Recensione
Il rifugio magico offre al lettore una vertigine di stupore e intelligenza e al recensore regala anche la scelta della chiave di lettura da individuare. Si tratta infatti di un libro dalla complessa stratificazione tematica, in cui la biografia dell’autore e la sua profonda sensibilità si intrecciano con la storia contemporanea e con una vasta cultura letteraria; fin dall’esordio si entra al cospetto di un’opera di grande respiro che ha tutte le caratteristiche di un capolavoro.
Tra i massimi scrittori rumeni viventi, è stato al centro di dure polemiche per aver criticato le contiguità tra i regimi nella Romania post-comunista da parte del ‘nuovo’ nazionalismo ansioso di cancellare vicende scomode e vizi ricorrenti che il potere si tramanda come un retaggio e una maledizione.
Ma la politica è solo un elemento che fa da detonatore della grande letteratura. Lo stile di Manea ricorda Thomas Mann riscritto dal Philip Roth più nevrotico con la sensibilità di un Elias Canetti visionario e l’eleganza di un Borges più ironico; un ultimo classico che vive (scomodo) nella riflessione post-moderna, sbocco naturale per un umanista europeo sradicato e sbarcato su un pianeta alieno chiamato America.
I fantasmi della svastica e della falce-e-martello si fondono nella mente dei personaggi del libro e in un continuo rispecchiamento tra vecchio e nuovo mondo e tra passato e presente. L’identità ebraica e quella cristiana si rincorrono sullo sfondo babelico della Grande mela; l’eros e la malattia giocano a nascondino nei campus puritani, tra le tentazioni tentacolari del paese della libertà sfrenata; la gioventù e la vecchiaia si scrutano senza comprendersi perché la prima vive di sogni e l’altra di ricordi. È un libro in cui i numeri tatuati sull’avambraccio degli anziani e i codici che identificano i rapporti della polizia segreta di oltrecortina ricalcano le sequenze delle schede magnetiche, carte di credito o della
social security, che ugualmente possono fare la differenza tra vivere e morire.
Ne
Il rifugio magico tre alter ego di Manea vivono alcune sue esperienze reali: fantasmi si intrecciano e si incontrano con personaggi che sono ispirati a veri compagni di esilio. Si telefonano istericamente nelle ore notturne per trovare scampo dalle proprie ossessioni o per alimentarle.
Molto più che testimonianza delle molteplici tagliole di cui è disseminato il Secolo, questo è un vero romanzo, la cui protagonista è la letteratura. Onirico, sfuggente e aporetico, a tratti magistralmente sfocato, il libro è il romanzo della solitudine e dell’esilio raccontati da una serenità postuma. Di ogni esilio e di ogni solitudine. Perché, del resto, stai leggendo questa recensione – tu, ipocrita lettore – mio simile e fratello?
Recensione di Enrico Manera,
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