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Classifica Top recensori: 435
Voti utili: 84
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Recensioni scritte da Carlo Turco (Roma -Italia)
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4.0 su 5 stelle
Di meno e di più di un "giallo", 17 marzo 2013
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Catalogato nel genere "gialli", questo breve romanzo è qualcosa di meno e qualcosa di più. Di meno perché gli amatori del genere (e personalmente non sono più tra questi) potrebbero avere difficoltà ad apprezzare un giallo che non solo non è d'"azione", ma è basato principalmente su analisi, ragionamento e deduzione, per di più condotti da dilettanti e non da poliziotti, investigatori privati, oppure giornalisti o avvocati che si trasformano in detective per l'occasione. Qualcosa di più perché, in effetti, il racconto è in larga parte dedicato a fornire un quadro di vita della piccola provincia toscana. E certamente aiuta molto la scelta del linguaggio, intrisa di vernacoliere - pèer la precisione, pisano - al quale deve molto la verve e l'umorismo della narrazione. Una lettura leggera, quindi, ma assai garbata e piacevole. E una scrittura che spicca per uno stile sobrio, senza forzature, mille miglia lontano da quelle (pessime) imitazioni dei thriller anglosassoni che non di rado caratterizzano la giallistica nostrana contemporanea e l'opera di autori spesso sopravvalutati. Conoscere Marco Malvaldi attraverso questa narrazione è stato senza dubbio un piacere. Una lettura che perciò mi sento senz'altro di consigliare. Un'ultima annotazione: la presentazione del risvolto di copertina è assolutamente attendibile, non vi sono promesse destinate a essere smentite né spaccio di messaggi più o meno arbitrari; anche questo un pregio tanto raro quanto apprezzabile, di cui bisogna essere grati all'editore Sellerio e che sarebbe bello facesse scuola.
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4.0 su 5 stelle
Relazioni d'amore: variazioni sul tema, 17 marzo 2013
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Questi dodici racconti narrano di altrettante coppie di persone, uomo e donna, non sempre né necessariamente amanti: della loro vita o di loro particolari vicende; dei sentimenti reciproci; dell'incontrarsi, ritrovarsi, lasciarsi, o rimanere insieme. Sullo sfondo, sempre, storie di amori. La scrittura è estremamente gradevole, mai scontata, spesso capace di sorprendere: sempre esente da stereotipi e luoghi comuni nei quali sarebbe stato pur facile cadere. Sono messi in evidenza aspetti e sfumature assai particolari di persone e relazioni. Niente sentimentalismi, nonostante il tema dominante: al contrario, spesso molto umorismo, ma senza inclinazioni al cinismo o al sarcasmo. Le descrizioni di ambienti esterni, come quelle di stati d'animo interiori,sono sempre assai efficaci, in termini che non possono illustrarsi se non riportando le parole della narratrice stessa: "...piccole onde si arricciavano lente lungo la spiaggia, allargandosi con tale riluttanza che il loro lieve sciabordio faceva parte del silenzio"; un calice viene descritto come "...trasparenza pura, il nulla raccolto nel vetro"; ed ecco l'atmosfera inquietante prodotta dai "...rumori del bosco di notte, la sensazione di creature che si ritirano nell'ombra spiando gli intrusi". L'inizio, apparentemente imprevedibile e imprevisto, di una relazione comporta necessariamente una "...curiosa sospensione della consapevolezza", nel senso che, viceversa, "...se scegliessi di essere consapevole capiresti cosa sta per succedere." Una lettura decisamente gratificante per palati fini, non per chi cerca sensazioni forti o avventure travolgenti.
