Perciò venivamo bene nelle fotografie, di Francesco Targhetta, è un romanzo in versi; un esperimento voluto dalla casa editrice, che ha convinto il dottorando trentunenne già autore di poesie, a dispiegare negli spazi lunghi del romanzo una storia che sembra autobiografica e universale.
La voce che parla è quella di un dottorando intorno ai trent'anni con una tesi in storia contemporanea e qualche rara supplenza in licei di provincia. Ma è anche il dimesso lamento di una generazione perduta, o almeno vorrebbe sembrarlo, nel plurale del titolo o nella congestione di progetti e speranze disfatte in un appartamento condiviso. La voce che parla è una sola ma ne contiene tante: c'è Los, universitario senza prospettive; c'è Teo, che sembra l'unico ad andare avanti, con un lavoro in una multinazionale; e ci sono Mara, l'amica d'infanzia aspirante attrice, e poi Giada, una liceale introversa ed emotiva, e Gloria, la dottoranda disinvolta. E c'è il protagonista, che disperatamente cerca la via d'uscita da uno stallo che somiglia troppo a una sconfitta rimandata.
Se la trama è una spirale che si arrotola confusamente su se stessa, apparentemente diritta ma senza alcuna reale direzione, quel senso di nausea e di impotenza diffuso si riversa anche sulla forma: la storia si spinge per inerzia su binari metrici definiti, nel disperato tentativo di stringere l'angoscia in versi martelliani. Si avverte, a tratti, la fatica di contenere un pensiero traboccante, ma la metrica assolve almeno un compito: il bianco della pagina divora lo spazio e il ritmo assillante delle frasi interminabili spezza il fiato e riflette un travaglio esistenziale.
Così la scrittura è limitata e straripante al tempo stesso; è il precipitato chimico di una massa di pensiero che si gonfia e si accartoccia mentre la vita scivola di fianco.
C'è un bel po' dello Zeno sveviano nell'inettitudine e nell'inadeguatezza di un colto disoccupato che lancia improperi con linguaggio forbito dai ponti e dai cavalcavia, qualche nota gozzaniana, un blando esistenzialismo e una tensione costante: l'attenta ricerca di un montaliano anello che non tiene, di una una smagliatura da cui evadere.
L'intera costruzione però si risolve in un aborto, il pensiero vorticoso che è l'impalcatura stessa del romanzo ristagna in un'impasse: “Ma poi si aggiusteranno, no?, le cose,/e girerà la ruota”.
Ma già si sa che non è prevista redenzione, tutto si muove ma rimane fatalmente immobile. Si sta fermi, saldi, in drammatica attesa: per questo veniamo bene nelle fotografie.
Recensione di Chiara De Nardi,
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