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Classifica Top recensori: 187
Voti utili: 585
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Recensioni scritte da Gianfranco Sherwood
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4.0 su 5 stelle
Un apocrifo eccellente, 2 febbraio 2013
Acquisto verificato Amazon (Cos'è?)
Oggi Sherlock Holmes va quasi di moda (non che sia mai stato dimenticato, essendo da quando è apparso, un archetipo e un'icona), e - oltre a due brutti film e a una serie televisiva BBC straordinaria -, ultimamente la sua figura ha ispirato molti apocrifi. A volte deprecabili, quasi sempre inutili e poco ispirati, questi romanzi in genere riproducono piattamente i più triti stilemi del personaggio e del suo mondo e cercano di stuzzicare la curiosità del lettore introducendo personaggi famosi. Ecco allora il povero inquilino di Baker Street messo alle prese con Einstein, Dracula, Marx e Freud. Era dunque lecito temere il peggio dallo scontro tra Shelock Holmes e Jack the Ripper proposto da Lindsay Faye. Anche perchè nell'impresa si erano già impegnati Ellery Queen e Michael Dibdin con esiti non esaltanti nel primo caso e tali da suscitare l'indignazione di molti appassionati nel secondo. Invece, il libro della giovane autrice è una bella scoperta. Frutto di accurate ricerche su quei fatti e di un'attento studio dei testi di Arthur Conan Doyle, Dust and shadow si propone efficacemente come una realistica ricostruzione dei delitti dell'East End, una plausibile ipotesi sulla identità dell'assassino e un'omaggio documentato e rispettoso della più celebre coppia di investigatori della letteratura. Per tacere del fatto che il libro è avvincente e si legge d'un fiato. Se non do un voto pieno al romanzo è perché non mi ha convinto sino in fondo lo stile, sin troppo abilmente mimetico, che a volte pare più vittoriano di quanto potesse esserlo quello di uno scrittore vittoriano. Avrei anche gradito qualche pagina di meno, con l'eliminazione di episodi che paiono utili solo ad aggiungere pagine - ma qui sospetto che la responsabilità sia degli editor. Comunque, sono minuzie, che non inficiano il valore di un libro assolutamente raccomandabile a anche a chi non è un appassionato di Sherlock Holmes. Stupisce che non abbia ancora trovato un editore italiano.
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5.0 su 5 stelle
Un genio irripetibile, 2 febbraio 2013
Acquisto verificato Amazon (Cos'è?)
Nel secondo biennio di Pogo Walt la padronanza di Walt Kelly nell'uso del linguaggio della strip raggiunge la perfezione, espressa con una maestria grafica che ha pochi rivali nel campo del comic e una gioia creativa ispirata e generosa. Qui inizia anche a manifestarsi appieno quella sarà una delle caratteristiche più apprezzate dai tanti fan americani, la satira delle derive della politica e alla società americane. Mai acre, eppure sempre profondo e indignato, il giudizio dell'autore nasce dalle radici migliori dell'anima liberal statunitense. Per rendersene conto, basta leggere, quasi all'inizio del volume, l'episodio in cui Pogo è sottoposto a una sorta di processo assurdamente kafkiano, che adombra le sedute inquisitorie maccartiste. Oggi si ride soltanto leggendolo, all'epoca, il lettore deve avere sentito anche qualche brivido di inquietudine. Il volume è da raccomandarsi anche per l'eccellente qualità del materiale proposto e per la cura editoriale. Insomma, la Fantagraphics al suo meglio.
