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Classifica Top recensori: 21
Voti utili: 1068
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Recensioni scritte da Luca Terrinoni "Il Topo" (ROMA)
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
l'arte di Makino in un film emozionante, 8 maggio 2012
Il dvd fa parte di una serie della serie "Il tatuaggio del drago", realizzata da Masahiro Makino a fine anni Sessanta: "Una cascata di sangue" (1967), "Il dovere di un leone" (1969) e "L'inferno è il destino dell'uomo" (1970). Io ne consiglio l'acquisto in blocco. Nel primo film Hidejiro, un ex yakuza, torna dal serizio militare a risollevare le sorti della famiglia di costruttori messa in crisi dallo scorretto rivale, fa esercizio di pazienza in ossequio ai dettami del "capo", ma alla fine esplode nella vendetta finale, che porta a compimento giusto in tempo prima di venire arrestato. Lo schema si ripete negli altri due film, quasi variazioni sul tema, con l'aggiunta dell'intervento pietoso di una geisha a curare Hide dagli effetti delle aggressioni iniziali e lo sbocciare di un amore discreto quanto complicato. Può sembrare strano, ma la ripetitività non disturba. I caratteri sono approfonditi, i valori netti, la violenza mai spettacolarizzata (di fatto, anche se le uccisioni abbondano, i veri e propri scontri sono riservati al redde rationem che chiude ogni film), la struttura è classica, e assomiglia alla tragedia. Il protagonista è interpretato da Ken Takakura, il quale è dotato di una capacità espressiva particolare e riesce a coinvolgere con il semplice cambio di intensità dello sguardo. Tutto il contrario della splendida Fuji, nei panni della giovane geisha, che ai tratti incantevoli unisce una mobilità del viso emozionante. Colpisce, considerato anche che Makino è a "fine carriera" (il suo ultimo titolo è del 1972, e prima della saga del "tatuaggio del drago" ne aveva girati oltre duecentoventi) la freschezza di una ricerca estetica ancora convinta. Le immagini sono davvero bellissime, specie quelle notturne. "Il dovere di un leone" si apre con un brevissimo duello in cui il ripetto fra i contendenti sembra in armonia con la bellezza di una notte incantata. Sempre in questo film ho notato una tecnica di montaggio particolare nella sequenza che ritrae il protagonista incamminarsi per andare a fare giustizia: accompagnato dalla bella e distesa canzone che fa da filo conduttore sonoro ai tre film, Takakura incede a passo costante, ma il ritmo delle diverse inquadrature aumenta di velocità arrecando alla situazione un crescendo visivo coinvolgente. Il tema dell'infiltrazione della malavita nelle opere pubbliche, in particolare nell'edilizia, è trattato con dovizia di argomenti (non mancano i responsabili cittadini corrotti e le aste trauccate), e in ogni film si ripresenta il contrasto fra il lavoro come fonte di reputazione e il lavoro come fonte di guadagno arbitrario. Altro tema importante è la condizione femminile e della geisha in particolare: qui Makino è particolarmente esplicito nella rappresentazione dello stato di disumana subalternità della donna, ma è anche positivo nel mostrarci come con coraggio ci si possa difendere facendo appello al medesimo sistema di regole che considera la ragazza una merce (rimarchevole la figura della geisha che non era mai concessa e a cui nessuno poteva imporre il rapporto sessuale, se non - appunto - con la violenza).
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3 di 4 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
una trilogia di grande valore, 8 maggio 2012
Acquisto verificato Amazon (Cos'è?)
