Quello di Fukuyama è senz'altro un testo notevole per la comprensione della nostra epoca: libero da schemi mentali di contrapposizione moderno/postmoderno, narra la storia dell'evoluzione politica dalla tirannia alla democrazia liberale, degli ultimi 50 anni. Un libro che tocca vertici quasi filosofici in molti punti, e che si può leggere con grande scorrevolezza, grazie alla bella prosa e l'ottimo lavoro di traduzione. Ma nonostante ciò, è un libro già scaduto: lo stesso Fukuyama è tornato indietro su molte considerazioni da lui stesso espresse ne "La fine della storia e l'ultimo uomo", anche se nell'arco di pochi anni molte delle sue previsioni sembrano si siano lentamente avverate, dal ritorno di fiamma dell'integralismo islamico fino allo scoppio delle guerre nei balcani. Non ultima il ritorno delle ultadestre nazionalistiche. Eppure, sembra che lo stesso Fukuyama voglia dilungarsi più del dovuto nell'argomentare le proprie tesi, ripetendosi il più possibile, e chiedendo uno sforzo al lettore decisamente grande. Sono pochi i capitoli veramente interessanti. Uno fra tutti, il capitolo 28, dove la nozione di "Ultimo uomo" e di "Fine della storia" vengono espressi in maniera quasi poetica e con la possibilità di enucleare diversi aforismi. Che sia intenzione dell'autore o no poco importa, ma effettivamente l'intero testo sembra essere un lento avvicinarsi a queste poche pagine, che sono le uniche che meritano un attentissimo studio. Per le altre è sufficiente una svogliata lettura. Peccato, perché il succo del suo discorso, se epurato dell'apologia stucchevole della democrazia liberale e del capitalismo, sarebbe stato senz'altro un classico, e non semplicemente un libro controverso.