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3.0 su 5 stelle
Un dramma protratto troppo, 17 marzo 2013
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Questo lungo racconto romanza la storia assai nota dell'incidente di auto del Senatore Edward Kennedy che costò la vita alla giovane segretaria che l'accompagnava. La storia è narrata e vissuta dal punto di vista della giovane donna, affascinata dal senatore incontrato da poco ma a lei ben noto per averne fatto oggetto della propria tesi di laurea. Tutta la narrazione è condotta tramite flashback successivi, negli attimi che precedono la morte per annegamento della protagonista. Si tratta di una narrazione assai efficace e suggestiva, all'altezza delle ben note capacità di questa autrice. E tuttavia, a mio parere, oltre un certo limite gli aspetti sperimentali e tecnici della costruzione narrativa finiscono per farsi notare con troppa evidenza, a scapito dell'effetto di coinvolgimento. Una narrazione meno diluita, una riduzione del testo alle dimensioni di racconto lungo, avrebbero senz'altro giovato. Questo è il motivo per cui non mi sento di assegnare oltre 3 stelle ad un'autrice che è tra le massime contemporanee e tra le mie preferite.
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Alice
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da Judith Hermann Edizione Brossura |
| Prezzo: EUR 8,08 |
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2.0 su 5 stelle
Repetita non juvant, 30 novembre 2012
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Alice è la protagonista dei cinque racconti che compongono questo libro di Judith Hermann; qualcuno ha anche parlato di romanzo articolato in cinque capitoli, ma a me sembra una lettura un po’ forzata, mancano troppi elementi costitutivi del romanzo (conflitto, intreccio, evoluzione, struttura, ecc.). Ciascuno dei racconti è intitolato ad un uomo – cui Alice è affettivamente legata in tipi di relazione diverse, attuali o trascorse – che muore, o è morto. Ognuno dei racconti si sofferma in termini attenti e particolareggiati su sensazioni, sentimenti, memorie, riflessioni, eventi, persone collegati a queste perdite. Il tutto intrecciato a scene ed ambienti dell’attualità quotidiana, colti con altrettanta attenzione ai dettagli, nel momento in cui la protagonista si trova a confrontarsi con queste morti – inattese, annunciate o remote. E’ attraverso questa narrazione centrata sul presente che vengono tratteggiati i lineamenti di Alice, della persona morente o scomparsa, dei loro legami, passati o presenti ma sempre persistenti. Il senso della perdita, dell’ineluttabile, enfatizzati dal confronto con la vita che va avanti, costituiscono il tema centrale, l’atmosfera dominante di una narrazione che però, anche nei momenti emotivamente più intensi, non scivola mai nel sentimentale o nel sensazionale. Al contrario, semmai, emozioni, sentimenti, empatie vengono filtrati da un costante atteggiamento di distacco quasi stoico e, comunque, pienamente consapevole. Stile e registri della scrittura sono pienamente funzionali ed efficaci nel sostenere questa rappresentazione. Il problema, tuttavia, a mio avviso, nasce proprio dagli elementi più pregevoli della scrittura della Hermann. Soggetto, tema e modi del narrare, che si fanno apprezzare per originale suggestività all’inizio, finiscono tuttavia, nella successione dei racconti, per rendere man mano più avvertibile un carattere di ripetitività sempre più accentuata, quasi meccanica: fino a che riesce difficile sottrarsi alla sensazione di avere a che fare con una costruzione assai studiata e strumentale. Con la conseguenza che, procedendo nella lettura, finisce per inaridirsi ogni senso di partecipazione solidale e di coinvolgimento emotivo nelle vicende di Alice, lasciando il posto, semmai, ad un senso di freddo disagio.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
Assoluzione forzosa, 28 novembre 2012
