Il volume di Racconti di Friedrich Durrenmatt edito da Feltrinelli offre una vasta panoramica della multiforme opera che lo scrittore svizzero ci ha lasciato in più di quarant'anni di attività, dal 1942 al 1985. Si incontrano qui racconti molto brevi ed altri più lunghi e articolati, e allo stesso modo si passa attraverso scritti assai diversi anche dal punto di vista strutturale e stilistico. Il volume inizia con Natale; testo brevissimo scritto da un Durrenmatt ventunenne con uno stile teso e immagini molto crude. Lo stile dei primi anni è caratterizzato da frasi brevi che si accumulano una sopra l'altra, successivamente si renderà invece più tranquillo. Ad esempio un racconto come Il figlio, del 1943, è scritto arditamente non usando segni di interpunzione forti come il punto. Se lo stile dello scrittore muta con gli anni lo stesso non avviene per le tematiche: Durrenmatt fa sempre ruotare le sue storie attorno alle ossessioni, per questo motivo immagini aspre sono presenti lungo tutta la sua produzione. E' un immaginario a metà strada tra la lucidità di Poe e il senso di claustrofobia di Kafka. Il senso di una giustizia cieca e violenta e fine a se stessa piuttosto che al bene sociale è ben rintracciabile in racconti come Il torturatore o La panne; dietro tutto questo c'è un corrosivo odio verso la civiltà (Durrenmatt era un abitante della tranquilla Svizzera) e specialmente verso la città. I luoghi dove si snodano le storie sono sempre sporchi e spersonalizzati, specie gli ambienti cittadini, vero luogo-ossessione. La città e Dalle annotazioni d'un guardiano, dove il secondo racconto riprende e amplia il primo, sono ambientati in una città kafkiana fatta di labirinti e sotterranei dove anche la società rispecchiata agisce senza alcun senso: un uomo viene invitato in un ufficio per sentire la proposta che l'amministrazione che regge la città ha da fargli: ma al protagonista non interessa nulla, come il Raskolnikov di Delitto e castigo o il protagonista dello Straniero di Camus, pensa che l'unica cosa che valga la pena di fare sia uccidere qualcuno: per questo vorrebbe o uccidere il rappresentante dell'amministrazione o partire per la guerra in Tibet: si accontenterà di fare il guardiano nelle labirintiche prigioni (però il protagonista, che non vede i suoi sorvegliati, inizia a dubitare se non sia in realtà prigioniero anch'egli). Il potere è spesso visto come un meccanismo insensato e forse inesistente a cui la persona decide di sottomettersi senza motivo. La citata guerra in Tibet diventa un simbolo anche altrove: a lei viene dedicato il lunghissimo racconto La guerra invernale del Tibet ambientato in un apocalittico futuro dopo la terza guerra mondiale. La guerra, come in generale la violenza in Durrenmatt, è il modo più efficace per scaricare la frustrazione che la civiltà crea: il racconto inoltre si propone come un incompiuto elenco di iscrizioni tracciate nelle lunghe (e labirintiche) caverne che corrono sotto le montagne tibetane. Il Tibet è il luogo più lontano dalla civiltà occidentale e diventa anche l'ultimo luogo dove si consuma una guerra tra mercenari in cui i due eserciti non si distinguono tra di loro. Sono solo le pulsioni a comandare in questo luogo, non ha neanche un minimo di senso continuare a combattere. Non solo i luoghi, ma anche le relazioni tra i personaggi diventano spesso labirintiche (e qui ci avviciniamo al mondo di Borges): è così nel rapporto tra guardiano e servo in La città, così come lo è ne Il ribelle e anche, in maniera meno calcata in altri racconti. Anche il tempo spesso si dilata e si labirintizza e la vita di alcuni personaggi raggiunge l'ampiezza di secoli. Troviamo comunque anche scritti dal tono più leggero: ironici come Notizie sullo stato dell'informazione nell'età della pietra o La vacanza di mister X o noir come in Smithy. Un altro filone di racconti molto interessante è quello in cui Durrenmatt rielabora miti e storie del passato, così nel meraviglioso La morte della Pizia riscrive il mito di Edipo, troviamo anche Il minotauro, Pilato e la storia oltre il tempo di Abu Chanifa e Anan ben David.
La rabbia di Durrenmatt trova in una versione molto personale del genere fantastico un'ottima via di fuga che rende i racconti, che si trasforma in via di fuga anche per il lettore che così può riuscire anche a non rimanere imbrigliato nella cupezza dello scrittore.