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Recensioni scritte da Lady Libro (Piacenza)
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3.0 su 5 stelle
Tesmoforiazuse, 23 maggio 2013
Con questa commedia, a mio parere, siamo ben lontani dalle “Rane” e dalle “Donne al Parlamento”, i due capolavori con cui Aristofane mi ha conquistata. Nella “Festa delle donne”, il cui titolo originale è “Tesmoforiazuse”, ovvero “Donne alle Tesmoforie” (cioè feste segrete riservate alle sole donne e dedite al culto della dea Demetra e di sua figlia Persefone), ho notato una comicità assolutamente banale, non divertente, sforzatissima e spesso e volentieri inutile, esattamente come i numerosi doppi sensi e volgarità tipici dello stile del commediografo ellenico. La trama di barcamena tra ripetizioni e qualche briciolo di originalità. Per esempio mi è piaciuto molto il fatto che Euripide tenti di salvare il suo parente da morte certa travestendosi come i personaggi della mitologia greca e che Mnesiloco stia al gioco pur di salvarsi la pelle), anche se devo ammettere che il protagonista mi ha fatto rabbrividire: non voglio fare anticipazioni, però, cavolo, pur di salvarsi dalle Tesmoforiazuse non ha la minima esitazione a sgozzare la figlia neonata di una di loro (tra l’altro questo gesto sarà completamente inutile)! E pensare che all’inizio Mnesiloco mi era pure simpatico… Insomma, secondo me non è un Aristofane degno di essere collocato fra i migliori.
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2.0 su 5 stelle
Proto-Miyazaki, 23 maggio 2013
Sarà che io ho sempre grandi aspettative (specialmente da un genio come Hayao Miyazaki), ma dal creatore di capolavori come “La città incantata”, “Il castello errante di Howl” e “Princess Mononoke” non mi aspettavo questa delusione. La trama è di una banalità sconcertante, i personaggi secondari sono tutti stereotipati o inutili (specialmente Asbel), Nausicaa è insopportabile con quel suo buonismo eccessivo e quella voce lagnosa (ma questo credo sia colpa del doppiaggio italiano), la cattiva è assolutamente dimenticabile (non ha un briciolo di carisma e cambia obiettivo ogni tre per due) e infine le musiche sono un’atrocità senza pari: stonano perennemente con le scene in cui vengono inserite e sembrano più musiche da stadio, quasi da film a luci rosse. L’unica cosa che si salva sono le suggestive ambientazioni post-apocalittiche, disegnate come solo il mitico Miyazaki sa fare, ma per il resto il film non mi è piaciuto per nulla.
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We are family
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da Fabio Bartolomei Edizione Brossura |
| Prezzo: EUR 13,60 |
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4.0 su 5 stelle
Le avventure di un piccolo genio, 23 maggio 2013
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E dopo il bellissimo libro “La banda degli invisibili”, Fabio Bartolomei ci regala un altro splendido capolavoro. In questo romanzo seguiamo le mirabolanti avventure di Almerico Santamaria (chiamato semplicemente “Al”) , un bambino prodigio (talmente intelligente da ridurre Leonardo da Vinci al ruolo di lustrascarpe), è consapevole di esserlo e se ne vanta parecchio. Non bisogna però pensare che sia antipatico o pomposo: è la sua ingenuità che lo guiderà nelle scelte di vita. Infatti questo tenero e dolcissimo bambino, che nel corso della storia diventerà uomo (almeno in parte), ha due obiettivi: salvare il mondo da qualunque ingiustizia e aiutare la sua famiglia. Perché i Santamaria sono sì poveri, ma felici, cercano sempre di essere spensierati, di guardare il futuro con allegria. Perché la cosa più bella di tutte è la famiglia. Sarà grazie a tutto questo che Al crescerà pienamente appagato, quasi ignaro delle vere difficoltà della vita che apprenderà fino in fondo solo più tardi. Non a caso i momenti più belli sono sicuramente quelli dedicati alla sua infanzia perché, oltre ad avermi fatto sganasciare più volte dalle risate per le assurdità più svariate, vedere le concezioni di un bimbo come assolute è quasi commovente, come se si aprisse un nuovo mondo davanti agli occhi. Per questo non ho apprezzato tanto i capitoli dell’adolescenza di Al, che perdono gran parte dell’ironia e della tenerezza presenti all’inizio e rallentano non poco il ritmo del romanzo, riducendosi al ruolo di semplici elenchi. Ormai non ho più dubbi: Fabio Bartolomei scrive divinamente e dal suo stile traspare un’ironia fresca, originalissima, vera e autentica. Quindi, leggetelo e se avete qualsiasi problema chiamate Al Santamaria. Ve li risolverà in un battibaleno.
