Il libro di Renzi non è privo di motivi di interesse. Innanzitutto la scrittura, agile, svelta e arguta. Il ritmo è incalzante, direi televisivo, al punto che leggendo sembra quasi di sentire la voce squillante del giovane “rottamatore”. Di sicuro Stil novo non è noioso. Anche la scelta di basare il libro su una serie di episodi storici del passato di Firenze, più o meno conosciuti, mi sembra abbastanza azzeccata. Un pizzico di autoironia e la battuta giusta al momento giusto alleggeriscono il tono e preservano il lettore dai rischi legati ad un simile approccio: la pedanteria saccente e la sterile aneddotica da sussidiario delle medie. Come Renzi stesso chiarisce nel paragrafo introduttivo, Stil novo non è un libro di storia. Sono quindi ridicole le critiche dei professorini della domenica che hanno scoperto qualche imprecisione nelle ricostruzioni dell’autore. Infatti il glorioso passato della città gigliata e le imprese dei giganti delle arti e del pensiero che nacquero in riva all’Arno sono spunti scelti da Renzi per riflettere sulla Firenze e l’Italietta di oggi.
Mi è piaciuto molto il paragrafo in cui l’autore sottolinea l’importanza del diritto allo studio. Un punto fondamentale, sancito dalla Costituzione, che tutela i giovani meno abbienti e fa sì che parole come merito non siano solo scatole vuote. Non ci può essere vero merito in una società che non garantisce le pari opportunità. Anche sulla questione della cittadinanza italiana per i figli di cittadini stranieri nati e cresciuti nel nostro paese l’autore è molto chiaro e si dichiara favorevole a concederla senza alcun distinguo (pag. 131). La passione di Renzi per Firenze è sconfinata. Nel libro egli rivendica con orgoglio i numerosi provvedimenti a tutela del patrimonio artistico e architettonico della città adottati dalla sua giunta e si schiera fermamente contro la cementazione selvaggia. E di questi tempi non è cosa da poco.
Nel libro ci sono anche diversi punti che mi hanno lasciato perplesso e che vorrei segnalare. Innanzitutto la pervicace tendenza alle incaute generalizzazioni. La fiorentinità in Stil novo assurge al rango di categoria ontologica: in ossequio al più trito cliché, i fiorentini per Renzi sono tutti litigiosi, sanguigni e darebbero la vita per la propria città. È questa la chiave di lettura con cui l’autore interpreta le vicende storiche del passato. Tutto sommato a Renzi è andata bene: lo stereotipo “burbero dal cuore d’oro” che la sociologia da bar attribuisce ai fiorentini (e ai toscani in generale) è molto più magnanimo di quelli affibbiati rispettivamente ai piemontesi (falsi e cortesi), ai liguri (tirchi e acidi), ai milanesi (intraprendenti ma antipatici sbruffoni, “bàuscia” insomma), ai veneti (“faso tuto mì” e ubriaconi), ai romani (chiaccheroni e scansafatiche), ai napoletani (furbi, imbroglioni e indolenti) e ai siciliani (non vedono, non sentono, non parlano e hanno il grilletto facile). Quanto ai pugliesi, beh, si sa, loro sono i milanesi del Sud, quindi ne abbiamo già parlato sopra (con l’unica differenza che baresi e tarantini sono “bèuscia”).
Con simili premesse non mi stupisce che Renzi consideri gli italiani il popolo più creativo del mondo: «il nostro Paese ha da sempre prodotto il talento, i cervelli» (pag. 119). Un’idea autoreferenziale e priva di reali riscontri che fa il paio con l’altro luogo comune evergreen “italiani brava gente”.
