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Gianfranco Sherwood
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The General - Come Ho Vinto La Guerra
The General - Come Ho Vinto La Guerra
DVD ~ Buster Keaton

5.0 su 5 stelle Per l'amore di una locomotiva, 3 aprile 2011
Buster Keaton (1895-1966) è stato uno dei grandi del primo cinema Usa. Autore completo, ha curato ogni aspetto dei suoi lungometraggi. Questo "Come vinsi la guerra" ("The general", 1926) è tra i suoi esiti migliori e a vederlo oggi colpisce ancora per la perfetta confezione e l'intelligenza della trama. Siamo in Georgia e, allo scoppio della Guerra di Secessione, tutti gli uomini corrono ad arruolarsi. Spinto dalla fidanzata, di cui è innamoratissimo, vorrebbe fare così anche Johnny Gray, che di mestiere fa il macchinista di ferrovia. In effetti, la locomotiva affidatagli - chiamata The general - è l'altro amore della sua vita. Ma l'esercito non lo vuole - si ritiene sia più utile da macchinista - e la ragazza, equivocando, lo giudica vile e rompe il fidanzamento. Gray è però tutt'altro che un vile. Quando in seguito i Nordisti gli rubano la fidanzata e la locomotiva, entra in territorio nemico e fa letteralmente di tutto per riappropriarsene. Inoltre, fa cadere l'esercito Nordista in un'imboscata. Ne ricaverà onori e il rinnovato amore della fidanzata. "Come vinsi la guerra" è un'irripetibile commistione di comicità, avventura e guerra. Infatti, se le gag a incastro che si susseguono mentre Gray insegue the general lasciano stupefatti per l'originalità, la perfezione dei tempi e la sovrannaturale agilità che richiedono, il film è anche un sontuoso e dettagliatissimo affresco d'epoca. Le scene di massa di susseguono, ci sono battaglie, crolli di ponti, deragliamenti. Il tutto diretto con la maestria del grande regista. Far ridere avvincendo è la strategia adottata da Keaton; l'esito è quello che solo un genio può ottenere.

Les Choristes
Les Choristes
DVD ~ Jean-Paul Bonnaire
Prezzo: EUR 9,89
10 nuovo e usato a partire da EUR 8,79

2 di 3 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle Una modestia che ripaga, 3 aprile 2011
Questa recensione su: Les Choristes (DVD)
Il cinema francese è periodicamente travolto da successi abnormi, non sempre comprensibili oltre i confini. I cinici potrebbero persino sorridere vedendo "Les choristes", diretto nel 2004 da Christophe Barratier, che ha staccato in patria 8 milioni di biglietti. Perché questo remake di un film francese del 1945, narra una storia di normali buoni sentimenti, in cui un ometto, socialmente destinato alla sconfitta ma instancabilmente capace di guardare nel cuore del prossimo, riesce a cambiare in meglio la vita di alcuni ragazzi sfortunati. Lo fa con la musica, l'attenzione, la compassione. Non ci sono guizzi di regia e l'andamento è prevedibile, eppure è il film incide la memoria. C'è un tono di profonda, sentita verità: a volte, basta davvero poco per recuperare un'esistenza. In tempi cupi, in cui tutto pare destinato ad andare alla malora, è una lezione preziosa. Gran parte del merito va a Gerard Jugnot - che ha voluto il film coproducendolo - perfetto nel rendere la invincibile mitezza del protagonista. Uno di quegli umili che è impossibile sconfiggere e che costituiscono il vero fondamento del mondo.

L' Uomo Che Fissa Le Capre
L' Uomo Che Fissa Le Capre
DVD ~ George Clooney
Prezzo: EUR 9,89
12 nuovo e usato a partire da EUR 3,50