I tre dvd (non si tratta di un cofanetto) compongono la serie "Il tatuaggio del drago", realizzata da Masahiro Makino a fine anni Sessanta: "Una cascata di sangue" (1967), "Il dovere di un leone" (1969) e "L'inferno è il destino dell'uomo" (1970). Makino nasce nel 1908 ed è figlio di Shozo, considerato il "padre" del cinema giapponese. Al 1928 risale il dittico "Roningai", considerato un capolavoro sia per la qualità delle riprese sia per la cura delle scene di combattimento. Accreditato dagli esperti di un numero di film impressionante (fra 230 e 260), capace di continui progressi tecnici ed espressivi, Makino concentra via via il proprio interesse sulla combinazione fra "chanbara" (il filone cinematografico dei combattimenti con la spada) e "yakuza" (il genere incentrato sulla mafia giapponese); negli anni Sessanta emerge poi la figura del "ronin moderno", uno yakuza pentito o tradito o comunque senza famiglia di appartenenza, in genere molto solido moralmente e spesso incline al sentimento. La dialettica fra dovere e sentimento segna in particolare questi tre film di Makino, incentrati sulla figura di Hidejiro, ottimamente reso da Ken Takakura, attorno al quale, nei tre capitoli si alternano personaggi diversi interpretati dai medesimi attori. E' il caso delle figure femminili interpretate da Sumiko Fuji, grazia e determinazione alla massima espressione, che tracciano fra l'altro un profilo della geisha negli anni '30 davvero notevole. Nel primo film Hidejiro, un ex yakuza, torna dal serizio militare a risollevare le sorti della famiglia di costruttori messa in crisi dallo scorretto rivale, fa esercizio di pazienza in ossequio ai dettami del "capo", ma alla fine esplode nella vendetta finale, che porta a compimento giusto in tempo prima di venire arrestato. Lo schema si ripete negli altri due film, quasi variazioni sul tema, con l'aggiunta dell'intervento pietoso di una geisha a curare Hide dagli effetti delle aggressioni iniziali e lo sbocciare di un amore discreto quanto complicato. Può sembrare strano, ma la ripetitività non disturba. I caratteri sono approfonditi, i valori netti, la violenza mai spettacolarizzata (di fatto, anche se le uccisioni abbondano, i veri e propri scontri sono riservati al redde rationem che chiude ogni film), la struttura è classica, e assomiglia alla tragedia. Takakura è dotato di una capacità espressiva particolare, riesce a coinvolgere con il semplice cambio di intensità dello sguardo. Tutto il contrario della splendida Fuji, che ai tratti incantevoli unisce una mobilità del viso emozionante. Colpisce, considerato anche che Makino è a "fine carriera" (il suo ultimo titolo è del 1972, e prima della saga del "tatuaggio del drago" ne aveva girati oltre duecentoventi) la freschezza di una ricerca estetica ancora convinta. Le immagini sono davvero bellissime, specie quelle notturne. "Il dovere di un leone" si apre con un brevissimo duello in cui il ripetto fra i contendenti sembra in armonia con la bellezza di una notte incantata. Sempre in questo film ho notato una tecnica di montaggio particolare nella sequenza che ritrae il protagonista incamminarsi per andare a fare giustizia: accompagnato dalla bella e distesa canzone che fa da filo conduttore sonoro ai tre film, Takakura incede a passo costante, ma il ritmo delle diverse inquadrature aumenta di velocità arrecando alla situazione un crescendo visivo coinvolgente. Il tema dell'infiltrazione della malavita nelle opere pubbliche, in particolare nell'edilizia, è trattato con dovizia di argomenti (non mancano i responsabili cittadini corrotti e le aste trauccate), e in ogni film si ripresenta il contrasto fra il lavoro come fonte di reputazione e il lavoro come fonte di guadagno arbitrario. Altro tema importante è la condizione femminile e della geisha in particolare: qui Makino è particolarmente esplicito nella rappresentazione dello stato di disumana subalternità della donna, ma è anche positivo nel mostrarci come con coraggio ci si possa difendere facendo appello al medesimo sistema di regole che considera la ragazza una merce (rimarchevole la figura della geisha che non era mai concessa e a cui nessuno poteva imporre il rapporto sessuale, se non - appunto - con la violenza). Come viene ben spiegato nell'extra contenuto nel terzo dvd dalla studiosa Maria Teresa Novielli, fra il principio del dovere (o meglio dell'obbedienza, cardine della cultura del ronin-yakuza) e quello del sentimento (insopprimibile nell'essere umano) emerge, a mediare, il principio dell'onore, che non si risolve nè nell'uno nè nell'altro, ma vuole verosimilmente fondare un appropriato fondamento per la convivenza.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
turista nell'isola, turista nel mondo, 8 maggio 2012
Acquisto verificato Amazon (Cos'è?)