Comunque queste sono solo questioni metodologiche tutto sommato poco rilevanti ai fini della comprensione della reale statura di un leader politico. È sui temi economici che il sindaco di Firenze mostra tutti i propri limiti. Mi sarei aspettato proposte concrete, programmi precisi, un’analisi chiara ed efficace della disastrosa situazione in cui versa il nostro paese. Spesso Renzi si limita a descrivere il problema, ma non ne spiega le cause e soprattutto non offre soluzioni. La nefasta influenza di Zingales, il consulente economico del giovane sindaco di Firenze, senza dubbio si fa sentire. Alcuni esempi. Parlando di debito e spesa pubblica a pag. 89 l’autore scive: «Dov’erano i baroni universitari e banchieri – e potremmo citare anche i giornalisti – quando si è combinato tutto il pasticcio in cui ci troviamo? Quando il debito pubblico cresceva a ritmi vertiginosi con l’immorale conseguenza che le spese dei padri avrebbero schiacciato i figli?». Le spese dei padri?!? Ecco cosa succede quando una percezione distorta della realtà si innesta su una matrice cattolico-penitenziale. Alla vulgata dominante casta->corruzione->spesa pubblica in eccesso->alto debito pubblico, Renzi aggiunge il carico da 11 del senso di colpa. Faccio sommessamente notare al sindaco di Firenze che la spesa pubblica italiana (sia procapite sia rispetto al pil) negli ultimi trent’anni è sempre stata inferiore alla media dei paesi dell’UE (e di molto inferiore a quella dei paesi “core” come Germania, Francia e Regno Unito). Inoltre il bilancio pubblico italiano è in avanzo primario dal 1992 (con la sola eccezione di un lieve disavanzo primario nei due anni successivi alla crisi dei sub-prime). Questo significa che lo stato italiano da più di vent’anni non restituisce ai cittadini in beni e servizi l’intero ammontare del gettito fiscale. Dove finisce la differenza? Nel pagamento degli interessi del debito pubblico, ovvio. E chi detiene la stragrande maggioranza del debito pubblico? Banche (italiane e straniere), fondi di investimento, fondi pensione, grosse compagnie assicurative, ricchi privati. Tanto per chiarire chi ci perde e chi ci guadagna. Ricordo inoltre che il debito pubblico italiano esplose all’inizio degli anni ’80 in seguito ad una sciagurata decisione di Andreatta e Ciampi (allora rispettivamente ministro del Tesoro e Governatore della Banca d’Italia). La Banca d’Italia cessò di acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti alle aste del Tesoro (tecnicamente smise di agire come ”prestatore di ultima istanza”). I tassi di interesse, non più mitigati dall’azione calmieratrice della Banca d’Italia, schizzarono immediatamente verso l’alto. La politica fiscale del Governo non si adeguò alla nuova politica monetaria della banca centrale, divenuta “indipendente” dal Tesoro (come invece pensavano Andreatta e Ciampi, illudendosi che la pressione del mercato avrebbe avuto ragione dell’ottusa avidità di personaggi come Craxi, De Mita, Forlani, Pomicino ecc.). Di conseguenza la spesa per interessi aumentò a ritimi vertiginosi al punto che nel 1992 il rapporto debito/pil era pressoché identico a quello di oggi. Fine dell’inciso.
Renzi cita anche un interessante rapporto dell’Ocse che mostra come «la disuguaglianza dei redditi si sia impennata in Italia negli ultimi vent’anni. In più, le famiglie italiane hanno visto calare la quota dei redditi da lavoro: ci stiamo mangiando il patrimonio per continuare a vivere con decenza. Non è solo un problema legato all’avvento dell’euro, dove l’equivalenza nei fatti con le vecchie mille lire ha visto indebolire il potere d’acquisto delle famiglie in modo deciso […] E’ proprio un sistema di retribuzione che non funziona più. E’ palese nella paghe dei supermanager pubblici» (pagg. 136-137). Simili discorsi – il cambio mille lire per un euro come causa dell’impoverimento delle famiglie – se possono starci al mercato rionale, non sono accettabili se pronunciati da un candidato premier di un paese come l’Italia.
A pag. 113 c’è un altro esempio di scarsa comprensione dei fenomeni economici, laddove Renzi nota che «le autorità finanziarie europee prestano denaro all’1 per cento. Cosa fanno le banche? Usano il denaro preso in prestito per comprare titoli di Stato particolarmente redditizi (fino al 6 per cento). E al contempo serrano i rubinetti alle aziende: addirittura venti miliardi in meno nel dicembre 2011, secondo le stime di Mario Draghi». Certo, le banche hanno lucrato sulla differenza dei tassi di interesse, ma d’amore e d’accordo con la Bce, il cui prestito mirava a sostenere il corso dei titoli di Stato in difficoltà (lo spread era alle stelle) mediante gli acquisti delle banche. Ai tecnocrati europei non importa nulla delle aziende italiane. Renzi non sembra rendersene conto, al punto che arriva a vagheggiare «un’Europa dei popoli»: una visione idilliaca del vecchio continente che purtroppo, caro sindaco, semplicemente non esiste nella realtà. Ne è la prova la totale indifferenza di fronte all’immane tragedia del popolo greco, ridotto alla disperazione da questa “europa dei popoli”, italiani brava gente compresi.
L’intero volume è permeato da un’atmosfera quasi mistica di esaltazione della figura dell’Imprenditore, sia negli esempi storici che nei riferimenti alla realtà dei giorni nostri. Nella concezione renziana l’Imprenditore è una sorta di eroe solitario, un combattente animato da una volontà ferrea, praticamente una via di mezzo tra l’Oltreuomo di Nietzsche e il Distruttore Creativo teorizzato da Joseph Schumpeter. D’altronde, afferma il sindaco di Firenze, «il lavoro si trova solo se c’è chi – rischiando – lo crea. E la sinistra, se vuole essere il partito del lavoro, dovrebbe dire grazie a chi il lavoro lo crea, no?» (pag. 118) e che «c’è bisogno di distruggere, non solo di costruire, per ritrovare noi stessi» (pag. 167). A me risulta che la sinistra un tempo fosse il partito dei lavoratori e a quest’ultimi dovesse dire grazie per gli scranni in Parlamento. Si vede che sono cambiate le classi sociali di riferimento.
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