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4.0 su 5 stelle
Le bugie hanno le pagine corte, ma..., 11 maggio 2013
Ve lo dico subito: la quarta di copertina racconta un mucchio di frottole. In questo libro non c’è neanche l’ombra di bizzarre e dinamiche avventure di vecchietti (e se c’è, le suddette avventure durano una decina di pagine senza necessariamente far ridere o emozionare in modo eccessivo) e non è vero che sono guidati da un’anziana in sedia rotelle, perché costei, oltre ad essere muta e semiparalizzata, viene continuamente trascinata e sballottata qua e là dai vetusti compagni alla stregua di una palla al piede (dico questo con tutto il dovuto rispetto per le problematiche senili, ovviamente) rivestendo in tal modo un ruolo totalmente marginale. Il fulcro del romanzo sono i sentimenti, la difficoltà di esser vecchi, la ribellione a un destino dettato dalla rassegnazione e da una prossima fine, ma, soprattutto, una lotta contro il passato che minaccia sempre più di affiorare prepotentemente dalla buca che il presente ha scavato gettandovelo dentro, col proposito di dimenticarlo per sempre. E’ proprio questo che si trova ad affrontare Blanche, animatrice di scrittura creativa alla casa di riposo delle Rose, nonchè vera protagonista del libro, cresciuta da una madre chiusa nella propria solitudine e incapace di stabilire un qualsiasi legame con lei. Blanche, inoltre, è profondamente segnata dall’assenza di una figura paterna che compensa e sfoga concedendosi a uomini che non ama. Sarà soltanto grazie alla vicinanza e al forte affetto dei suoi anziani allievi, ognuno sufficientemente caratterizzato e dotato di una propria storia personale, che l’animatrice troverà il coraggio di voltarsi indietro e incamminarsi a testa alta verso ciò da cui ha sempre tentato di fuggire. Quindi, per concludere, posso dire che non mi sento pienamente truffata. Sebbene mi aspettassi tutt’altro (avventure, azione, bizzarrie, comicità, eccetera) sono rimasta davvero soddisfatta dall’intensa profondità che la storia ha saputo regalarmi in cambio.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
La Seine, la Seine, la Seine..., 4 maggio 2013
Musica, amore, paura, avventura, dolcezza, azione, canti e balli. Questi e tanti altri sono i contenuti di questa splendida perla del cinema d'animazione. "Un mostro a Parigi" non ha una trama particolarmente originale ed è chiaramente visibile il miscuglio di tematiche di film/romanzi racchiuso in esso e da cui ha attinto abbondantemente, come per esempio "La bella e la bestia", "Il fantasma dell'Opera", "King Kong", "Notre Dame de Paris", "The elephant man"... Ma nonostante ciò, quello che è venuto fuori è un capolavoro coi fiocchi. Siamo nella Parigi del 1910, i cui profumi e rumori si percepiscono in tutta la loro elegante prepotenza. Ci troviamo in un mondo umile e semplice, grandioso e in evoluzione, fra strade e cabaret, quando il cinema era nato da pochissimo e già le prime automobili facevano la loro comparsa sulle strade. Seguiamo le avventure di Raoul, un simpatico quanto stravagante fattorino-inventore, del suo amico Emile, timido e riservato proiezionista segretamente innamorato della dolce collega Maud, di Lucille, splendida e angelica cantante del cabaret "L'Oiseau Rare" e, ultimo ma non meno importante, di Francoeur, una pulce diventata gigante e al tempo stesso bravissima nel canto a causa di un incidente chimico. Ed è proprio lui il fulcro della storia: un tesoro di bravura e dolcezza che può essere individuato soltanto oltrepassando le barriere del pregiudizio. Ma la vera ciliegina sulla torta sono le indimenticabili canzoni così come le musiche, cantate da gente di indubbia bravura e anche il complessivo adattamento italiano con i rispettivi doppiatori non è affatto male. L'unica pecca è sicuramente il doppiaggio di Lucille da parte di Arisa, che la fa sembrare con la sua voce stridula una bimbetta viziata, odiosa e capricciosa. Ma per il resto rimane un film godibilissimo, ben realizzato e degno di essere visto.