Si capiva che Oscar Donadieu era rimasto nel cuore a Simenon: era totalmente distonico con il carattere del clan, essenzialmente indifferente alla caduta economica raccontata ne "Il testamento Donadieu" (1937), l'unico - in fondo - del quale valeva la pena seguire le gesta. Come Alain ("Il destino dei Malou") o Gilles Mauvoisin ("Il viaggiatore del giorno dei morti" - che guarda caso approda a La Rochelle, la città dei Donadieu), Oscar è un giovane desideroso di trovare la "propria" strada, per niente lusingato dal denaro, dal conformismo, dalle nromali tappe che dovrebbero segnare la prograssiva affermazione di un suo coetaneo. Ma è condizionato da una formidabile malinconia, che ne limita la concludenza, e gli fa preferire l'isolamento, la fuga; del resto porta il sangue di una famiglia nella quale il suicidio si è presentato forse anche più volte di quanto dicano le cronache ufficiali... Oscar Donadieu approda a Tahiti, prende subito contatto con la comunità francese, ma ha in mente di instaurare un rapporto radicale ed esclusivo con la natura. Dopo una breve permanenza nella città, sparisce, e per pagine e pagine non sapremo nulla di lui, se non attraverso la curisità degli altri occidentali, per i quali non è altro che l'ennesimo "turista da banane". L'epiteto sta ad indicare quegli europei velleitari che si mettono in testa di trovare a Tahiti il paradiso naturale ma inevitabilmente cedono allelusinghe della comodità e della riproduzione in loco dei benefici che la classe sociale assegna loro. Oscar si impegna nella sua impresa, prende possesso della capanna di un tedesco "morto in piedi", sulla sommità di una cascata, e per mesi vive dei frutti del fiume e della terra. Ma un giorno una rappresentanza del notabilato locale lo raggiunge per indurlo a recedere dal proprio progetto, quasi che la sua condotta possa imbarazzare i bianchi dell'isola; agli argomenti Oscar risponde con decisione, ma alla sensualità di Tamatea - un'indigena che vive accompagnandosi a questo o quell'europeo - resiste assai meno. E così, non tollerando come prima la solitudine, Oscar sente il bisogno di tornare in città... Gli ultimi due capitoli (pagg.144-180) danno un colpo d'ala al romanzo, che fin lì covava lo straniamento del giovane Oscar, raccontandoci piuttosto la bolsa insipienza della comunità dei bianchi. Ma nel nono capitolo, quello sul processo farsa ad un francese che ha ucciso per gelosia di Tamatea, Oscar si rende conto che c'è qualcosa di più grave e strutturale nella mentalità dei suoi connazionali : una profonda indifferenza umana verso chiunque non faccia più comodo. Nel decimo capitolo il processo di immedesimazione di Oscar nell'imputato del delitto arriva alle estreme conseguenze. L'accelerazione del racconto è scioccante: il Maestro Belga usa tecniche "cinematografiche" (ad es. il montaggio parallelo) per portare coralmente i protagonisti all'epilogo. Tutto quello che avevamo imparato nei precedenti capitoli viene qui precipitato, e allora bastano cenni, mezze parole, allusioni per muovere il motore perfetto del racconto. Grande romanzo, grande tecnica. Malinconia.
