I Maiden vengono sovente accusati di essere un gruppo stagnante nella propria cocciuta fedeltà a un certo tipo di sound, incapace di osare e modificare la formula che ne ha decretato il successo su scala mondiale. Certe critiche sono a mio avviso abbastanza gratuite, perché il gruppo di Steve Harris ha giocato la carta della sorpresa più volte nel corso della sua ultratrentennale carriera. E'il caso di "No Prayer for the Dying", seguito del fortunatissimo "Seventh Son of a Seventh Son" che due anni prima aveva proiettato Dickinson e soci ai vertici delle classifiche di vendita in mezza Europa. Se il precedente album aveva segnato, ancora più di "Somewhere in time", una decisa sterzata verso un sound più melodico che a tratti sforava nel progressive puro, NPftD ribalta completamente l'ordine delle cose segnando un allora poco prevedibile ritorno al rock'n'roll "in your face" delle origini.
Non vi è traccia di tastiere o synth nei Maiden A.D. 1990: sono sparite le melodie vellutate di "Wasted years" o "The clairvoyant" così come sono svaniti i raffinati arrangiamenti della seconda metà degli anni '80, in favore di un sound volutamente grezzo a conferma dell'approccio "back to the roots". Ma basta questo a fare di NPftD un disco riuscito? Sfortunatamente no. L'album denota un notevole impoverimento del song-writing rispetto alle precedenti prove in studio: i dieci pezzi di cui consta sono insulsi e banali, lontani anni luce dalla classe delle migliori produzioni del gruppo. Il primo singolo estratto "Holy smoke" è una canzoncina scontata con un riff centrale stupidotto e testo penoso. Le cose non migliorano con quelli che nelle intenzioni del gruppo dovevano essere gli "hit", anche la pompata "Bring your daughter.." è un pezzo tutto sommato mediocre salvato dal bel bridge finale, mentre "Mother Russia" concorre per il titolo di peggior pezzo di chiusura di sempre di un album dei Maiden. A peggiorare un quadro d'insieme già deficitario interviene uno dei peggiori sound mai uditi su un album metal: non so cosa possa esser passato per la testa a Steve Harris quando ha deciso di registrare il disco nientemeno che nel fienile (!) della sua tenuta nell'Essex, ma il risultato è assolutamente disastroso. Le chitarre hanno lo stesso suono di una fisarmonica spompata, McBrain pare stia suonando sui fustini del Dash e lo stesso basso è insolitamente sotto tono nel mix. Anche pezzi semi-decenti come "Run silent, run deep" risultano così castrati da questa astrusa e incomprensibile scelta di produzione che priva il disco di quella potenza di suono che presumibilmente era nelle intenzioni del gruppo recuperare. Il fatto che lo stesso Dickinson abbia più volte sconfessato l'album, definendolo a più riprese "un errore" nella discografia della band credo sia significativo più di qualsiasi altra considerazione per inquadrare la qualità di "No prayer..".
NPftD viene così ad essere la prova meno riuscita della formazione classica dei Maiden -quella con Bruce alla voce-, perlomeno fino all'uscita del recente "The Final Frontier" che ne ha fatto seriamente vacillare la poco invidiabile posizione nella mia classifica di gradimento. Ma questa è un'altra storia.