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4.0 su 5 stelle
Poche parole per un grande amore, 2 maggio 2013
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Questo è uno dei classici ma rari libri in cui bastano pochissime parole per creare qualcosa di grandioso. La semplicità che nutre fino a ingozzare l’immaginazione e che non rende schiavo di idee precise e definite date da dettagli troppo espliciti. Perché è proprio tale l’amore che nasce fra Ezio e Giovanna: un sentimento nato da un ombelico scoperto da un costume strappato. Sia la fiera, gioiosa e indomita Giovanna, sia il suo ombelico sono simbolo di trasgressione, libertà, ribellione e indipendenza se analizzato nel contesto in cui la storia è ambientata (ovvero nel 1945). E sono questi due elementi combinati insieme a far perdere la testa al timido e impacciato Ezio. Comincia così una lunghissima, lenta, travagliata e appassionata storia d’amore, condita da insicurezze, dubbi, paure e un innegabile desiderio di libertà: ma tutto ciò viene solo accennato. Si intuisce, si capisce, si indovina e questo basta. Ezio e Giovanna si amano passeggiando, nuotando in mare, tenendosi per mano, sedendosi a guardare l’orizzonte in silenzio. Fanno l’amore e le parole che lo descrivono sono impalpabili come l’aria, leggere come il vento: l’azione si comprende tramite sottintesi e allusioni in tutta la sua dolcezza. I due amanti si separano loro malgrado, intraprendono strade molto diverse. Si può percepire con chiarezza l’aura bucolica, floreale, fruttifera e pastorale che caratterizza quella di Ezio, fra le montagne di Bolzano, e l’odore mutevole del lungo viaggio – fuga per l’Italia e l’Europa di Giovanna. Entrambi i fuggitivi soffrono in silenzio o senza accorgersene, il tempo passa, i due protagonisti invecchiano, tutto muta, qualcosa di importante invece non cambia. E sarà proprio quel qualcosa a richiamare il passato tentando di riviverlo da parte dei due amanti… Che altro posso dire? Alla fine del libro avevo le lacrime agli occhi, per colpa dell’immensa malinconia e dolcezza sprigionatesi da quelle poche pagine e da questo romanticismo implicito che mi hanno avvolto da capo a piedi, dentro e fuori. Assolutamente consigliato.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
2.0 su 5 stelle
L' "amore" ai tempi del wrestling, 26 aprile 2013
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Altro che “splendido”! Questo libro è un disastro punto e basta. Eh sì che avevo grandi aspettative amando la letteratura rosa… Le uniche cose che si salvano, a mio parere, sono lo stile di scrittura e il contenuto delle prime pagine. Perché Jamie McGuire scrive molto bene, e su questo non ci piove: il lessico è molto curato e semplice, le descrizioni non sono eccessivamente lunghe ma rimangono comunque ben fatte e oltretutto l’inizio della storia mi aveva proprio conquistata: adoravo seguire ogni singola fase del corteggiamento di Abby da parte di Travis, lei che vinceva la sua riservatezza per abbandonarsi tra le braccia di quel ragazzo perdutamente innamorato di lei… Eh sì. Avrei proprio voluto che questo dolce, lungo e travagliato corteggiamento dell’inizio del romanzo non finisse mai… Ma, ahimè, desiderare non basta, perché arriva immediatamente l’elemento che più ho odiato in assoluto e che distrugge tutta la bellezza del principio, ovvero i personaggi (che nel corso della storia non fanno altro che mangiare, dormire, ubriacarsi e partecipare a festini), i quali sembrano tutti quanti degli stupidi burattini provenienti da un teatrino dell’assurdo! Partiamo con la ciliegina sulla torta (parecchio grama, bisogna dirlo), ovvero Travis “Mad Dog” Maddox (e Mad lo è per davvero) che sembra il figlio nato dal matrimonio tra Arnold Schwarzenegger e Sylvester Stallone: non appena uno tossisce o sfiora la sua amata con la punta dell’unghia, il suddetto “Cane Pazzo” per poco non lo ammazza di botte! Sul serio: in tutto il libro Travis avrà picchiato almeno una decina di persone e senza che nessuno intervenga