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6 di 8 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
elogio della misura, 3 maggio 2012
Parigi, giorni nostri. Un giovane nero appena uscito da sei mesi di carcere, assai sveglio ma votato all'inconcludenza (Dris), lascia la banlieu dove è cresciuto con una dozzina di fratelli (ma senza padre) perchè assunto per badare ad un ricco bianco tetraplegico che non vuole essere trattato con pietà (Philippe). Nasce un sodalizio bizzarro ma funzionale: il ragazzo vive di attimi ma ha bisogno della stabilità che l'infermo gli permette, questi dispone della smisurata durata delle sue giornate e può godere a sua volta della ineusaribile cpacotà improvvisativa del giovane. Anzi : più Dris scombussola le sacre consuetudini di Philippe, più questi sente di tornare alla vita. Qualcosa condividono, molto si scambiano, sperimentano l'ambiguità della dialettica "servo-padrone" sino in fondo, mantenendo però sempre e con orgoglio l'identità di classe che li distingue. Un bel film : si sorride molto, qualche volta si ride apertamente, si assiste al dolore, si sperimenta la fiducia. Il soggetto di "Quasi amici" si poteva prestare ad eccessi parimenti insopportabili : buonismo mieloso (esempi infiniti), derive miracolose (ancora non mi va giù la corsa del cieco in Ferrari nella versione USA di "Profumo di donna"), oppure il politicamente scorretto (tipo "Tutti pazzi per Mary"). Forse si poteva evitare la sequenza del ballo scatenato di Dris con l'orchestra da camera ad accompagnarlo: ma difficilmente chi vede questa scena rimane indifferente, se non altro per la irresistibile avvenenza dell'attore. Invece il film mantiene una misura appropriata fra la distanza dei due personaggi e la loro solidarietà "necessaria", fra distacco emotivo e complicità, fra realismo senza orpelli e pragmatismo fiducioso; lo stile di narrazione è serrato, grazie ad un montaggio che non lascia spazio ai ripensamenti. I protagonisti sono di bravura e carica non comune: François Cluzet fa, benissismo, il ricco orgoglioso, è costretto a recitare con gli sguardi ma alla fine del film chi se ne è accorto? Strepitoso, anche per una bellezza abbagliante, Omar Sy, il cui sorriso davvero ferma il tempo e lo spazio. Il film deve tutto o quasi al rapporto fra la compostezza del primo e l'esuberanza del secondo, entrambi incapaci di accettare se stessi e inevitabilmente inclini ad accettare la diversità dell'altro. Nei titoli di coda viene spiegato che la vicenda che ha ispirato è reale e una foto ci fa vedere i volti dei veri protagonisti.
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4 di 4 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
indispensabile, 2 maggio 2012
Pubblicato nel 1973, si tratta di una fondamentale riflessione critica sulle pressioni politiche culturali religiose ed economiche che costringevano e per molti versi ancora costringono la donna in un recinto di doveri ruoli e convenzioni a tutto vantaggio del potere maschile. Ci sono mille spunti che ancora oggi risultano assolutamente attuali. Apro a caso il volume e leggo l'attacco del paragrafo "Giocattoli 'giusti' e 'sbagliati' (pag. 87) : "i negozianti di giocattoli sanno benissimo che chi acquista un giocattolo tiene sempre presente il sesso del bambino, tanto è vero che alla generica richiesta 'Vorrei un giocattolo adatto per un bambinio di due anni' replicano 'Per un bambino o una bambina?'". L'Autrice - esaurito presto il gruppo di quelli tendenzialmente neutri - passa annovera e analizza i giocattoli quelli tipicamente femminili e quelli di norma femminili; già da questa rassegna - che oggi trova conferme esponenziali - si capisce dove è proiettato l'immaginario del maschio (alla realizzazione di sè attraverso il compimento di imprese) e quello della bambina (all'assolvimento di ruoli e doveri che nessuno si è sognato di chiederle quanto la affascinino). Scambiare i due gruppi di giochi, regalare un fucile ad una bimba o un set di tazzine da te' per il bambino, sarebbe stato vissuto come un sacrilegio. Oggi, temo, siamo messi ancora peggio.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
3.0 su 5 stelle
storia di Caterina, cresciuta in un armadio, 1 maggio 2012
Acquisto verificato Amazon (Cos'è?)
