Vi propongo cinque livelli di lettura del film.
Il primo livello di lettura è antropologico. Nessuno sconto viene fatto al conclave e ai cardinali: sono esseri umani, fanno parte di una elettissima schiera, ma hanno i loro problemi, come tutti, e soprattutto sono attanagliati da una feroce paura di sbagliare. Il regista rappresenta il conclave con la medesima mancanza di riguardo con cui lo psicanalista comunica con le loro eminenze. Predicate umiltà, eccovi umili; professate umanità, eccovi umani. Ma qui inizia e finisce l'affronto. I cardinali, infatti, sono trattati dal regista e dallo psicanalista con evidente simpatia, ben oltre la comprensione. Ridotti (o elevati?) ad esseri umani, meritano ogni rispetto; le loro speranze, i loro timori, le ambizioni inconfessate, il bisogno di sicurezza li assoggettano a più di una ironia, ma sono sostanzialmente integri, pronti al gioco, disposti alla sincerità appena si offra loro l'occasione. Come bambini, e bambini - lo sappiamo - abbiamo tutti dato al mondo il meglio di noi stessi. Ma, come bambini, sempre guidati da un adulto, il portavoce, (personaggio perfettamente disegnato, anche grazie alla splendida prova di Stuhr), che si sobbarca il "lavoro sporco" per garantire l'eternità dell'istituzione. Non c'è pesantezza, l'umanità dei toni ci costringe a sospendere ogni giudizio. Non c'è sarcasmo, c'è ironia, e non è la stessa cosa. E soprattutto speranza, speranza di potercela fare, di evitare il disastro, di potersi affidare ancora a Dio o alla vita: perché, come ci viene ricordato, "cambia todo", possiamo essere noi stessi.
La canzone (nella storica interpretazione di Mercedes Sosa) cala come una carezza dall'appartamento del papa sui cardinali ansiosi, coinvolgendoli irresistibilmente: credono che sia il "loro" papa a mandargliela, e si lasciano andare, rapiti, ad una momentanea felicità. E possiamo capirli: sono abituati a tener lontana da sé, la felicità del momento, sono stati allevati nell'idea che il suo prezzo è la dannazione ("quando dirò all'attimo: fermati, sei così bello!"), ora scoprono che anche la gioia è "una bella scintilla divina".
Il secondo livello di lettura, psicologico, riguarda Melville. Non l'abbiamo visto, durante le votazioni, mormorare lo stucchevole "non io, Signore". Ma, appena resosi conto della forma che stava assumendo il proprio destino, lo sentiamo ruggire il suo "non possumus". "Troppo umano", il cardinal Melville non sa spiegare a se stesso cosa gli impedisca di immedesimarsi nell'altissima carica alla quale è chiamato. Non ha perso la fede, crede ancora che questa chiamata, in realtà frutto dello sfiancante stallo fra i favoriti, sia opera di Dio. Ma non la vuole, e non sa, non intende forzarsi. I brevi incontri con lo psicanalista e la ex moglie prima lo orientano ad inquadrare il proprio problema, poi a risolverlo, salvando se stesso. Uomo "senza qualità" (lo vediamo sgradevolmente brusco con chi vuole aiutarlo, poco aduso a conoscersi ed accettarsi, spaventato e insofferente), finisce tuttavia per darci una lezione di grande umanità, rifiutando - vecchio e malfermo - un destino, per quanto onorevole, che altri gli hanno assegnato. Ha trascorso la vita a rimpiangere il teatro, abbandonato per mancanza di coraggio; ma è, e si sente, "attore" (così dice alla terapeuta, ignara dell'identità del misterioso paziente) e non vuole più lasciare quel gran teatro che è la vita. Di fronte alla sua silenziosa, ma ferrea, determinazione, i cardinali soffrono sinceramente (si copre gli occhi, il povero cardinal Cincotta, il bravissimo Roberto Nobile, la cui sorridente mansuetudine farebbe onore a più di un conclave), tranne forse i più intelligenti, i meno puri di spirito : come il cardinal Gregori (magnifico, imperscrutabile Renato Scarpa!), che certo assapora una nuova chance di successo, ma non può non avvertire la grandezza del rivale e, con essa, il dubbio tremendo che sia stato davvero Dio a sceglierlo.
La figura di Melville è straordinariamente nobilitata dalla performance di Piccoli, interprete perfetto: realmente straniato dall'intoppo linguistico, lo sguardo smarrito, angosciato dal dubbio di saper amare il prossimo se non ha accettato se stesso, ci offre il ritratto di un uomo, piuttosto che "inadeguato" al compito, pronto ad inventare un "nuovo" compito: "como todo cambia, que yo cambie no es extraño". Semplicemente meraviglioso.
