Quando lessi il Pendolo di Foucault la prima volta non mi dispiacque. Già avevo letto Il nome della rosa, che m'era piaciuto e non poco, e ancora mi piace. Il Pendolo me lo divorai, e ne uscii soddisfatto. Ma qualche anno dopo mi capitò di leggere V. di Thomas Pynchon. E dopo un po' che leggevo cominciai a rendermi conto che l'idea di base del Pendolo, quella del dubbio paranoico (è tutto un complotto oppure il complotto ce lo stiamo sognando?) era già stata sviluppata da Pynchon parecchi anni prima. Non solo in V., uscito in America nel 1963, ma anche nell'Arcobaleno della Gravità, pubblicato nel 1973.
Questo mi ha portato a riconsiderare il Pendolo, e a vederlo come un'abile operazione di riciclaggio (non plagio, beninteso!) operata dall'astuto semiologo; ben sapendo che in Italia Pynchon non lo conosce quasi nessuno, ha riproposto le sue tematiche e la sua poetica della paranoia, in modo però semplificato e senza la spettacolare scrittura dell'americano.
Allora, a chi s'è esaltato per questo romanzo consiglierei di andare a leggere l'originale; pur se la traduzione non è sempre all'altezza del testo in inglese, è comunque qualcosa da provare.