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Paul
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| DVD ~ Simon Pegg |
| Prezzo: EUR 10,08 |
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2 di 3 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
L'altra faccia di ET, 2 febbraio 2012
Stella versatile dello spettacolo inglese, il quarantunenne Simon Pegg ' attore, sceneggiatore, regista e produttore ' sta mettendo a frutto anche fuori di casa il proprio notevole talento, come attestano le interpretazioni in Star Trek, Ghost Protocol, Tintin e Burke & Hare. Speriamo non si rovini al richiamo di Hollywood, rinnegando la vocazione di autore e attore comico manifestata in una trilogia di pellicole, da lui anche cosceneggiate, ognuna delle quali vuole mettere alla berlina un genere. O meglio, gli stilemi degenerati e iterativi di un genere. Con Shaun of the Dead, del 2004, ha preso in giro la mania degli zombi, con Hot Fuzz, del 2007, è toccato al poliziesco sparatutto. Paul, del 2011, fruga nell'armadio delle icone ' e paranoie ' dei fan di fantascienza. Pure qui Pegg lavora assieme a Nick Frost ' in questo caso anche cosceneggiatore - formando una coppia comica dai tratti ormai consolidati: due nerd mediamente inadeguati ad affrontare il mondo, ma alla fine in grado di cavarsela perché il prossimo si rivela più fesso di loro. Li asseconda il regista Greg Mottola, contribuendo alla riuscita del film, decisamente il migliore della trilogia, pur essendo tecnicamente impegnativo. Due inglesi appassionati di fantascienza realizzano il sogno della vita: andare negli Usa per visitare i luoghi prediletti del loro immaginario: una convention, in si omaggia uno scrittore spocchioso e, soprattutto, le località topiche dell'ufologia, da Roswell all'Area 51. Ma con gli americani s'intendono poco e senza volerlo si mettono subito nei pasticci. Che aumentano esponenzialmente quando si ritrovano nel caravan un alieno in fuga, Paul, inseguito da funzionari governativi tanto incapaci quanto determinati. Paul ' ottima creazione digitale - è l'archetipo del 'grigio', dalla testa grande al corpo esile. Compreso il destino di recluso, dopo essere precipitato a Roswell nel 1947 e il desiderio di tornare a casa. Ma è anche un parolacciaio seriale, fuma la marijuana ed è su tutto molto più sveglio ed emancipato dei due inglesi ' per non dire degli americani. Per strada, al trio si unisce una ragazza, figlia repressa di un terrificante integralista cattolico, e Paul, avvalendosi dei suoi poteri, la disinibisce. Il che fornisce ulteriori spunti comici alla vicenda. Si ride molto, infatti, anche grazie all'intesa perfetta tra gli interpreti. Ma non solo. Il film sa anche essere toccante. E il lieto fine, dopo traversie e qualche dramma, pare meritato. Paul è insomma un perfetto amalgama di road movie, buddy buddy story, fantascienza e satira. Sotto quest'ultimo aspetto, esprime una netta opinione sugli Usa. Gli atei Pegg e Frost tramite l'iconoclastia di Paul, manifestano anche ciò che pensano degli antidarwinisti e degli integralisti, a qualunque religione appartengano. Sul versante più leggero, non mancano le citazioni. Quelle vere cioè, intelligenti e creative, non le scopiazzature derivanti dall'assenza di idee, da Guerre stellari a The Blue Brothers. E l'inizio e la fine, in perfetto stile spielberghiano sono impagabili. Un film imperdonabilmente trascurato dal pubblico italiano che va recuperato (c'è anche un cammeo di Sigourney Weaver!). Con l'avvertenza di una nota stonata: Paul è doppiato da Elio. Per carità, lo showman è sempre bravo e simpatico, però qui non c'entra nulla. Che un personaggio che si è fatto un nome in altri campi possa funzionare anche come doppiatore e che ciò possa attirare pubblico è solo una delle tante idee stupide dei nostri distributori.
