Nel 1974 l'allenatore Brian Clough viene ingaggiato dal Leeds United per sostituire Don Reeve che aveva guidato per 17 anni la squadra a grandi successi.
Il fatto è che Clough odia Reeve e il Leeds, e non si capisce se ha accettato l'ingaggio per trasformare quella che ritiene una squadra scorretta e votata ad un pessimo calcio, ancorché vincente, oppure per affossarla.
I rapporti con i giocatori, legatissimi a Reeve e ai suoi metodi, sono fallimentari e i risultati disatrosi. In pochi mesi la situazione diviene ingestibile e Clough licenziato. Solo che il furbo Brian aveva fissato condizioni onerosissime per il suo allontanamento anticipato, cosicché l'aver messo in difficoltà il Leeds diviene oltretutto fonte di grandi guadagni.
Con continui andirivieni fra il presente e il passato il film - tratto dal libro di David Peace, che mescola efficacemente finzione e realtà - racconta come è nata e sviluppata la sorda ostilità di Clough per Reeve, e quindi per il "suo" Leeds. Tutto sarebbe partito da una mancata stretta di mano dell'allenatore del Leeds quando Clough guidava il Derby County in seconda divisione.
Il piccolo episodio, probabilmente involontario, è fonte di un feroce desiderio di rivalsa in Clough, che ne esalterà la già non comune determinazione: il piccolo Derby County scalerà la prima categoria e diverrà in poco tempo campione d'Inghilterra
In questa impresa svolge un ruolo fondamentale Peter Taylor, il secondo di Clough, dotato di eccezionale intuito quanto all'assemblaggio di una squadra vincente. Che però sconterà l'arroganza di Clough prima quando questi firma a nome di entrambi le dimissioni dal Derby, poi quando si vedrà scaricato da Clough, che abbandona i progetti comuni per accettare di allenare l'odiato Leeds.
Per chi un pochino si intende di calcio, risulterà difficile capire dal film come Clough abbia saputo condurre a grandi successi squadre prive di allori: accadde col Derby, ma ancor più clamorosamente - dopo la fallimentare esperienza a Leeds - con il Nottingham Forrest, che vinse due volte consecutive la Coppa dei Campioni (1979 e 1980).
Non si dà conto del suo credo tattico, dei suoi metodi di allenamento, della sua modalità di gestione del gruppo. Il film insiste sulle sue critiche al "gioco brutto", sull'idea che il bel calcio nasca dalla felicità, ma soprattutto è incentrato sul profilo psicologico di Clough, sul suo estenuante protagonismo che, se da un lato prefigura il moderno allenatore-manager, dall'altro ci rimanda fin troppo bene a personaggi che hanno completamente sostituito lo sport con lo spettacolo, ed in questo spettacolo si appassionano più nel confronto con i media che a lavorare sul campo.
Il calcio, appassioni o no, era altro, e potrebbe persino ora essere altro. Comunque il film è più che discreto, ben montato e forte della ottima caratterizzazione dei protagonisti: l'incontenibile Clough di Michael Sheen, una ambiziosa macchina da guerra, che vuole a tutti i costi essere o molto amato o almeno molto odiato (qui, invero, è difficile amarlo...) e il saggio Taylor di Timothy Spall, il volto più dickensiano del cinema inglese, la cui grandezza ammirerete quando sopporta le intemperanze dell'amico, ma anche quando gli impartisce la lezione finale prima di riammetterlo al proprio abbraccio.
Infine : la figura di Clough, la sua ossessione nei confronti del collega famoso, mi ricordano i profili psicologici di una serie di "uomini di successo" raccolti in un libro alcuni anni fa, gente che, nei più svariati campi aveva imposto la propria personalità grazie ad una impressionante forza di volontà; un tratto unificante, fra di loro, era il rapporto a dir poco impegnativo con un padre molto esigente e talvolta crudelmente squalificante, al quale sentivano il bisogno di dimostrare, prima o poi, il proprio valore. Forse questo difficile rapporto può essere stato decisivo nel temprare la determinazione e il carattere di quei personaggi. E forse, senza saperlo, Clough ha "usato" Reeve come padre anaffettivo e incontentabile per alimentare in se stesso una motivazione altrimenti impossibile, alla ricerca della infinita conferma di sè.