Il film che ha trionfato al Festival di Venezia 2008 per acclamazione popolare. Golden Globe a Rourke come miglior attore, ma il premio più prestigioso, la statuina della notte degli Oscar, andò a Sean Penn (comunque bravissimo in "Milk"). La critica specializzata si è sprecata in iperboli ("resurrezione", "testamento", "autobiografia"...) per magnificare il "grande ritorno" al cinema di Mickey Rourke, attore amatissimo (ed assai discusso) negli anni '80, esiliato dalla "mafia" hollywoodiana negli anni '90, ma tornato in moderata auge già da una decina di anni abbondanti, con numerosi apparizioni, come protagonista, antagonista o in piccole parti, anche su pellicole d'autore o di discreto successo. Molto più semplicemente va riconosciuto a Rourke il carisma del grande attore, sempre capace di lasciare il segno in qualsiasi ruolo si sia trovato a ricoprire. Il parallelismo fra la sua vita e la vita del personaggio (un ex campione di wrestler, vecchio, malconcio e disperatamente solo) appare, così, più una trovata pubblicitaria o una semplificazione romantica, che una veritiera rappresentazione dello spessore di un film e di una recitazione che vivono di luce propria. E Rourke è bravissimo, commovente e nello stesso tempo carnale nella messa in scena della degradazione fisica e morale di un uomo che ha bruciato la sua intera esistenza sopra un ring, incapace di una vita normale o anche solo di un rapporto affettivo stabile e adulto. Ed alla fine il ring, la sua vita, la sua gabbia, non può che diventare anche la sua bara, in un finale denso di "epos". Decisamente un bel film.