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La talpa
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da John Le Carré Edizione Brossura |
| Prezzo: EUR 8,00 |
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2 di 3 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
L'inverno delle spie, 28 gennaio 2012
Per il terrorista Carlos ' uno che se ne intende ' lo spionaggio inglese è il migliore del mondo. È anche una notevole fucina di talenti letterali. Da lì provengono, infatti, Graham Greene, Ian Fleming, Roald Dahl e John le Carré. Il quale Le Carré nasce nel 1931 come David John Moore Cornwell. Dopo una brillante carriera accademica ' laureato a Oxford, insegna a Eton ' nel 1959 diventa prima funzionario del Foreign Office e poi membro del MI6. Spia, insomma. E tale resta, sinché, nel 1964, Kim Philby, agente doppio al servizio dei sovietici, non gli fa saltare l'identità di copertura. A quel punto però, il nostro ha già iniziato con successo a scrivere, adottando lo pseudonimo, mutuato dal francese, John Le Carré ' qualcosa come John il deciso. E su questa attività si concentra. La vicenda Philby, che all'epoca provocò un enorme scalpore, lo ha profondamente impressionato. E nel 1974, pubblica 'La talpa', romanzo ispirato ai quei fatti, nel quale analizza la psicologia del traditore, fornendo nel contempo un quadro impietoso della lotta segreta tra spie ai tempi della guerra fredda. Non più scontro tra Bene e Male, viene interpretato da chi lo vive come una faccenda esclusivamente tecnica. Vince, sul momento, chi è più bravo. E le ragioni dell'Occidente non sono per nulla più convincenti di quelle dei comunisti. Anzi, dal momento che adottano gli stessi metodi dei nemici, si equivalgono. In questo contesto, galleggiano personaggi banali, se non mediocri, addestrati perfettamente ma eticamente sordi e ciechi. Il protagonista George Smiley ' presente in molte spy story di Le Carré ' fa eccezione. Timido, fisicamente inadeguato e socialmente perdente ' la bella moglie lo cornifica di continuo - può però contare su una memoria e un'intelligenza fuori dal comune. Se ne avvale per fare ciò che a nessun altro era sin lì riuscito: smascherare la talpa che sta minando le fondamenta dell'MI6. Ma alla fine, non può non provare un moto di simpatia per il nemico vinto. La cosa straordinaria de 'La talpa' è la scrittura. In esso, non succede praticamente nulla. Per centinaia di pagine seguiamo le indagini di Smiley, descritte tramite null'altro che fitti dialoghi, senza che ci colga un attimo di noia. Anzi, in un crescendo di tensione e curiosità. A dimostrazione dell'arte di Le Carré, grande autore le cui opere andrebbero esaminate nei laboratori di scrittura per scoprirne i segreti.
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6 di 6 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
Katane e puntigli d, 28 gennaio 2012
La prolificità di Takashi Miike, con quasi 60 film in vent'anni di attività ' trascurando le serie televisive - fa spicco persino nel contesto orientale, in cui i registi paiono spremuti come limoni. Malgrado ciò, Miike si è conquistato la fama di regista geniale, capace di padroneggiare tutti i generi, dal demenziale all'horror, senza scadere nella sciatteria, ma offrendo film d'autore, sempre molto curati. Una delle sue caratteristiche è la propensione per l'eccesso e la crudeltà, che a volte rende davvero insopportabili i suoi film, tale è la loro capacità di disturbare lo spettatore comune. Dichiarato ammiratore di Kurosawa, era inevitabile che il regista approdasse all'epica. I 'Tredici assassini' narra infatti una vicenda piena di sangue e furore che pare essere accaduta davvero in Giappone ' nel 1963 aveva già ispirato un film con lo stesso titolo. Matsudaira Naritsugu giovane parente dello shogun ' all'epoca il vero padrone dell'arcipelago ' è un pazzo sadico dedito a inauditi atti di ferocia. Ma nessuno può toccarlo. E presto assurgerà a posizioni di grande potere. Temendo che ciò porti il paese nel caos, e disgustati dalla sua ferocia, alcuni abilissimi guerrieri, guidati dal nobile Shimada Shinzaemon, congiurano per ucciderlo. L'impresa pare però impossibile. Narigatsu è protetto da soldati e samurai, per i quali la fedeltà al proprio signore è un valore assoluto. I 13 congiurati decidono