5 di 9 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle Paranormale a stelle e strisce, 3 aprile 2011
Questa recensione su: L' Uomo Che Fissa Le Capre (DVD)
Trascurando l'indecifrabile storia con la Canalis, George Clooney pare un tipo a posto. Intelligente e sensibile, impiega le proprie risorse per proporre un cinema capace di coniugare qualità a un solido impianto etico. Certo, le sue cantonate le prende (bruttarello "The american"), ma gli capita di rado, e solo quando trascura la vocazione alla critica e all'impegno. Questo "L'uomo che fissa le capre" ("The Men Who Stare at Goats", 2009) è un ottimo esempio di ciò che sa fare e del suo modo di lavorare. Lontano anni luce da tipi alla Schwarzenegger o alla Tom Cruise, che pretendono 20 milioni di dollari a film per interpretare la solita storiella infarcita di effetti speciali, in genere, Clooney preferisce produzioni a basso budget (gli stessi 20 milioni di dollari tutto compreso, un'inezia per gli standard Usa), che, recuperando rapidamente il capitale investito, gli consentono di raccontare le storie che vuole, guadagnandoci pure. E dicendo cose mai banali. Sì, possiamo perdonargli persino la Canalis.

Buz Sawyer: The War in the Pacific: 1
Buz Sawyer: The War in the Pacific: 1
da Roy Crane
Edizione Copertina rigida
Prezzo: EUR 22,95
11 nuovo e usato a partire da EUR 18,32

2 di 2 persone hanno trovato utile la seguente recensione
2.0 su 5 stelle Un inatteso passo falso, 23 marzo 2011
Be', l'idea che la Fantagraphics, per meticolosità e rispetto filologico, sia il migliore editore possibile di strip classiche era il mio undicesimo comandamento. Ed ecco che mi capita tra le mani questo brutta cosa. Perché il volume, ben confezionato e con un interessante saggio critico introduttivo, delude proprio nella sua ragion d'essere: la riproduzione delle strip. Il disegno di Roy Crane, arricchito da uno straordinario e irripetibile uso del retino, necessita di attenzioni particolari, di una stampa molto curata. E invece abbiamo un sacco di vignette in cui il nero sbava, uccidendo letteralmente il tratto del maestro. Non so se sia colpa del curatore - Rick Norwood, già responsabile delle indecenti ristampe Manuscript Press - o del tipografo cinese (ormai non c'è pezzetto di carta stampata USA che non sia stampata laggiù) forse a buon mercato, ma di certo inadeguato. In ogni caso è un gran brutto passo falso per un editore che ha fatto della qualità la propria bandiera. La Fantagraphics deve ai suoi lettori precise spiegazioni. E delle scuse.

Il Treno Per Il Darjeeling
Il Treno Per Il Darjeeling
DVD ~ Owen Wilson
Prezzo: EUR 9,79
13 nuovo e usato a partire da EUR 6,88

3 di 6 persone hanno trovato utile la seguente recensione
3.0 su 5 stelle Perdendo tempo su un treno indiano, 19 marzo 2011
Questa recensione su: Il Treno Per Il Darjeeling (DVD)
Nessun dubbio che Wes Anderson, classe 1961, regista, sceneggiatore, attore e produttore, sia un talento. Più problematico stabilire di che talento si tratti. Questo "Il treno per il Darjeeling" ("The Darjeeling Limited", 2007) non ci aiuta granché. Abbiamo tre strampalati fratelli che non si parlano dal funerale del padre. Il maggiore organizza un viaggio in treno in India per favorire la riappacificazione. Perché in India? Perché laggiù, in un monastero, vive loro madre. Tra inconvenienti irrilevanti - ma i viaggiatori assistono anche a un'inattesa tragedia - disguidi, battibecchi e grotteschi tentativi di accostarsi al misticismo, i tre sembrano concludere poco e capire ancora meno. Quando poi trovano finalmente la madre, questa si dimostra ancora più stramba di loro. Alla fine, in qualche modo, ma allo spettatore è arduo capire quale sia, i fratelli si scoprono comunque più vicini. Il film ribadisce la passione di Anderson per i personaggi border line, ma, direbbe Snoopy, stavolta l'ispirazione è più esile di una promessa. Forse in merito il regista ha detto tutto con il notevole "I Tenenbaum" ("The Royal Tenenbaums", 2001) e il meno riuscito ma comunque divertente "Le avventure acquatiche di Steve Zissou" ("The Life Aquatic with Steve Zissou", 2004). Uno dei problemi del film è anche il cast. Se Adrien Brody si dimostra come sempre grande e Jason Schwartzman è una notevole presenza stile anni '60, Owen Wilson ispira un'invincibile antipatia. O almeno la ispira a me. Consigliato a chi ama i divertimenti raffinatamente evanescenti. Chi cerca anche della sostanza, si astenga.

