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Le recensioni più utili
6 di 6 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
Anche i nazisti hanno cominciato da piccoli,
Questa recensione è su: Il Nastro Bianco (Blu-ray)
Dicono che nessuno abbia mai visto ridere Michael Haneke. Considerati i film che fa il regista austriaco, classe 1942, c'è poco da meravigliarsi: Haneke trasuda pessimismo nei riguardi dell'umanità e della storia che essa produce. E non per partito preso, ma semplicemente perché accetta sino in fondo ciò il suo occhio totalmente razionale registra. Una concezione del mondo così radicale produce film altrettanto estremi che impongono molto allo spettatore: o insopportabili tensioni e sopraffazioni (i due "Funny Games" in cui non c'è proprio nulla di buffo) o terribili enigmi di cui non è dato conoscere lo scioglimento ("Niente da nascondere", "Caché", 2005). Questo "Il nastro bianco" ("Das weisse band", 2009) è la sua opera più equilibrata: l'argomento è atroce, ma la narrazione si limita a essere severa e il senso della vicenda, malgrado alcuni coni d'ombra, è alla nostra portata. Soprattutto, è un grande film, di quelli che incidono la memoria. La voce di un vecchio ricorda strani fatti dei quali è stato testimone nella giovinezza. Nel 1913, tutto pare svolgersi come sempre in un villaggio della Germania Orientale. I contadini lavorano la terra del barone, un padrone severo e arido e sottostanno agli imperativi morali del pastore luterano. Che alleva i figli con rigorismi sadici. Del resto, oltre allo sfruttamento del ricco, l'altro elemento che balza agi occhi è la mancanza di calore umano e empatia che informa ogni rapporto. E non c'è porta che non celi viltà, ipocrisie e segreti più o meno orribili. Ma l'apparente tranquillità del borgo viene funestata da fatti inspiegabili: attentati, incendi, violenze. Chi ne è il responsabile? E quali sono le sue ragioni? Il film, implicitamente, alla fine lo dice. Ci aiuta a capire anche la collocazione nello spazio e nel tempo della vicenda. E la conoscenza storica di ciò che poi ha prodotto la Germania. Tuttavia, sarebbe riduttivo pensare che Haneke voglia offrirci un suo punto di vista sui prodromi del nazismo. O meglio, c'è anche questo. Ma non solo. Al regista preme soprattutto dire che la malvagità dei contesti produce orrori. E che ciò va detto di tutti i contesti. E che di contesti buoni non ce n'è mai stati né forse mai ce ne saranno. Ingiustizie sociali, assolutismi religiosi e irredimibili debolezze fanno sì che l'umanità non faccia altro che rinchiudersi in inferni fatti a sua immagine e somiglianza. E che non ci sia remissione. Chi narra la vicenda da vecchio lo fa presumibilmente negli anni '50 o '60. Testimone patetico, dunque, perché a sua volta prova che a nulla è servito tanto male. Anzi, dal suo presente sono scorsi altri oceani di sofferenza. La lucidità dell'assunto è retta da una messa in scena altrettanto lucida e abbagliante. La splendida fotografia in bianco e nero, la bellezza delle scenografie, la bravura degli interpreti (per lo più giovanissimi) contribuiscono a fare de "Il nastro bianco" un film memorabile.
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