allora di organizzare un'imboscata in un villaggio, nel quale deve passare Narigatsu, protetto da una grande scorta. Nella battaglia, che occupa tutta la seconda parte del film, il despota folle e il suo esercito saranno annientati, ma a costo della vita di quasi tutti i congiurati. Chi sopravvive, disgustato dal mare di sangue, decide di averne abbastanza dell'etica dei samurai. Una didascalia finale, colloca la vicenda nel 1844 ' appena un paio d'anni prima che le navi da guerra americane obbligassero il Giappone ad aprirsi alla modernità - con un effetto straniante, dato che sin lì ci era parso di assidere a una vicenda di secoli prima. Film girato con maestria e perfetto in ogni dettaglio, interpreti compresi, offre i momenti di efferatezza tipici di Miiki e un curioso personaggio ' Kiga un cacciatore fuori di testa aggregatosi ai congiurati - che sopravvive a ferite micidiali. In un intervista, il regista ha spiegato che si tratta di un invulnerabile spirito della foresta. Viene da chiedersi perché mai regista e sceneggiatore abbiano sentito la necessità di inserire in una storia iperrealistica e cruda questo elemento sovrannaturale. Probabilmente, Kiga rappresenta l''aspetto a volte spietato per necessità ma fondamentalmente innocente della natura. A fronte della crudeltà compiaciuta degli uomini e del loro illudersi che uccidere per onore sia un merito.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
L'eroe dai mille volti, 24 gennaio 2012
James Bond era già celebre sulle due sponde dell'Atlantico (piaceva tanto a John Kennedy che Ian Fleming gli dava da leggere i dattiloscritti prima che fossero stampati) prima che i geniali film diretti da Terence Young e interpretati da Sean Connery ne facessero l'icona planetaria degli anni '60. Inevitabile, quindi, che attirasse l'attenzione dei giornali inglesi, la cui pagina di comic strip all'epoca attraversava un'epoca dorata. Perché va detto che in questo campo l'Inghilterra vanta una storia invidiabile, caratterizzata da disegni con picchi di assoluta eccellenza e - soprattutto - testi maturi, capaci di affrontare temi e situazioni impensabili per le più celebri, ma in genere conformiste e timorate strip Usa. Ecco dunque che nel 1958, vinta la riluttanza di Fleming preoccupato che la commercializzazione potesse inaridire il suo entusiasmo per il personaggio, sul Daily Express esordisce la strip dedicata a 007. Se vari autori si succedono ai testi, i disegni restano nelle abili mani di John McLusky, un artigiano mai geniale, eppure inspiegabilmente sempre fascinoso. Forse perché dotato di poteri paranormali, visto che il suo il Bond anticipa in modo inquietante le fattezze di Connery. Tuttavia, il pregio sta nelle trame. La serie segue la cronologia dei romanzi, ricalcandone la struttura. Che, sebbene ridotta all'essenziale o forse proprio per questo, mette in risalto le maestria narrativa di Fleming e ne motiva il successo. Chi non conoscesse oggi i suoi romanzi, avrebbe qui anche modo di scoprire che il Bond letterario differisce molto dal suo omonimo di celluloide puttaniere, maschilista e ottusamente spericolato. Al punto che il secondo pare una caricatura del primo, in fondo un travet né avventato né invincibile che, conscio di fare un mestiere pericoloso, cerca solo di godersi la vita quando può. Premiata da un immediato successo, la striscia è proseguita sino al 1984, superando la crisi che nella metà degli anni '70 ha praticamente cancellato la pagina dei fumetti dei giornali inglesi - la vittima più illustre fu Jeff Hawke. Ma le 6005 strip prodotte sarebbero cadute nell'oblio, come quasi tutta la produzione sindacata britannica, se la Titan Books non avesse iniziato a ristamparle nel 2004, purtroppo non cronologicamente e in volumi costosi. A ciò pone rimedio la stessa Titan Books con la serie James Bond Omnibus, contenuta nel prezzo e accettabile per qualità di riproduzioni - non è un dato scontato nelle per altro rare ristampe di materiale classico britannico, afflitte da un diffuso pressapochismo. Certo, mancano apparati critici, però c'è una lodevolmente breve e sapida prefazione di Roger Moore. E abbiamo 1000 strip da leggersi d'un fiato. A riprova che il vero affabulatore supera i limiti del mezzo: i veri eroi valgono sotto qualunque specie si manifestino.
