"Forse questo sarà il mio ultimo romanzo, un romanzo sulla vecchiaia e la fine" dice Houellebecq in una delle ultime interviste rilasciate. Impossibile dargli torto, ma sarebbe troppo semplicistico ridurre tutto a ciò. Come altrettanto fuorviante sarebbe farsi trascinare dalle polemiche che sembrano inesauribili quando si parla di H. o di un suo romanzo, lo si è accusato anche di plagio per avere copiato alcune righe da wikipedia.
Il romanzo, dalla trama insolitamente complessa per H., ha come centro nessuno dei personaggi tra cui se stesso, o quello che noi immaginiamo sia H. o quello che ci viene detto essere H., ma l'irreversibile, inevitabile destino di ogni essere umano. "Gli esseri umani non sono fatti per vivere a lungo. Al massimo trenta o quaranta anni". Forse un poco di più verrebbe da dire, ma poco cambierebbe nella sostanza. Il destino è comune, la nascita, la crescita, la decadenza, la vecchiaia, la fine. (Verrebbe da dire come Soriano "Triste, solitario y final).
Ed è un H. che a dispetto del cinismo, dell'ironia feroce che ha intessuto i suoi precedenti romanzi, pur tuttavia presente ma stemperata, si mostra più che a nudo, scarnificato, inaspettatamente addolcito o solo vinto, incontenibilmente lucido dinanzi alla idea della morte, plasmato e palpitante di ricordi e di una rinnovata quanto inaspettata meraviglia, quando Jed (uno dei tanti alter ego di H.) l'artista pittore fotografo tornerà dopo una sorta di vero e proprio esilio ritiro volontario dalla vita del paese della Cruze, a far visita dopo venti anni nella piccola cittadina e la troverà cambiata. Parte di una società, di un Paese che per uscire dalle tante crisi economiche succedutesi devastanti ed in barba a tutte le previsioni degli economisti avrà recuperato la propria essenza rurale, contadina anche se mediata e rivalutata turisticamente.
Insomma, un'ipotesi quasi messianica, sembra aprire un poco il respiro al lettore di questo romanzo non certo privo di cruenti colpi di scena e deflagranti storie d'amore che tuttavia implodono dinanzi all'incapacità di Jed di abbandonare, e perché avrebbe dovuto, il proprio destino di artista.
Perché, ecco, uno dei temi, che a questo punto non sono né centrali né periferici o marginali, ma sovrapposti come carte di un castello fragilissimo, più approfonditi è certamente quello del destino dell'artista, del suo essere dentro e fuori il mondo che vorrebbe rappresentare, perfino nell'incubo, nell'ossessione patologica e deviata.
Jed vivrà fino all'ultimo giorno creando opere che non sono quadri, né fotografie né installazioni, né esempi di graphic-art, creando opere che non ci è dato sapere se riscontreranno il successo sia delle sue prime fotografie o dei quadri dedicati ai personaggi celebri, tra cui lo stesso H., o ai mestieri che tanto lo avevano reso ricco, ne continuare anche nell'ultimo giorno della sua vita, ricordando quasi incidentalmente i volti ed i corpi delle donne che ha amato, a creare le sue opere, impaziente forse di quella morte che ne ha pervaso la vita a lui come ai tanti personaggi (verrebbe da dire sfaccettature, riflessi, proiezioni di quel geniale caleidoscopio di sensibilità che è H.) che scivolano in maniera più o meno dolorosa sino alla decadenza, perfino di un'epoca di una società, alla malattia, alla solitudine ed alla fine.