Questo racconto del 2011, assai rappresentativo di una delle modalità della narrativa di Joyce Carol Oates, quella che inclina al noir, si incentra sulla vicenda della protagonista – la bibliotecaria di mezz’età Denise McSwann, che vive da single con padre e fratello – chiamata a far parte della giuria che dovrà giudicare un imputato di omicidio, individuato solo attraverso le iniziali, R.S.. Sin dal titolo e dalle prime pagine, nelle quali Denise si dichiara convinta dell’innocenza dell’imputato, è agevole indovinare come si concluderà la vicenda. E tuttavia il racconto non perde nulla della sua capacità di avvincere, per i modi nei quali a poco a poco vengono precisati carattere, motivazioni, finalità della protagonista nel perseguimento del suo obiettivo. E nell’esito, pur prevedibile e annunciato, non manca un elemento a sorpresa che mostrerà al lettore tutta la vicenda sotto una più cruda, drammatica luce: provocandogli persino un senso di disagio per quel po’ di empatia compassionevole che questa donna, dalla mente contorta e malata, sembrava potersi meritare. Particolarità interessante sta nel fatto che, oltre alla traduzione italiana effettuata da Carlo Mello, questo libretto contiene anche la versione originale di Mistrial, nonché una intervista alla Oates – anch’essa in italiano e in inglese - della curatrice, Mary Morris. E’ così possibile apprezzare direttamente stile e linguaggio dell’autrice, e conoscerne pensieri e atteggiamenti riguardanti sia il racconto specifico sia, più in generale, la sua attività di scrittrice.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
2.0 su 5 stelle
Lo scivolone del calabrone (e di Follet), 8 novembre 2012
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Questo romanzo del 2002 di Ken Follet prende spunto da un episodio vero delle Resistenza danese nell’ultima guerra, così come è indicato da Follet all’inizio del volume e con qualche maggior dettaglio sul proprio sito web ([...]). Su quell’episodio oggi sappiamo molto di più, grazie ad un libro di Mark Ryan del 2009: The Hornet's Sting: The Amazing Untold Story of World War II Spy Thomas Sneum (http://www.amazon.com/The-Hornets-Sting-Amazing-Untold/dp/1602397104). Thomas Sneum fuggì dalla Danimarca, invasa dai Tedeschi, proprio con un aereo Hornet Moth e venne poi nuovamente inviato dai servizi segreti britannici nel suo paese, dove raccolse preziose informazioni sulle installazioni radar dei nazisti e sui loro piani di sviluppo della bomba atomica. A partire da questi elementi Follet ha tessuto la trama del suo romanzo, che vede Harald Olufsen, un diciottenne danese, scoprire casualmente un impianto radar nazista, proprio mentre i Servizi segreti britannici decidono di inviare una profuga danese da loro reclutata, Hermia Mount, a tentare di capire dove e quali apparecchiature naziste siano presumibilmente all’origine delle gravi perdite di aerei che la RAF subisce nelle sue incursioni. Entrare negli ulteriori dettagli della vicenda significherebbe privare il lettore degli elementi sorprendenti che rendono la storia di Follet avvincente e intrigante. E non c’è alcun dubbio che la storia appare ben costruita, tenendo sempre alta la suspense e l’interesse del lettore nel seguire le diverse peripezie di personaggi elaborati fuori dagli stereotipi e caratterizzati in termini assai convincenti. Tuttavia, da un certo punto in poi – almeno per quel che mi riguarda – il racconto finisce per perdere la sua capacità di presa e per crollare rovinosamente. Non solo e non tanto perché, ad un certo punto, nella narrazione viene ad inserirsi quello che definirei un manuale descrittivo del famoso Hornet ridondante di dettagli tecnici privi di qualsiasi funzionalità, che però finisce per smorzare l’attenzione, inducendo nel lettore la tentazione di sorvolare qualche pagina. Ma soprattutto, e decisamente, perché da un certo punto in poi la costruzione dei colpi di scena e degli imprevisti finisce per basarsi esclusivamente su comportamenti tanto insulsi quanto scarsamente plausibili da parte di personaggi maggiori e minori degli opposti schieramenti. Con l’irrimediabile perdita della sospensione dell’incredulità che ne consegue, il racconto finisce per naufragare come uno dei tanti film di spionaggio di serie B che si affidano a spettatori disposti a bersi di tutto. E la delusione, è tanto maggiore, a mio parere, specie dopo una storia che è apparsa a lungo estremamente promettente, proprio perché non siamo di fronte a un autore qualsiasi, bensì a Ken Follet. Il mistero irrisolto di questo thriller è soltanto uno: come mai tanti recensori abbiano ignorato, o abbiano finto di ignorare, queste insopportabili cadute di contenuti e di stile, e come mai Mondadori abbia scelto di collocare proprio questo lavoro di Follet tra i suoi “Oscar”.