a fare qualcosa o a punire qualcuno! Devo proprio ammettere che durante la lettura mi veniva una voglia matta di entrare nel romanzo per soccorrere i poveri sfortunati lividi, pesti e sanguinanti e portare loro in un ospedale e Travis al manicomio! E non chiamatemelo amore, per favore! Questa è pazzia pura. (Non sarà che forse ho letto “L’arte della guerra” di Sun Tzu sotto falso nome)? Ho sentito un sacco di ragazze dire che vorrebbero un fidanzato come Travis… Beh, io passo! Ma vogliamo parlare, poi, del fatto che ogni ragazza farebbe di tutto per andare a letto con lui e non appena lo vede sbava come un cagnolino? Ormai hanno proprio stufato questi personaggi così finti, forzati e costruiti! Al secondo posto abbiamo America, la migliore amica di Abby, nonché l’incoerenza fatta persona: prima fa di tutto per allontanare la protagonista da Travis, poi vuole che si fidanzi con lui, poi le intima nuovamente di lasciarlo, poi ricomincia a dirle di tornare con lui… Che due scatole! Deciditi, ragazza mia! Terzo posto: Parker Hayes, primo interesse amoroso di Abby, che io ho soprannominato “Il Bietolone” perché, nonostante anche un cieco si accorga di quanto sia forte il rapporto tra Abby e Travis, lui continua imperterrito come un tontolone a corteggiare la protagonista senza nemmeno manifestare qualche segno di gelosia per la loro relazione! Boh. Io al suo posto avrei mollato Abby da un pezzo. Quarto posto: Abby Abernathy, una ragazza piuttosto insopportabile, superficiale e stupidotta che si crea tanti problemi inutili, assurdi, insensati e per niente, quando un ragazzo darebbe la vita per lei nella totalità del suo amore incondizionato. Svegliati Abby e finiscila di crogiolarti in tragici piagnistei autobiografici, cinematografici e farlocchi, dato che in tutto il romanzo ti fingi la santarellina di turno! Quinto posto: tutti gli altri personaggi secondari, utili quanto un maglione di lana a Ferragosto e piazzati proprio lì a casaccio tanto per allungare il brodo e le pagine. Per riassumere: la delusione, viste le ottime premesse, è stata veramente cocente, il libro, dopo le prime pagine, diventa un mattone colossale e piuttosto ripetitivo (ho impiegato una vita a terminarlo) e… Beh, sulla spropositata bellezza dei personaggi ho detto tutto. So che a molti è piaciuto, e rispetto pienamente gli estimatori di questo libro, ma io personalmente non me la sento di consigliarlo. P.S. Dovrebbe uscire prossimamente il seguito del romanzo, il cui titolo inglese è “Walking disaster”, e non è altro che “Uno splendido disastro” scritto dal punto di vista di Travis. Ma mi sa tanto che non lo leggerò.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
E io amo questo libro!, 17 aprile 2013
Questo splendido libro, tra l'altro corredato da bellissime e buffe illustrazioni interne, è scritto in prima persona e sostanzialmente si divide in due blocchi stilistici: il primo puramente narrativo e cronologicamente lineare, mentre il secondo è scritto in forma di diario. Attenzione però! Hiro Takata, nonché protagonista della vicenda, non scrive queste pagine del secondo blocco iniziando con il tipico “Caro diario” ma bensì con “Caro clone”. “Perché mai?” vi chiederete voi. Beh, oltre che per descrivere meglio se stesso e la propria persona, il nostro Hiro immagina costantemente un ipotetico futuro di progresso scientifico nipponico (positivo o meno) che culminerà con la clonazione umana e di conseguenza anche la propria. Quindi, perché non fornire istruzioni personali e di sopravvivenza ad un nuovo me per aiutarlo a trionfare in questo Giappone odiato da Dio? Perché è esattamente questa la Terra del Sol Levante degli anni Novanta ivi raccontata: immondizia. Un paese di false speranze, sogni infranti, vizi, peccati, sbornie, droghe e illusioni, segnato dalla crisi economica e dove migliaia di persone faticano a trovare, e a conservare, un lavoro. Ed è qui che il protagonista nasce, cresce e si forma. Da bambino egli diventa ragazzo e infine uomo solo dopo un lunghissimo e