Il terzo livello è culturale, relativo alla psicanalisi. Un terreno già frequentato da Moretti, con il suo personaggio de "La stanza del figlio" (2001) oppure con gli irresistibili esperimenti di autocoscienza in "Ecce bombo" (1978). Magari i terapeuti fossero come quello interpretato da Moretti! Anche la figura dello psicanalista (godibilissima) è profondamente umana. Certo, entrando in un conclave, un tono deve pur darselo, ma poi rivela - dietro i modi da domatore - i propri complessi (il bisogno di ordinare la realtà, come quando difende coi denti lo schema del torneo di volley), le proprie debolezze (ci tiene a fare scopa e per distrarre gli eminenti avversari arriva a farsi compatire per il suo matrimonio fallito). Il culmine di questo percorso di "autoanalisi" arriva quando, dopo aver inutilmente glissato, è costretto dall'insistenza del cardinale australiano a dirgli che nessun bookmaker aveva puntato su di lui: lo fa con l'apparente sadismo di chi - spesso un genitore - deve dare un dolore e non sa farlo, e allora sconfina nella umiliazione di chi ha di fronte, umiliando nel contempo se stesso.
Infine, deluso dall'interruzione del torneo, lo psicanalista, ancora col pallone sotto il braccio, apprende che il papa è fuggito ormai da giorni : il gioco è finito, la messa è finita .
La figura della ex moglie è meno sfumata: l'essere fissata con la sua "causa unica" di ogni disagio - il deficit di accudimento - non le fa professionalmente onore, e tantomeno negare di avere un nuovo compagno ai due figli che ormai l'hanno scoperto e accettato con tanta più maturità. Ma, sia come sia, è lei a suggerire a Melville la chiave del suo problema: non è forse un "deficit di accudimento" verso se stesso, in occasione di un iniziale insuccesso, che lo ha portato a tradire la sua vera vocazione in favore della ben più rassicurante carriera ecclesiastica?
Il quarto livello è storico e coinvolge la Chiesa. Molto garbatamente, Melville - prima in privato, poi ex cathedra - dice come la sogna: più attenta, meno chiusa, pronta a cambiare e a favorire il benessere spirituale. Chi lo ascolta sorride, pensa che il nuovo papa stia dichiarando il proprio programma, ma egli non crede di essere l'uomo adatto, con o senza l'aiuto di Dio. Il che richiama ovviamente Celestino V o il più recente papa Luciani, che fece appena in tempo a definire Dio "più madre che padre".
Il film parte con le immagini (reali) delle esequie di Giovanni Paolo II. Non so in quale ordine di priorità si collochi, per Moretti, la riflessione sullo stato della Chiesa (sono più propenso a pensare che il conclave sia qui, piuttosto, un interessante e paradossale spaccato dell'umanità). In ogni caso, come sappiamo, non è stato esattamente un papa "a la Melville" a succedere a Wojtyla. Lasciatemelo dire: lo immaginate Benedetto XVI che ammira il lungotevere da un bus in corsa, chiede ad un barista l'uso del telefono e infine gode nel ripetere le battute di Cechov? E con quanto turbamento interiore avrà accolto la propria elezione, dopo aver ripetuto, come d'obbligo, "non sono degno"? Altro che Celestino, qui forse dobbiamo scomodare il ricordo di Bonifacio!
Ma la Chiesa non esce male dal film: non possiamo decontestualizzare, si tratta di un'istituzione con degli scopi e delle regole, come tutte le altre; che le regole passino al di sopra degli impulsi soggettivi, è nella natura delle regole; e che gli scopi siano proiettati sull'eternità, è nel suo essere Chiesa.
Si lascia il film con un sentimento di serena simpatia per i cardinali, e perfino per il portavoce, che certo non ha nella sincerità il suo punto forte, ma anche lui è onestamente impegnato.
In fondo, medici poliziotti o avvocati sono normalmente sinceri?
Nel complesso il film è coinvolgente : in sala si ride molto, soprattutto grazie al Moretti attore, lieve e divertito; ma ci si commuove in più occasioni e - miracolo! - più d'uno mi ha detto di aver lacrimato per un misto di risate e commozione. Fra le sequenze più emozionanti, quella - già richiamata - con la canzone "cambia todo", quella in cui i cardinali si impegnano come ragazzi nella pallavolo, e quella finale, della quale preferisco non dire. Dà i brividi la sequenza del teatro: inquietanti creature, vestite di nero e di rosso, sembrano più diavoli a caccia di anime che cardinali in soccorso del confratello perduto; sentiamo la sorda violenza di un destino che sempre incombe e prevale, in questa scena, la cui oggettiva inverosimiglianza può disturbare solo animi aridamente verosimili.
Il film, come si usa dire, riesce a toccare corde assai profonde. Ma è anche compito nostro, cardinali abitudinari e conformati, saperne godere con spirito di avventura. Ho sentito che Moretti ama definirlo una "commedia dolorosa"; apparente e raffinata antinomia: Da Ponte, del resto, definì il libretto del Don Giovanni un "dramma giocoso".
Dal punto di vista tecnico, la bellezza è conquistata con la cura ossessiva di ogni elemento.
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