Libro di straordinario lirismo che promana dalle cose viste dalla prospettiva poliedrica di un Pamuk bambino, poi adolescente, infine uomo. Emozioni, dunque, evocate dalle cose, un correlativo oggettivo che via ,via passa dal vicino al lontano. Dapprima i tappeti, il mobilio della casa - museo dell'infanzia dell'autore, poi gli affacci timidi dall'alto alla città lontana, balconi di case signorili distanti dalle miserie.
Infine il lettore è lasciato solo nelle strade di una Istanbul misteriosa e affascinante, una città dell'anima di Proustiana memoria, quella del ricordo,completamente persa, dolorosamente irrecuperabile, una città fantasma le cui vestigia ottomane sono irrimediabilmente distrutte.
Da qui un forte senso di tristezza e di malinconia che pervade tutto, divora paesaggi, volti di foto in bianco e nero, i panorami di Melling, gli schizzi di una città che non c'è più, vecchie case di legno, prospettive sul Bosforo, la neve, presenza costante che aiuta a coprire la squallida quotidianità conferendole significati cangianti.
Quella che Pamuk descrive è una tristezza diversa dal sentimento occidentale. E' fonte di creatività ed orgoglio, fa parte del patrimonio genetico di donne , uomini e bambini che abitano la città. E' la melanconia del buio serale che scende sui quartieri periferici, dei padri che tornano a casa sotto i lampioni. E' un dolore che affligge non i singoli, ma un'intera cultura, un sentimento collettivo identificativo di quella società urbana. La tristezza di Istanbul " non è una malattia...o un dolore" da cui liberarsi, ma una libera scelta, un qualcosa di cui andare fieri, una maledizione benedetta, un ossimoro che porta ad un destino inevitabile. Un sublime, dunque, che fa della bellezza un tutt'uno con la decadenza che è sua virtù.
Orhan Pamuk tenta di definire il carattere cangiante, ambiguo della sua città attraverso le visioni che di essa hanno avuto famosi scrittori, artisti occidentali ed orientali, ma Istanbul continua a sfuggirgli. Ogni paesaggio, angolo, vico, affaccio rimanda al passato, a percezioni personali, a culture, monadi infinite in un groviglio inestricabile. Istanbul diventa un doppio, come doppia è la percezione che Pamuk ha di sé stesso. Istanbul è il passato che non esiste ed il futuro che non c'é. Istanbul è un labirinto dell'anima di chi la ritrae. Pamuk, con l'ansia dell'enciclopedista, ne dà versioni multiple attraverso i versi, le parole, i disegni, le opere di tanti artisti , ma non può fare a meno di ricostruire la sua città, i suoi ricordi di infanzia, i primi amori, i riti metropolitani. Istanbul diventa pertanto quella di Pamuk carica di lirismo e poeticità,un autoritratto fedele e di struggente bellezza .
Il libro è per tutti coloro che amano Istanbul o che un giorno la ameranno.