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4.0 su 5 stelle
Intenzioni e casualità, 8 novembre 2012
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Questa novella di Georges Simenon, del 1963, non appartiene propriamente al novero dei gialli per cui l’autore belga è più rinomato e letto: ma credo che possa collocarsi a pieno titolo tra i lavori più rappresentativi delle sue straordinarie capacità narrative. La storia, in sintesi, potrebbe presentarsi come un qualsiasi, banale episodio di cronaca nera, centrato sulle vicende di una segreta passione extraconiugale, consumata in una piccola cittadina della provincia francese: ma Simenon la trasforma in un gioiello di lettura avvincente, di quelle che risultano assai difficili da interrompere. Il racconto si apre proprio sulla scena dei due amanti – il trentatreenne Antoine Falcone, familiarmente detto Tony, rappresentante di macchine agricole, e la coetanea Andrée Despierre, nata Formier, coproprietaria con il marito Nicolas della drogheria locale – che hanno appena fatto l’amore nella “camera azzurra” dell’Hotel des Voyageurs gestito dal fratello di Tony, Vincent. La narrazione, in terza persona, viene svolta quasi interamente dal punto di vista di Tony, con alcuni estemporanei, perfettamente amalgamati interventi di un narratore esterno. Ed è fin dalle prime pagine, attraverso un improvviso salto di tempo nel futuro, che il lettore viene deliberatamente messo nelle condizioni di capire che questa passione avrà un epilogo tragico. Eppure – ed è qui che si manifesta la maestria di Simenon – il racconto non perde assolutamente di interesse, la suspense è mantenuta in pieno sino alla fine. Non soltanto per la curiosità ovvia di conoscere più specificamente, nei dettagli, la configurazione di quell’epilogo; ma, e soprattutto, grazie ai termini in cui – mediante un continuo, ben dosato, talora sorprendente andirivieni tra tempo presente e tempo di svolgimento della storia, che dà spazio a inattesi colpi di scena e variabilità di giudizi o prospettive – vengono svelati a poco a poco, filtrati dalla memoria e dalle riflessioni di Tony, eventi, motivazioni, radici ed inclinazioni caratteriali, legami affettivi, che a quell’epilogo hanno condotto attraverso un intreccio complesso, e spesso mutevole, di casualità e intenzionalità. Altrettanto efficacemente viene definita l’ambientazione di una storia che, nonostante gli accorgimenti, si rivelerà alla fine impossibile nascondere agli sguardi aguzzi, alle orecchie tese e all’immaginazione maliziosa della pettegola comunità di Saint-Justin-du-Loup. La scena iniziale rappresenta e condensa i caratteri distintivi della passione tra Tony e Andrée: piuttosto riservata, vanitosamente gratificante, e già distaccata, nel caso del primo; incline a proiettarsi nel futuro, esprimendo una possessività che può anche ferire, letteralmente, nel caso della seconda. Non a caso, nella memoria anche visuale del protagonista, la scena della “camera azzurra” – luogo unico degli incontri periodici dei due amanti - viene rievocata nei momenti cruciali della vicenda, focalizzandone dettagli e sfumature che nella loro permanenza o, al contrario, nella loro mutevolezza, risultano più emblematici e significativi nei momenti in questione. Una lettura, in definitiva, che dovrebbe essere assai gradita tanto ai conoscitori di Simenon quanto a chi ne abbia una conoscenza limitata o vi si avvicini per la prima volta.