Uomini Di Dio
Uomini Di Dio
DVD ~ Xavier Maly
Prezzo: EUR 9,89
13 nuovo e usato a partire da EUR 9,50

6 di 9 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle Uomini e dei, 15 marzo 2011
Questa recensione su: Uomini Di Dio (DVD)
Che le religioni non possano coesistere è la seconda deformità ideologica in grado di portare l'umanità alla catastrofe (la prima è la pretesa che la globalizzazione sia buona e inevitabile). Al contrario, le religioni sono in grado di convivere perfettamente perché gli uomini non si scannerebbero mai per delle idee astratte né si ricorda conflitto che non sia scaturito da ragioni materiali. Non è la diversità dei riti a dividere i protestanti dai cattolici in Irlanda, i palestinesi dagli israeliani o gli indiani dai pakistani, ma questioni di territorio e di elementare giustizia. Il vero problema sono i fanatici. O meglio: i fanatici che vengono allevati e blanditi dai poteri economici e politici interessati ad ammantare di irrazionalità le cause razionali, cronicizzando i conflitti per trarre profitto dal caos. Infatti, non per caso, i primi a essere sacrificati in questo gioco disumano sono quelli che offrono esempi di tolleranza e pacifica convivenza.
In Algeria, nel 1992, l'esercito fece un colpo di stato per impedire al Fronte Islamico di Salvezza di vincere le elezioni. Ne seguì una terribile guerra civile. Squadracce del FIS si diedero a infierire sui civili e sugli stranieri, sgozzando decine di migliaia di innocenti. La reazione dell'esercito fu altrettanto feroce e indiscriminata e per anni la popolazione subì la violenza delle due parti, senza che si venisse a capo di nulla. Pareva strano che le potenti forze armate algerine non riuscisse né a eliminare i terroristi né a proteggere la gente. L'unica certezza era che la democrazia era sospesa e l'Algeria sottoposta a un regime. Questo lo sfondo dei fatti narrati in "Uomini di Dio" ("Des hommes et des dieux", 2010) del regista francese Xavier Beauvois. La storia è vera. Nel monastero di Tibhirinem, fondato nel 1939 a 90 km da Algeri, vivono 9 monaci cistercensi. Negli anni, la comunità è riuscita a stabilire un rapporto di amicizia e collaborazione con la popolazione locale. L'ambulatorio, i consigli di vita e sulle questioni burocratiche e, soprattutto, il rispetto con cui i monaci si pongono davanti alla fede islamica hanno fatto sì che gli algerini del luogo li considerino un elemento fondante e irrinunciabile della loro esistenza. Ma poi arriva anche là l'orrore della guerra civile. Minacciati sia dagli integralisti che dall'esercito, che non tollera la loro equidistanza, i monaci si trovano a dover scegliere tra salvarsi fuggendo e rischiare, restando a fianco della popolazione. Sono uomini, hanno paura e non ambiscono al martirio. Ma poi è l'amore per gli umili a far pendere la bilancia. La fine della loro esperienza, nel maggio 1996, sarà inevitabilmente tragica. La bellezza, il pathos del film stanno, oltre che nell'ottima messa in scena, nella sincerità. Scarno ma non pauperistico, essenziale senza sciatte scorciatoie, sa descrivere la vita dei religiosi in modo tale da coinvolgere anche il non credente. E pone un quesito morale fondamentale. Naturalmente, gran parte della riuscita deriva dalle figure dei monaci. Erano persone non comuni. Purtroppo, i distributori italiani hanno fatto del loro meglio per tradirne la memoria. Il titolo originale del film spiega che qui non è questione di contrasti religiosi, che i monaci si sacrificano per amore del prossimo, non per esaltare la loro fede. Il titolo italiano, ribadisce invece - mistificando - che sono soprattutto uomini di Dio. Una caduta di stile, vigliacchetta e meschina, a ennesima dimostrazione che l'Italia sta diventando una colonia del Vaticano. Fortunatamente non può sminuire un film di rara bellezza e intensità.

