Il secondo romanzo della saga di Montalbano è uno dei più belli dell'intera serie, sia per la qualità della scrittura (leggibilissima, perciò ideale per approcciare la particolare lingua creata da Camilleri), che per il geniale ed avvincente intreccio, che si muove tra presente e passato in modo affascinante e suggestivo.
Il personaggio del Commissario viene qui definitivamente messo a fuoco, con le sue manie, i suoi tic, il suo carattere difficile e tuttavia umanissimo; così come trova compimento la descrizione dell'ambiente e dei vari personaggi che caratterizzano la serie. Tra l'altro, molti dei personaggi 'minori' che qui compaiono per la prima volta, si ripresenteranno innumerevoli volte nel corso delle avventure successive.
Ma la ragione principale per approcciare la lettura di questo romanzo, sta proprio nei temi che tratta e nell'intreccio con cui vengono esposti. La nota dominante del racconto è quella della PIETAS: una pietas profonda, umanissima e persino toccante, scaturita inizialmente dalla naturale curiosità per la scoperta di fatti e persone sepolti dal tempo e dalla memoria, che arriva a toccare le emozioni e i sentimenti più profondi e istintivi, sino al commovente e finalmente liberatorio e pacificatore finale. Man mano che ci si addentra nella vicenda, si avverte la progressiva uscita dai canoni del giallo, e l'ingresso in una dimensione più grande, al tempo stesso indefinita e più universale: quella dell'esperienza umana, nella esplorazione della quale siamo condotti dalla bellissima figura del protagonista, che diventa - come tutti i grandi personaggi - la proiezione di tutti i nostri sentimenti. Una operazione che solo la grande letteratura riesce a compiere.