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9 di 9 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
Il lato oscuro del natale, 31 dicembre 2011
La vita è meravigliosa (It's a Wonderful Life, 1946) è un'opera curiosa. Rifiutata subito dal pubblico, ha saputo col tempo conquistarsi lo status di film natalizio per eccellenza. L'apparente contraddizione si spiega col fatto che la pellicola, scritta e diretta da Frank Capra (1897 ' 1991), arrivava irrimediabilmente fuori tempo massimo, per quanto riguardava la possibilità di avere il favore degli spettatori. Capra infatti, che nell'anteguerra aveva riscosso un successo enorme con commedie imperniate su un utopismo ingenuo ma sincero e su un'ottimistica fiducia nella bontà umana, non era più in sintonia con i nuovi tempi, intrisi di sfiducia e paranoia a causa dell'incombere della bomba atomica e del confronto con l'Unione Sovietica. In quel contesto, era impossibile riproporre la scoperta dei buoni sentimenti come panacea dei mali del modo. Eppure Capra credette molto nella storia di George Bailey (uno James Stewart al solito impeccabile) stimato abitante di Bedford Falls, che, dopo aver sacrificato la propria vita a pro' del prossimo, per le macchinazioni di un malvagio rivale in affari, si trova rovinato e a rischio di arresto nella notte di Natale. La disperazione, dovuta alla convinzione di essere un fallito, lo spinge a credere che l'unica via d'uscita sia il suicidio, in modo da lasciare all'amatissima famiglia almeno il frutto di un'assicurazione sulla vita. Ma a salvarlo arriva un angelo che lo trasporta in una realtà alternativa, in cui Bailey non è mai nato, per fargli capire che ha la sua vita ha invece significato moltissimo per gli altri. Perché, senza di lui, la città diventa un luogo cupo in cui imperversano vizio e cattiveria. Bailey è felicissimo, quindi, di tornare nel suo mondo, malgrado la rovina incombente. Ciliegina sulla torta, a casa, scopre che i concittadini, venuti a conoscenza delle sue difficoltà, hanno raccolto i soldi sufficienti a toglierlo dai guai. È il trionfo dei buoni sentimenti e lo spettatore si accorge di avere le ciglia bagnate. Ma l'opera non va né sminuita né tantomeno derisa. La vita è meravigliosa vale oggi per quello che doveva essere, nelle intenzioni dell'autore: una favola senza tempo, un auspicio, un'illusione cui è bello lasciarsi andare nel tempo dell'anno votato alla speranza nella bontà. Del resto, il film è fatto benissimo e se ne apprezza l'intelligenza della struttura. Colpisce soprattutto l'episodio della realtà alternativa. Sembra di assistere a un episodio di The Twilight Zone, angoscioso per l'accumulo di inorridita stupefazione in cui precipita il povero Bailey nel vedere il suo mondo stravolto al punto da farsi incubo. Ho l'impressione che parecchia fantascienza, anche letteraria, debba qualcosa a questo film. C'è poi un tema della trama, forse il più importante, che ha davvero un valore universale: la questione dell'importanza irredimibile di ciò che facciamo dal punto di vista delle conseguenze. Dicevano i taoisti che è divino conoscere i germi delle cose, nel senso che valutare le implicazioni dei nostri atti è fondamentale. È una lezione che ormai tutti, persino a oriente, sembrano aver dimenticato. Ma la realtà incombe sempre e i germi possono farsi malattie. Bailey ne diviene consapevole grazie a un angelo volonteroso. A noi forse capiterà come reazione alla ferocia disumana degli iperliberisti decisi a immiserire l'umanità, trasformando il pianeta tutto in un luogo cupo e disperato. Forse.