difficile processo. Bisogna proprio dirlo: Hiro Takata è semplicemente indimenticabile oltre che adorabile! E’uno di noi, seppur in versione molto comica ed esagerata, ed è impossibile non aver mai provato almeno una sola delle cose capitategli. Sfortunato in amore e in lavoro (appena ne trova uno lo perde con estrema facilità dopo pochi giorni per i motivi più assurdi), desideroso di essere accettato dagli altri, pieno di dubbi e insicurezze sul mondo, sulla società, e in particolare sulla propria identità, molto legato ai propri cari ma soprattutto… Simpaticissimo! Tutte le disavventure che capitano al povero Hiro sono raccontate con una verve talmente umoristica che non possono assolutamente lasciare indifferenti, essendo la dolce semplicità di una vita, condita con uno stile di scrittura non complesso e uno humor brillante, ciò che c’è di più bello quando si ride. E quando qualcosa va bene… Che altro si può fare se non commuoversi per quel gran mito di Hiro dopo tutte le delusioni che ha dovuto ricevere? Poche volte mi è capitato di ridere e piangere contemporaneamente leggendo un libro. Ebbene, dopo tanto tempo ho nuovamente sorriso fra le lacrime mentre il mio sguardo lucido si posava su questa meravigliosa storia. “Dio odia il Giappone” non è solo un libro: è l’esaltazione stessa dei sentimenti di ogni tipo, accompagnata dal loro richiamo, rimpianto e rifiuto da parte di ogni personaggio. Che altro dire, quindi? Tuffatevi insieme ad Hiro in questo Giappone decadente e divertentissimo! Non ve ne pentirete!
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3.0 su 5 stelle
Una questione di stile, 9 aprile 2013
Questo libretto dovrebbe essere la rilettura della leggenda di papa Gregorio Magno secondo cui egli sarebbe nato da un rapporto incestuoso e ne sarebbe stato a sua volta vittima. Ebbene il problema è che non sembra una rilettura, ma piuttosto una stesura in prosa, una parafrasi, quasi una versione di latino tradotta da uno studentello del liceo alle prime armi. Infatti la vicenda di questo Edipo medievale e della sua amartìa (“colpa tragica” in greco, ovvero una colpa commessa inconsapevolmente), oltre che la sua espiazione e il suo cammino di redenzione, sono trattate in modo estremamente sbrigativo, superficiale e troppo, troppo ripetitivo (ad esempio, la vita e gli accadimenti di certi personaggi vengono ossessivamente ribaditi per almeno cinque o sei volte nel giro di una ventina di pagine) e le singole emozioni provate sono solo parole su carta. Come se non bastasse, la scelta di “copia-incollare” filo per segno i contenuti del poema da cui il romanzetto è tratto non ha dato il minimo spessore psicologico a nessuno dei protagonisti, rendendoli più anonimi di un fantasma. Ovviamente, dopo tutto quel che ho detto, non bisogna aspettarsi un affresco storico ben definito date le descrizioni minime ed essenziali, e se non avessi saputo dalla quarta di copertina di leggere un romanzo ambientato nel XII secolo, non ci avrei mai creduto. C’è da dire, tuttavia, che il linguaggio utilizzato è veramente raffinato e ricorda molto quello usato dagli antichi trovatori medievali e quell’aura antica che manca nelle già scarse descrizioni si può quasi sentire come una brezza molto leggera, un profumo poco intenso ma entrambi piacevoli. Per concludere posso dire che, secondo me, l’autrice avrebbe dovuto “metterci del suo” nel libro, interpretarlo e arricchirlo secondo i propri gusti e scelte personali, creando così un vero e proprio mondo ben definito sebbene ormai trascorso, anche se posso capire che abbia voluto evidenziare maggiormente l’aspetto emotivo-divulgativo (per quanto di emotivo ci sia) della storia, piuttosto che concentrarsi sui restanti fattori esterni. Lo consiglio soltanto a chi cerca un romanzo storico breve senza troppe pretese.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
3.0 su 5 stelle
Amori ed equivoci a Messina, 5 aprile 2013
