Considerato negli anni '70 un regista e sceneggiatore di grande avvenire, dopo il "Conan" del 1982 John Milius non ne ha più imbroccata una e oggi si occupa di produzioni televisive. È stato proprio questo "Alba rossa" ("Red dawn", 1984) l'inizio del declino. La vicenda si colloca in un passato prossimo alternativo. Siamo negli anni '80. L'Europa si è arresa alla minaccia sovietica dichiarandosi neutrale - tranne ovviamente l'Inghilterra - e un corpo di spedizione comunista ha occupato il Messico. Un mattino di settembre, mentre gli alunni del liceo di Calumet, Colorado, ascoltano la lezione di storia, dal cielo cominciano a scendere nugoli di paracadutisti. Si scatena l'inferno. Sono assaltatori di un corpo misto formato da cubani, nicaraguegni e russi. In breve, è scoppiata la terza guerra mondiale. Alcuni ragazzi riescono a scappare e a nascondersi nelle foreste. Quando trovano il coraggio di tornare in città, la trovano presidiata dai comunisti. La vista degli atti di ferocia degli invasori ai danni dei dissidenti li spinge ad impugnare le armi e a formare un micidiale e temuto gruppo di guerriglia - i wolwerines. La loro avventura si esaurisce in pochi mesi, ma il sacrificio di chi cade non è vano. Li ricorderà una lapide posta anni dopo dagli Usa liberi e vincitori. Questo curioso film di fantapolitica ha molto in comune con i romanzi di fantascienza alla Heinlein degli anni '50, a partire dall'enfasi retorica. Sebbene Milius cerchi di mantenere una certa equanimità nel dipingere i nemici - i soldati nemici sono solo ragazzi rincitrulliti dalla propaganda, i sudamericani non sopportano di passare da rivoluzionari a oppressori, gli unici veramente cattivi sono gli ufficiali superiori russi - e di proporre la faccenda anche come il giusto anelito alla libertà degli oppressi, la faziosità gli prende la mano, facendogli persino dimenticare il mestiere di sceneggiatore. Le ragioni e l'andamento della guerra, per come sono spiegate, risultano un concentrato di paranoia tratto dal bignami della più becera destra americana, ma è tutta la trama a zoppicare, tra esagerazioni e incoerenze. Particolarmente indigesta risulta la trasformazione di un pugno di ragazzotti in guerriglieri capace di falciare centinaia di nemici. Certo, ereditano le migliori tradizioni della frontiera americana - un modello di vita e di pensiero che Milius deve considerare il vertice della cultura umana - ma che saper cacciare e tirare di arco basti per fare a pezzi spetsnaz, elicotteri e carri armati T-64 è un po' dura da digerire. Con tutto ciò, se uno non bada alle scorie ideologiche, il film diverte. Il budget adeguato garantisce uno spettacolo ampio, Milius è a suo agio con le scene d'azione e il cast, tra vecchie glorie e giovani speranze - notiamo Charlie Sheen e Patrick Swayze agli esordi - fa il suo dovere. Certo, non è quello che a Milius interessava. Lui voleva trasmettere un messaggio. O meglio: predicare. Del resto, quale miglior periodo per schierarsi? Reagan era nel pieno della crociata contro "l'impero del male" sovietico e la bilancia della politica Usa pendeva decisamente a destra. Eppure, pubblico e critica non hanno gradito, giudicando il film troppo violento e unilaterale. Ma chi conta davvero ha apprezzato e continua ad apprezzare. L'operazione che ha portato alla cattura di Saddam Hussein era denominata Red Dawn e i suoi obbiettivi Wolwerine 1 e 2. Un dichiarato omaggio al film, patriottico e filo americano, hanno spiegato i vertici militari. Milius si è ovviamente dichiarato "profondamente lusingato e onorato".