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1 di 3 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
L, 31 dicembre 2011
Dopo aver visto questo film, non posso fare a meno di pensare che ogni paese ha la storia e la cinematografia che si merita. Nel senso che, nell'Italia di oggi, un film del genere sarebbe, più che impossibile, impensabile. Dunque: negli anni '20, l''Inghilterra è la nazione egemone e il suo governo ha potestà su un quarto della popolazione del mondo. La casa regnante, però, conta poco o nulla, avendo solo compiti di rappresentanza. Re Giorgio V (Michael Gambon) ne è consapevole e svolge perfettamente il suo ruolo, avvalendosi anche della radio, mezzo tecnico introdotto di recente con enorme successo. Sono anni in cui la scena politica mondiale è occupata da grandi oratori, che sanno usare al meglio lo strumento (Hitler e Mussolini su tutti, poi sarà la volta di Churchill). La cosa mette però in enorme difficoltà il principe Albert duca di York (Colin Firth) che, afflitto da balbuzie, fa penose figure nelle occasioni ufficiali. Fortunatamente sono poche, essendo il principe di Galles (Guy Pearce) l'erede designato al trono. Capita però che questi, una volta re, preferisca abdicare, e perché troppo coinvolto in faccende personali e perché nutre simpatie per Hitler. Deve quindi subentrargli il riluttante Albert. Il che, stanti i terribili tempi in arrivo, implica l'obbligo di parlare spesso alla nazione. Per ovviare ai propri problemi di fonazione, Albert, su sollecitazione della moglie (Elena Bonham Carter) aveva già iniziato a seguire la terapia di un logopedista poco ortodosso (Geoffrey Rush). Solo che, infastidito dai suoi modi ignari dell'etichetta, se n'era allontanato sdegnosamente. Ma i nuovi obblighi lo spingono a tornare dall'unico che aveva dimostrato di capire la vera natura - radicata nell'infanzia infelice ' dell'andicap, ignorando il fastidio della corte, rappresentato dall'ambiguo vescovo di Canterbury (Derek Jacobi). L'indimenticabile climax della vicenda si ha quando il nuovo re deve, nel settembre del 1939 leggere alla radio il discorso con cui annuncia alla Gran Bretagna la dichiarazione di guerra alla Germania nazista. È un momento fondamentale, da lì in poi il paese dovrà affrontare un nemico potente e spietato e saper infondere capacità di sacrificio, determinazione, volontà di lotta è basilare. Il re, sorretto dal logopedista, assolve perfettamente al compito. La sequenza della lettura del discorso, ritmata dal secondo movimento dell'allegretto della settima sinfonia di Beethoven, è uno straordinario momento di cinema, epico e coinvolgente quanto le battaglie del Signore degli anelli. Le didascalie finali ci dicono che per tutta la guerra il re sarà guida e conforto per il suo popolo e che tra lui e il logopedista ci sarà duratura e sincera amicizia. La grandezza del film sta nel suo essere sentito ma mai agiografico, nel descrivere pregi e difetti dei personaggi ' a partire dallo schizzinoso classismo del re. Girato benissimo e interpretato dal gotha attoriale inglese, è stato il dominatore della scorsa stagione cinematografica. Oltre ad avere ottenuto 4 meritatissimi Oscar, il film ha trionfato al box office, anche considerandone il budget contenuto (a fronte di un costo di circa 20 milioni di dollari, ne ha incassati 415). Soprattutto, grazie al successo negli Usa. Certo, laggiù deve aver giocato la passione degli americani per le storie di andicappati vincenti, travisando forse il vero messaggio del film ' ovvero che la grandezza di un popolo sta nella capacità della sua classe dirigente di interpretare e affrontare la durezza del presente avendo come bussola l'etica e il bene comune. Poco male; qualunque sia la disposizione dello spettatore, da un'opera di così alto significato non può trarre che insegnamenti positivi. Lo stesso dovrebbe valere soprattutto per noi italiani, afflitti da una classe dirigente perennemente mefitica. Dovrebbe essere l'occasione per ricordare che mentre in Inghilterra politici e nobili si apprestavano a una lotta per la vita e per la morte contro il nazismo, Mussolini e i Savoia trescavano con Hitler. E chiederci se è per caso che nel nostro parlamento oggi siede una tizia il cui unico vanto è esibire il cognome del dittatore che ha trascinato l'Italia nella rovina e nel disonore.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
La luna di miele dello sbirro, 18 dicembre 2011