La Guerra Dei Bottoni
La Guerra Dei Bottoni
DVD ~ Andre'

1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle Quando i bambini erano magri, 15 marzo 2011
Questa recensione su: La Guerra Dei Bottoni (DVD)
C'è stato un tempo i cui i bambini erano magri. Correvano, saltavano, giocavano e se ne fregavano degli adulti. Con ragione, per altro: ai grandi, i bambini piacevano poco, li consideravano adulti mancati, impantanati in uno stadio di minorità da cui era necessario strapparli al più presto, per avviarli al lavoro e renderli produttivi. Ma se gli adulti negavano la possibilità che i piccoli avessero un'etica, nemmeno i piccoli accettavano quella degli adulti. Eppure, qualcosa che li accomunava c'era. Questo "La guerra dei bottoni" ("La guerre des boutons", 1961) a modo suo lo dimostra. Tratto dall'omonimo classico per l'infanzia pubblicato nel 1912 da Louis Pergaud, ne aggiorna la vicenda ambientandola nella provincia francese di metà `900. Da sempre i bambini di due paesini si fanno la guerra, combattendo con spade di legno e fionde. I capi dei due schieramenti adottano strategie e astuzie da grandi strateghi, ma è decisiva l'idea venuta a Lebrac di umiliare i vinti tagliando loro bottoni, lacci e bretelle. Anche Aztec adotta la stessa strategia e in breve lo stato penoso dei vestiti attira la rabbia dei genitori. Saranno i due capi a pagarne le conseguenze. Questo ritratto di un mondo povero, in cui nulla va sprecato e di tutto si fa conto, ai ragazzi d'oggi probabilmente fa la stessa impressione di un documentario sul paleolitico, tanto appare lontana l'energia di quei ragazzi e la severità, in genere ottusa, dei genitori. Eppure, questo bel film, ai suoi tempi un grandissimo successo in Francia, una cosa importante la insegna: la ristrettezza mentale degli adulti e la vitalità dei più giovani erano irreggimentate da concetti e valori. Da maneggiare con cura, certo, ma da rispettare (o meglio, oggi da rimpiangere): lealtà, rispetto della parola data, obbedienza e considerazione riservati a chi li merita. Alla fine del film (e del libro) Lebrac e Aztec, finiti in collegio, si rammaricano pensando che crescendo diventeranno stupidi come gli adulti. Chissà che direbbero immaginando di diventare come troppi degli adulti di oggi.

Il marchio del fuoco. Le inchieste dell'ispettore Fandorin
Il marchio del fuoco. Le inchieste dell'ispettore Fandorin
da Boris Akunin
Edizione Copertina flessibile

8 di 8 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle Un affabulatore diabolico, 15 marzo 2011
Sì, ci sono caduto. E neppure me ne pento. Mi ero ripromesso di non leggere più romanzi che superassero le 3/400 pagine, nella certezza che gli scrittori meritevoli di tanta attenzione sono più inconsueti di un politico italiano onesto, ed ecco, Boris Akunin mi obbliga a divorare un malloppo lungo più di 750 pagine. Il fatto è che questo diabolico personaggio conosce la formula magica capace di avvincere il lettore più schizzinoso e sa usarla con un'intelligenza e una discrezione rare. Infatti, se "Il marchio del fuoco", nono romanzo del ciclo dedicato all'investigatore zarista Erast Fandorin, è molto più lungo dei titoli precedenti è perché descrive un momento fondamentale nella vita del personaggio. Inoltre, Akunin indulge al piacere della narrazione e del dettaglio anche per diffondersi sul suo amatissimo Giappone, di cui conosce perfettamente lingua, costumi e cultura. Corre il 1905 e l'impero zarista sta perdendo la guerra col Giappone per il controllo della Manciuria. Ciò non solo a causa della superiorità dell'esercito nipponico che, per determinazione dei soldati e intelligenza degli ufficiali, soverchia le truppe russe, mal motivate e peggio guidate. Vale anche un nuovo, inatteso fronte interno: un astuto e spietato sabotatore sta sobillando i sovversivi e danneggiando la linea di rifornimento transiberiana. Tocca a Fandorin debellarlo. Ma questa è solo una parte della storia. La vicenda ci riporta alla giovinezza dell'investigatore, quando, assegnato al consolato russo di Yokohama, si è trovato coinvolto in un'intricata congiura mirante a determinare il futuro del Giappone. In un avvincente susseguirsi di colpi di scena, scontri e duelli che coinvolgono occidentali, varie fazioni giapponesi e ninja, Fandorin impara molto sul paese del sol levante. E anche sull'essenza della vera malvagità. Intanto, il lettore ne ha tratto il ritratto dettagliato e convincente di una paese affascinante e indecifrabile. Quanto al legame tra il 1905 e il 1878, quando lo afferriamo nell'ultima pagina del romanzo, è tale da lasciarci a bocca aperta. Ma non solo. Com'è regola in Akunin, ci imbattiamo in riflessioni politiche e filosofiche sulle quali, chiuso il libro, siamo costretti a ritornare. Il tutto, come sempre, scritto benissimo. Ne sono certo: quest'uomo deve aver fatto un patto col diavolo.

