Parigi, giorni nostri. Un giovane nero appena uscito da sei mesi di carcere, assai sveglio ma votato all'inconcludenza (Dris), lascia la banlieu dove è cresciuto con una dozzina di fratelli (ma senza padre) perchè assunto per badare ad un ricco bianco tetraplegico che non vuole essere trattato con pietà (Philippe). Nasce un sodalizio bizzarro ma funzionale: il ragazzo vive di attimi ma ha bisogno della stabilità che l'infermo gli permette, questi dispone della smisurata durata delle sue giornate e può godere a sua volta della ineusaribile cpacotà improvvisativa del giovane.
Anzi : più Dris scombussola le sacre consuetudini di Philippe, più questi sente di tornare alla vita.
Qualcosa condividono, molto si scambiano, sperimentano l'ambiguità della dialettica "servo-padrone" sino in fondo, mantenendo però sempre e con orgoglio l'identità di classe che li distingue.
Un bel film : si sorride molto, qualche volta si ride apertamente, si assiste al dolore, si sperimenta la fiducia.
Il soggetto di "Quasi amici" si poteva prestare ad eccessi parimenti insopportabili : buonismo mieloso (esempi infiniti), derive miracolose (ancora non mi va giù la corsa del cieco in Ferrari nella versione USA di "Profumo di donna"), oppure il politicamente scorretto (tipo "Tutti pazzi per Mary").
Forse si poteva evitare la sequenza del ballo scatenato di Dris con l'orchestra da camera ad accompagnarlo: ma difficilmente chi vede questa scena rimane indifferente, se non altro per la irresistibile avvenenza dell'attore.
Invece il film mantiene una misura appropriata fra la distanza dei due personaggi e la loro solidarietà "necessaria", fra distacco emotivo e complicità, fra realismo senza orpelli e pragmatismo fiducioso; lo stile di narrazione è serrato, grazie ad un montaggio che non lascia spazio ai ripensamenti.
I protagonisti sono di bravura e carica non comune: François Cluzet fa, benissismo, il ricco orgoglioso, è costretto a recitare con gli sguardi ma alla fine del film chi se ne è accorto? Strepitoso, anche per una bellezza abbagliante, Omar Sy, il cui sorriso davvero ferma il tempo e lo spazio. Il film deve tutto o quasi al rapporto fra la compostezza del primo e l'esuberanza del secondo, entrambi incapaci di accettare se stessi e inevitabilmente inclini ad accettare la diversità dell'altro.
Nei titoli di coda viene spiegato che la vicenda che ha ispirato è reale e una foto ci fa vedere i volti dei veri protagonisti.