Dice Maupassant che non ha mai avuto un dolore che un'ora di lettura non abbia dissipato. Magari uno legge questa frase e non ne è troppo convinto, ma diciamo che avere in mano "It" aiuta. Magari non ti fa dormire la sera, però. It ti prende e ti butta nel suo gorgo. In modo diverso da come aveva fatto "22/11/'63", ma con la stessa sicurezza. Dovrò cominciare a credere che dipenda dall'autore :-)
Certo, "It" è uno di quei libri che, in carta e ossa, rischia di spaventare: milletrecento e passa pagine hanno il loro peso e si notano. Ma una volta preso in mano, il racconto inizia leggero e convincente, e avviluppa da subito. E quasi da subito colpisce duro e senza nessun alleggerimento. Si prosegue, magari credendo che non ci si stia affezionando a nessun personaggio in particolare, perché troppi sembrano quelli che cominciano a ruotare sullo sfondo di Derry. In realtà, si entra nella storia così come si entra nella città, cominciando a conoscere, a poco a poco, gli abitanti, seguendo questo o quello, perdendone uno per poi ritrovarlo più avanti (o scoprire che lo si è perso per sempre). Tra una passeggiata e l'altra, affiora questa Cosa orrenda, descritta a volte come un pagliaccio, ma in modo che sfiora il fastidio, se no proprio la paura, tanto che stento a credere che la trasposizione cinematografica abbia potuto trasmettere la sottile, tenace, sotterranea e sempre presente paura di It.
La costruzione della storia avanza, da un certo punto in poi, contrapponendo passato e presente, così che scopriamo ciò che accade e ciò che è accaduto per giustapposizione di un'immagine con l'altra, di una fotografia ingiallita e sciupata con un'altra nitida e precisa. Magari è meglio guardarle da lontano, le foto, comunque.
Verso la metà, il gioco, cioè la struttura narrativa, il questo e il quello, è ormai scoperto e io temevo la stanchezza. Epperò si prosegue, si accumulano informazioni, notizie, pezzi di puzzle che costruiscono delle vite.
La parte del passato, il racconto di quello che erano i protagonisti ragazzini, è quella che affascina di più, non soltanto per la storia in sé, ma per il profumo di caldo, di estate, di sole, di polvere che si porta dietro; King sa evocare un mondo, ma anche tutto quello che gli sta intorno, dentro, dietro. Diventano così assolutamente plausibili tutte le stranezze, tutti gli orrori, gli ostacoli, gli incroci, le casualità e le ripetizioni di una storia che a volte cede qui e là, che a volte sembra eccessiva (magari nelle situazioni più quotidiane, tra ragazzini che fanno a botte e ferimenti e inseguimenti) ma poi si riprende e ti riporta dove vuole lei. Diventano credibili e buoni e belli e perfetti nelle loro numerose imperfezioni anche i protagonisti della storia, che faticano e corrono e inciampano e crescono, e tu sei lì che fai il tifo per loro.
Più triste e, per certi versi, piena di vera paura, la parte degli interludi, quando l'adulto, che non sa e non vuole più credere al Male, se lo trova comunque intorno, lo annusa anche se non lo vede, se lo aspetta anche se non c'è, anche se, addirittura, sa che non può essere.
Capita così che, arrivati anche molto oltre la metà, ci si cominci a chiedere se manchi davvero così poco, se tutto si risolverà, e se tutto si risolverà bene o male, e come e quando. Si appoggia il romanzo convinti di averne avuto abbastanza e poi lo si riprende in mano appena possibile, e si ritorna in un amen tra le vie di Derry, nella stanza calda della biblioteca, o in mezzo ai cespugli e all'immondizia della discarica.