Il decoratore
Il decoratore
da Boris Akunin
Edizione Copertina flessibile

5.0 su 5 stelle Ivan, lo squartatore, 15 marzo 2011
Questa recensione su: Il decoratore (Copertina flessibile)
Potrebbe sembrare banale. Infatti che c'è di più ovvio del fatto che un investigatore inventato le cui vicende sono collocate a fine `800 abbia a che fare con Jack lo squartatore? E quanti gialli hanno tirato in ballo il più noto serial killer della storia? Troppi e quasi mai in modo convincente. Ma con Boris Akunin non c'è nulla di scontato. Riprendendo vecchie teorie - all'epoca si pensò che l'assassino potesse essere uno straniero di passaggio a Londra, il che avrebbe spiegato la repentina fine della serie di delitti - Akunin imbastisce una trama delle sue, avvincente e originale, sullo sfondo di una Mosca fine secolo puntigliosamente decritta. Imperdibile.

Gambetto turco-Scacco allo zar
Gambetto turco-Scacco allo zar
da Boris Akunin
Edizione Copertina flessibile

1 di 2 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle Guerra di spie, 15 marzo 2011
Messo in luce dal fortunato esito della storia narrata ne "La regina d'inverno" - e indelebilmente segnato dal prezzo che gli è toccato pagare - Erast Fandorin si trova ad agire, in qualità di agente del controspionaggio, nelle retrovie del fronte bulgaro, durante la guerra Russo-Turca del 1877-78. Sebbene giovanissimo - ha infatti 22 anni - fisico e carattere del personaggio hanno ormai tratti indelebili: alto, di bell'aspetto, ha le tempie precocemente incanutite e lo affligge una leggera balbuzie, postumo di una commozione cerebrale. Ma guai a sottovalutarlo. Fandorin è motivato da una ferrea determinazione. E la sua mente, agile, duttile e aperta, gli consente di vedere ciò che agli altri sfugge. Inoltre, gode di una misteriosa buona sorte. L'alto comando russo gli affida l'incarico di smascherare la spia che sta mettendo in seria difficoltà l'esercito zarista, al punto da compromettere le sorti della guerra. Fandorin porta a termine la missione, scoprendo che i piani della spia erano più astuti e micidiali del previsto. Ne ricava gloria e onori, ma gli orrori della guerra lo hanno disgustato. Chiede quindi di essere assegnato a un consolato estero. Lo accontentano, mandandolo in Giappone. Sarà la svolta fondamentale della sua vita. Com'è abitudine di Akunin, "Gambetto turco", oltre a valere come avvincente romanzo giallo, offre uno straordinario ritratto d'epoca. Qui in particolare, l'autore ricostruisce il contesto bellico, battaglie campali comprese, con una maestria che ricorda il Tolstoj di "Guerra e pace", chiarendoci anche i retroscena politici ed economici di quel conflitto. Curiosa, infine, la strategia narrativa adottata dallo scrittore in questo romanzo: il suo personaggio, pur restando il motore della vicenda, appare poco e parla raramente. Da notare la presenza del generale Sobolev. Un personaggio molto amato dai russi con cui Fandorin avrà a che fare anni dopo. Un'ulteriore prova della padronanza stilistica di Akunin.

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