa risultante è inelegante.