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4.0 su 5 stelle
Il breve, lungo viaggio di Phoebe, 27 ottobre 2012
Di questo, che è il romanzo di esordio di Jennifer Egan - l'autrice premiata nel 2010 con il premio Pulitzer per il romanzo "Il tempo è un bastardo" - ho scritto una recensione che può trovarsi sotto il titolo originale del romanzo - "Invisible Circus" - di cui ho acquistato e letto l'edizione Kindle.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
Il breve, lungo viaggio di Phoebe, 24 ottobre 2012
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“Invisible Circus” è il romanzo di esordio di Jennifer Egan, l’autrice di “Il tempo è un bastardo” (“A Visit from the Goon Squad”), vincitore del Pulitzer nel 2010 e altri premi letterari. Pubblicato nel 1996 – con versione italiana della Piemme, edita nel 2003 con il titolo “La figlia dei fiori” – questo romanzo presenta temi e tratti stilistici che riemergeranno anche nel lavoro più recente e di successo della Egan. Al centro di “Invisible Circus” è la storia di Phoebe, una diciottenne di San Francisco, perseguitata dalla memoria della morte suicida della sorella maggiore di cinque anni, Faith - elevata a modello da imitare, amatissimo ma anche invidiato - e del percorso attraverso il quale la stessa Phoebe riuscirà a superare le proprie ossessioni, elaborare i propri lutti, rievocare più serenamente la memoria della sorella e dell’infanzia, accingersi ad una vita propria non più dominata dalla convinzione che “tutte le cose che desiderava maggiormente appartenessero già a qualcun altro”. La storia si svolge tra il giugno e il novembre del 1978: ma l’evocazione dei ricordi della ragazza, che attraversa tutta la narrazione, dispone progressivamente le tante tessere che forniranno un disegno compiuto della vita e dei legami familiari della protagonista con Faith, il fratello Barry, la madre e il padre. Anche il padre – cui Faith era legata da un rapporto privilegiato – è deceduto prematuramente. Una perdita resa ancor più dolorosa, per i tre ragazzi, dalla con-vinzione che la sua morte segnasse l’epilogo di una vita in cui la sua vocazione artistica avesse dovuto essere sacrificata, per il benessere della famiglia, all’impegno in un lavoro sicuro e remunerativo quanto detestato. Sarà anche questo lutto a spingere nel 1970 Faith, diciassettenne, ad avventurarsi in un viaggio in Europa, che si concluderà drammaticamente sulle scogliere di Corniglia, borgo delle Cinque Terre, nel novembre di quell’anno. Phoebe non riesce a darsi pace per il destino di quella sorella così piena di vita e partecipe della ribellione giovanile degli anni ’60, tra sit-in, manifestazioni universitarie, marce della pace, ed eventi entrati nella leggenda del mondo hippy, come quello organizzato dai Diggers in San Francisco denominato “Invisible Circus” - una tre giorni di musica, danze, rappresentazioni improvvisate, sesso e droga. Vorrebbe saperne di più, comprenderne le ragioni di quella morte. E alla fine del giugno 1978, insofferente della convivenza con la madre, dopo la partenza di Barry, Phoebe decide di ripetere quel pellegrinaggio europeo seguendo fedelmente, tappa per tappa, le tracce lasciate dalla sorella attraverso numerose quanto laconiche cartoline che Phoebe aveva diligentemente raccolto e conservato. Londra, Amsterdam, il Belgio, Reims, Parigi le tappe del viaggio - segnate dal susseguirsi delle esperienze di Phoebe, dai suoi incontri con droga, sesso, misticismo - che la porteranno infine a Monaco. Qui incontra, fortuitamente, Wolf, il ragazzo di Faith che l’aveva accompagnata nella sue peregrinazioni europee, sino a che, a Berlino, le loro strade s’erano divise. Ed è assieme ad un Wolf in parte riluttante ma al tempo stesso deciso a non lasciarla andare da sola, che Phoebe compie, alla volta di Corniglia, la parte finale e decisiva del viaggio, per venire a capo degli enigmi . La narrazione si svolge prevalentemente dal punto di vista di Phoebe, in terza persona, con un largo ricorso al flusso di coscienza. Non mancano però incursioni improvvise di un narratore esterno