Secondo capitolo della trilogia della vendetta diretta nella prima metà degli anni '10 dal regista coreano Park Chan-wook questo "Old boy" del 2003 è un film che si incide nella memoria. Ispirato al manga omonimo - dal quale tuttavia si discosta parecchio - narra appunto la storia di una vendetta. Una terribile vendetta, ideata da un pazzo ai danni di un uomo che l'ha involontariamente offeso. Una sera l'uomo d'affari, Oh Dae-su viene rapito e rinchiuso in un appartamento, nel quale resta segregato per 15 anni. Il suo unico contatto con il mondo esterno è una televisione. Per il resto, né vede né parla con anima viva. Rilasciato senza una spiegazione, cerca chi gli inflitto quella pena, deciso a fargliela pagare. Trova le tracce del suo rapitore, affrontando situazioni pericolose (un pezzo di bravura registica: un lungo piano sequenza in cui Oh Dae-su avanza in un corridoio, lottando contro vari malviventi). Ma quando lo avrà difronte scoprirà di essere caduto in un meccanismo ancora più infernale di quanto credesse. E che il vendicatore ha le proprie ragioni. Film disturbante, che tocca temi evitati da registi meno estremi (o meno coraggiosi), "Old Boy" non ha però nulla di gratuito o di sadico. Sostiene una tesi forse discutibile, ma con maestria e coerenza. Incombeva un remake di Steven Spielberg con Will Smith (impossibile immaginare due personaggi più antitetici con le cupe verità di Park Chan-wook). Per fortuna non se n'è fatto niente.