In questo volume della ristampa integrale IDW del Dick Tracy di Chester Gould cambiano parecchie cose. Raggiunta ormai l'eccellenza espressionistica del tratto ' grazie anche a fidati collaboratori ' Gould decide di rinnovare l'atmosfera della strip, adeguandola al mood degli anni '50. Si affievoliscono i toni da soap opera, tutto diventa, se possibile, più duro e disincantato, come si confà a un'opera che vuole descrivere la spietatezza della giungla metropolitana e l'assoluta imperfezione dell'animo umano. Messi da parte alcuni personaggi legnosi, Gould introduce come partner fisso di Tracy lo sfaccettato Sam Catchem ' nomen omen! ' caracter indovinato che attesta una volta di più la maestria dell'autore. Perché va ribadito che Gould era un narratore sopraffino. Oh sì, uno può trovare le sue trame assurde, le situazioni improbabili, le coincidenze esasperate. Eccome, se può. Ma sempre col senno di poi. Perché, mentre lo leggi, ti affascina, ti prende per la gola, ti strapazza con sorprese continue. Ti viene da dire: - Non oserà farlo! ' Ma lui lo fa eccome. Perché ' sublime segreto che nobilita ogni vero story teller ' si appassiona alle proprie storie, essendo lui il primo a meravigliarsi delle trame che gli detta l'inconscio. Inoltre, quali che fossero le idee politiche di Gould, Tracy non è mai uno sbirro decerebrato capace solo di mettere mano alla pistola. L''attenzione dell'autore sempre attentissima al lettori, gli suggerisce inoltre di far convolare il personaggio a giuste e pretese dai fan nozze con la paziente Tess (insomma, ha atteso vent'anni!). Ciò, il 24/12/1949. Ma - dura la vita dei protagonisti delle strip - neppure il tempo di partire per la luna di miele, che Tracy inciampa nell'ennesimo killer. Ne scaturisce una storia tesa, come sempre esatta negli sfondi e nelle motivazioni e ancorata alla realtà (lo spunto viene dal proliferare delle emittenti radio private negli Usa). E proprio questa storia, che ha per protagonista l'infame uxoricida Wormy, chiude in qualche modo anche un ciclo, per gli appassionati italiani. Fu infatti la prima di Tracy presentata da Linus nel lontano 1965, l'inizio dello sfortunato tentativo di proporre in Italia un capolavoro. Pregiudizi ideologici immotivati - potremmo aborrire Dostoevskij solo perché era diventato un reazionario? ' scatenarono la furia dei lettori e la rivista, dopo un decennio di onorevoli sforzi, fu costretta a lasciar perdere. La IDW offre un ottimo modo di rimediare. Perché allo sbirro di Gould gli fanno un baffo i vari CSI e i romanzi thriller confezionati con lo stampo. Tracy is always the best.
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4 di 4 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
Uova quadre e paperi astuti, 18 dicembre 2011
Che faremmo noi appassionati senza la Fantagraphics? Proseguendo nell'encomiabile opera di pubblicare in veste ineccepibile e a un prezzo abbordabile il meglio del fumetto Usa, l'editore di Seattle è finalmente approdato a Carl Barks (1901 ' 2000). Dell''uomo dei paperi' verrà infatti riproposta l'opera omnia disneyana, in volumi cartonati comprendenti storie raggruppate in ordine strettamente cronologico. Si inizia con le avventure pubblicate a cavallo tra il 1948 e il 1949, tra le quali spicca quello che è forse il capolavoro di Barks Paperino e il mistero degli Incas (Lost in the Andes!). Dire i meriti del genio che ha creato Paperone, Gastone, Paperopoli, la Banda Bassotti è qui inutile. Conviene invece mettere in rilievo la bontà del lavoro fatto dalla Fantagraphics, che ha optato per l'esattezza filologica proponendo le tavole nel formato in cui furono stampate originariamente, con colori che si limitassero a dare risalto al tratto, senza quindi ritocchi ' come se ne sono visti ' intesi a conferire tridimensionalità alle vignette. L'apparato critico è costituito da una bella prefazione dello studioso Donald Ault ' in pratica una sintesi della biografia di Barks - e da una postfazione in cui vari esperti esaminano le storie presentate, mettendone in luce temi ed elementi significativi. Fa piacere trovare anche le firme di Alberto Becattini, Leonardo Gori e Francesco Stajano. E leggere che Luca Boschi ha collaborato all'opera. A questo riguardo, chi già possiede La grande dinastia dei paperi, curata nel 2008 da Boschi & c., forse si chiederà se vale la pena di acquistare anche questa ristampa. Secondo me, sì. E non solo per mania completista. Anche Barks, tradotto, perde qualcosa.
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