Tengo a precisare di essere un estimatare dei Pendragon da lunghissima data,sin da quando si affiancarono ai Marillion (tra i miei idoli degli anni '80) per dare origine (insieme ad IQ e Pallas)al movimento neo-progressive inglese, in un'epoca in cui i loro dischi si vendevano prevalentemente in vinile. Li apprezzo sin dagli esordi proprio per la loro spiccata capicità di rimane sempre in bilico tra la tradizione e l'evoluzione, un equilibrio che miscelato al songwriting eccelso del mastermind Nick Barrett, ha dato origine ad un capolavoro dietro l'altro. Ma se il precedente "Pure" poteva ritenersi nel solco della precedente produzione, pur ricco di parecchi spunti nuovi, con questo "Passion" la band ha rotto l'equilibrio che l'aveva sempre contraddistinta spingendosi in modo marcato verso il "modernismo". L'evoluzione è proprio uno dei concetti base del progressive, concetto che a mio parere la band aveva sempre applicato in passato, ma qui più che di evoluzione della proposta musicale si riscontra una virata netta verso il modernismo del sound, un'idea di "contemporaneo" che i nostri applicano alla loro musica che forse risulta un po' eccessiva: suoni elettronici, voci filtrate, richiami marcati al rock inglese contemporaneo.... cose che, suonate dai Pendragon, alle mie orecchie sembrano quasi innaturali... emblematico è il caso della titletrack in cui Barrett ripete in modo sguaiato (ed elettronicamente filtrato)il titolo della canzone in un lunghissimo "....peeesciiiiooooonnnn...." (onomatopeicamente parlando)un po' Oasis, al limite dell'irritante. Per non parlare degli scream presenti qua e la nel disco (Passion, Empathy,...), una specie di vocione soft-growl del quale non se ne comprende l'utilità, tra l'antro inserito (ed eseguito) in modo piuttosto timido, quasi come se la band avesse lanciato il sasso per poi ritirare la mano.
L'album è di buona qualità complessiva, i lampi di classe cristallina non mancano, come nel caso di "This Green and Pleasant Land" e la stessa "Empathy", ma a mio giudizio potevano modernizzarsi anche rimanendo un po' più loro stessi. E poi alcuni elementi sembra siano stati inseriti per "forzatura" mediante l'uso di cliché usati e stra-abusati di recente come emblema della modernità e della contaminazione musicale. Il trend va bene, ma apprezzo chi lo crea e non chi lo insegue. Viste le potenzialità della band, osare con qualcosa di più personale sarebbe stato preferibile, considerata anche la presenza in formazione di un batterista finalmente all'altezza. Sono in pista da 30 anni, per durare da così tanto tempo vuol dire che perfettamente calati nel loro tempo lo sono sempre stati.... anche quando scrivevano "The Voyager" o "Master of Illusion", composizioni dalla qualità eccelsa che ancora oggi risultano avanti anni luce rispetto alla media delle produzioni attuali, e purtroppo avanti anni luce anche rispetto a questo "Passion", ammantanto di un moderno che è troppo istantaneo per permettere al disco di durare a lungo.