Premessa: non nutro una fortissima simpatia per Shakespeare. Non metto assolutamente in dubbio che dimostri sempre uno stile impeccabile, molto raffinato e pulito nei suoi componimenti, ma le sue storie non mi coinvolgono come dovrebbero. “Romeo e Giulietta” non mi ha colpito particolarmente, così come “Macbeth”, e ho semplicemente odiato “La commedia degli errori”. Quindi l’idea di leggere un’altra opera del celeberrimo drammaturgo mi aveva trasformato nell’ “Urlo” di Munch (sì, sono stata costretta a leggerlo per motivazioni recitative - teatrali) anche se, devo ammetterlo, non avevo mai sentito nominare questo titolo fra i suoi componimenti e un po’di curiosità mi era venuta. (Non so sia uno dei suoi lavori meno famosi o sono io che sono poco documentata al riguardo). Magari mi sarei trovata qualcosa di bello fra le mani e fortunatamente così è stato. Dunque: siamo a Messina, in un aristocratico ambiente di corte di fine Cinquecento, dove seguiamo principalmente le vicende di due coppie: la prima costituita da Claudio ed Ero, la seconda da Beatrice, cugina di Ero, e Benedetto, un caro amico di Claudio. Ma se fra i primi è amore a prima vista, gli ultimi due, invece, non si possono nemmeno guardare in faccia senza prima essersi pesantemente insultati (e secondo voi come andrà a finire fra loro)? La storia si dipana quindi fra feste, balli, travestimenti, complotti, inganni, calunnie e fraintendimenti, dove i nostri quattro eroi faticheranno non poco per coronare (o ammettere) il loro amore, aiutati dai famigliari, quanto da personaggi buffoneschi e astuti. Chiariamoci: l’inizio della commedia è una pizza. All’inizio vi sono, infatti, praticamente e unicamente chiacchiere da salotto, gossip e pettegolezzi tipici di una corte, tanto che ho pensato più volte di abbandonare il libro, ma ho tenuto duro sperando in una svolta (ovvero il fattore che innescherà gli equivoci) che, grazie al cielo, c’è stata e mi ha fatto apprezzare il tutto. Anche se a mio parere la trama è piuttosto prevedibile e banalotta (in quante migliaia di commedie, in fondo, si trovano degli intricati nodi di errori e fraintendimenti da districare?), non ho potuto fare a meno di affezionarmi a tutti i protagonisti, in primis Benedetto e Beatrice, quest’ultima in possesso di un carattere veramente forte, tenace e testardo, oltre che di una lingua velenosissima e una bocca capace di sputare pesanti sentenze. Non bisogna pensare, però, che sia una bisbetica megera, al contrario, più volte si dimostra molto dolce e protettiva nei confronti della cugina e detentrice di sentimenti profondi che non ha il coraggio di rivelare. Però… Che dire? Mi piacciono troppo le tipette tutto pepe nate in un’epoca sbagliata! Claudio ed Ero, invece, suscitano quasi tenerezza nel loro candore, innocenza ed ingenua esperienza d’amore. Lui, timido nella materia di Cupido ma valoroso nella vita e nella guerra, si lascia un po’ troppo influenzare dalle circostanze, dalle maldicenze e dalle persone, senza mai verificare che ciò che gli viene riferito sia tutto vero. Oserei definirlo lunatico, proprio come Leonato, il padre di Ero, che un secondo prima adora la figlia, poi la vuole morta e sofferente e subito dopo la riama! Ma che bel padre, tutti dovrebbero averne uno così! Vabbè, siamo nel Cinquecento, concediamogli il fatto di possedere una mentalità arcaica e superata. Ero, forse uno dei personaggi meno caratterizzati, non dice molto nell’opera, ma è perfettamente intuibile quanto bene rivesta il ruolo di delicata e fragile verginella di turno. Come dimenticare, poi, Carruba e Sorba, i soldati della ronda? Saranno anche i dei ex machina della vicenda, ma sono simpaticissimi! Personaggi sì diligenti e scrupolosi nel loro lavoro, ma terribilmente comici nella cura superflua della loro dignità e integrità morale anche nei momenti più seri e peggiori. Non c’è una sola battuta che dicessero che non mi abbia divertita. Concludo rivolgendomi a te, caro Shakespeare: stavolta mi sei piaciuto e chissà che in futuro i miei occhietti non cadranno su qualche altro tuo lavoro.
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