onnisciente, così come dal punto di vista di altri personaggi, sia pure filtrati dalla percezione di Phoebe. E certamente anche l’abilità nel gestire questi repentini mutamenti di prospettiva, unitamente a quella nell’intrecciare tempo del racconto e tempo della storia, eventi attuali ed eventi trascorsi in fasi del passato non ordinate cronologicamente, il ricorso continuo a dissolvenze appena avvertibili o, viceversa, quasi spaesanti, sono uno dei fattori, nei modi della narrazione, che contribuisce a renderla particolarmente avvincente. E se la storia è certamente incentrata sulle storie individuali di Phoebe e dei diversi personaggi a lei legati, essa acquisisce un più ampio respiro grazie alla sua ambientazione, efficacemente tratteggiata, nell’epoca dei movimenti giovanili dei tardi anni sessanta, con riferimento alle loro speranze, aspettative, volontà di cambiamenti radicali, come anche alle loro delusioni, ai velleitarismi, e anche alle degenerazioni distruttive e autodistruttive che ne coinvolsero taluni settori. A costituire il tessuto della trama del romanzo, oltre agli eventi, partecipano in termini sostanziali il succedersi e l’evolversi di riflessioni, percezioni, presentimenti, intuizioni, sogni, fantasie, angosce, e tutto ciò, insomma, che contribuisce a definire stati d’animo talvolta affatto candidi, spesso complessi, non di rado contraddittori, attraverso i quali si delineano i caratteri dei personaggi. Appare importante sottolineare, infine, il fatto che, quantunque temi e vicende potessero prestarvisi assai facilmente, non si verifica mai uno scivolamento nel sentimentalismo. Un’ultima notazione riguarda l’appunto critico, mosso da qualcuno, secondo il quale gli sviluppi delle vicende nel romanzo si affidano non di rado all’intervento di coincidenze e casi fortuiti talmente improbabili da metterne a dura prova la credibilità. A me non sembra affatto, anzi: del resto, quante volte, nella vita di tutti noi, ci è capitato di imbatterci in combinazioni e casualità che son sembrate sfidare le realtà più romanzesche?
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3.0 su 5 stelle
Ricerca come liberazione, 3 ottobre 2012
Acquisto verificato Amazon (Cos'è?)
Al centro della storia, raccontataci dalla narratrice-testimone Fanny, sono le vicende di una famiglia di signorotti della campagna britannica, centrate, in particolare, su quelle della bella cugina Linda. La storia, che si svolge a ridosso e poi all'inizio della seconda guerra mondiale, è spesso molto "riferita", in rigorosa sincronia con i tempi propri della vicenda, secondo modi che si riscontrano più frequentemente in memoir e biografie. Lo stile prescelto finisce per rendere la narrazione, a momenti, piuttosto piatta e a generare l'impressione di una ridondanza di particolari. Tuttavia la scrittura è generalmente assai scorrevole, densa di spunti umoristici caratterizzati, tipicamente, dall'understatement britannico. Il fulcro del romanzo è costituito dalle vicende amorose di Linda, che danno il titolo al romanzo. Ma non è difficile intravvedere, al di là della ricerca dell'amore da parte di una giovane donna, in termini assai spesso avventati e segnati da una frivolezza alquanto egocentrica, l'impulso - seppure inconsapevole - a sottrarsi al mondo asfittico e snobistico della borghesia rurale - nel caso specifico dominato dalla figura di un padre-padrone irascibile, misantropo e misogino, insofferente della modernità - e delle convenzioni che ne dominano i comportamenti, soprattutto nel campo dei rapporti familiari e matrimoniali. Eventi, traversie e conflitti vengono comunque trattati senza alcuna concessione alla drammaticità, e nemmeno ad una partecipazione realmente empatica. Ne risulta una lettura, in definitiva, piuttosto gradevole ma assai leggera, talora al limite del superfluo, e quindi incapace di generare coinvolgimento sul piano delle idee, dei sentimenti o delle emozioni. Anche se - forse per contrasto - la conclusione della storia, nella sua laconica rapidità, può risultare inattesamente toccante.
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