Un giallo? Non scherziamo. Un capolavoro? Macché! Un romanzo? No di certo! Primo forte colpo di scena dopo una quindicina di pagine. Lette rapidamente le prime 90, poi si striscia a passo di tartaruga. Ci si chiede indecisi: lo chiudo per sempre? O vado avanti perché c'è quella sfilza di promotori e scrittori italiani che vanno diffondendo dappertutto la bolano mania. Forse perché emuli ciascuno dell'altro e perché il gusto del Paese è ormai nelle mani di quattro scribacchini che vanno infilandosi dappertutto, dalle redazioni editoriali alle giurie di premi fasulli, per non parlare di recensori e maniaci del metto la firma dappertutto. In somma non se ne può più. Non si regge questa letteratura del niente, questa mediocrità diffusa, queste pagine fasulle, questi editori di finti libri gialli (che non è che non se ne possa fare poi a meno), questi ispanisti col fiuto del capolavoro, dell'autore che avrebbe finalmente messo in cantina Marquez e Lima. Purtroppo una pagina dell'Autunno del patriarca vale ancora tutto questo libro e forse qualche altro del mitico bolano, sedicente cantore di una generazione... Ma magari! Ma quando? Io in questo libro non ci ho trovato un grammo di poesia e neppure un passo da grande narratore. Del Cile di quegli anni ci ho visto ben poco, altro che realvisceralismo, eziologia del male e frottole varie. Il fatto che inventi poeti inesistenti non fa di Bolano il nuovo Borges. E a che servirebbe, tra l'altro, se ce n'è già uno?
Questo libro sta molto bene nella collana dell'editore accanto al "grande" Carofiglio. Carofiglio e non Borges! Ma questo è il paese della bolano mania. Lo stesso in cui un libro come "La donna di sabbia", vero capolavoro di Kobo Abe (ma chi sarà mai?) non è più editato.