Questo libro narra in prima persona, col tono piano di chi parla di cosa normalissima, la storia di una bambina che per anni la madre teneva chiusa in un armadio. Caterina poteva uscire per andare a scuola, tornare, mangiare, e basta. Bambina e ragazzina privata di ogni vita sociale, segregata tutti i pomeriggi e sere da una povera folle (o una pazza criminale, fate voi), apre un nuovo e alla fine decisivo orizzonte nella propria vita scoprendo che, coi dovuti accorgimenti, nell'armadio può leggere libri. E i libri - come dice la deliziosa canzone per bimbi "Il topo con gli occhiali" - "sono ali che aiutano a volare, i libri sono vele che fanno navigare". Caterina cresce, cresce pure meglio di quanto la penosa esperienza possa far immaginare, le ha sostanza e i libri ci hanno messo il resto, lascia la famiglia, lavora in una libreria, avrà il suo amore la sua vita la sua maturità. "Batti il muro", la frase che titola il libro, è l'esortazione che gli internati del manicomio, davanti al quale Caterina cammina per andare a scuola, rivolgono a tutti i passanti. Loro, lì dentro, chiedono a quelli di fuori un segno, un contatto. Per Caterina rispondere a questo appello non era solo un gesto di umanità, ma una vera e propria necessità.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
3.0 su 5 stelle
se volare è come star fermi, 1 maggio 2012
Bingham (Clooney) è un tipo bello, intelligente e bravissimo nel suo lavoro (tagliatore di teste: uno che va in giro a ridurre il personale delle aziende). Vive viaggiando, letteralmente: sta quasi più tempo in volo che in terra. Mai a casa sua, perché una vita propria, di fatto, non ce l'ha. Scopre che non basta, grazie alle batoste che riceve da due donne (lui che le donne le stende con un sorriso!): una ragazzina saccente che ridimensiona il ruolo dei "viaggianti" nell'organizzazione di Bingham, a favore di più economici contatti a distanza; e un'altra fascinosa viaggiatrice, che però quello che fa con Bingham lo fa per gioco, mentre per lui il gioco è diventato la vita stessa. E volare è solo il modo per non crescere. Buon film, ottime interpretazioni e conclusione amara ma realistica. Mi ha incuriosito leggere sul sito Mymovies (a firma Marianna Cappi) che, rispetto agli altri lavori di Reitman, questo film avrebbe questo difetto : "va spedito come un volo intercontinentale, dice quel che intende dire e non altro". Santa Peppazza ! Magari lo dicessero sempre di me!
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4 di 4 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
un bellissimo intrigo, 1 maggio 2012
Il film racconta il percorso di formazione ed emancipazione nell'inferno della politica di un giovane esperto di comunicazione che lavora nello staff di un candidato alle primarie. Quello che deve imparare non è esattamente il senso della cosa pubblica, perché della cosa pubblica a nessuno interessa... Il giovane è interpretato da Stephen Meyers, il candidato da George Clooney, il potente responsabile della campagna elettorale è Philip Seymour Hoffman; poi abbiamo Paul Giamatti nei panni del capo della campagna avversaria e Marisa Tomei ad impersonare la giornalista che arriva ovunque. Già sono normalmente bravi, qui - forti sia di un testo di origine teatrale potente e oscuro, sia dell'ottima regia di Clooney - sono magistrali. Il film si avvale di queste splendide prove, ma è curatissimo sotto ogni aspetto. Segnalo montaggio e colonna sonora, che rendono ogni situazione avvincente e inquietante. Il senso dell'operazione è forse un grido di denuncia sugli intrighi che condizionano la democrazia USA, non a caso ambientato nella fazione democratica, tanto per non far sconti a nessuno da parte di un democratico come Clooney. Amaro, coinvolgente, molto istruttivo.
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4 di 4 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
ottimo film, 1 maggio 2012
So che questo ottimo film ha subito in Italia una certa diffidenza perché ambientato nel mondo del baseball, disciplina che - a parte una minoranza di praticanti e appassionati - ci è in genere assai poco familiare. Ma qui il baseball è il contesto, il nocciolo del film è la rappresentazione di una filosofia di vita e di un modo di intendere la competizione. Nel 2003 Michael Lewis pubblica "Moneyball" (sottotitolo: "L'arte di vincere in un gioco scorretto"), un libro dedicato alle determinanti finanziarie del successo nel baseball statunitense ed incentrato sulla figura di Billy Beane, ex giocatore di baseball, e tuttora dirigente della squadra degli Oakland Athletics. La storia è semplice: a Beane, General Manager della squadra, sottraggono ad uno ad uno i migliori giocatori, a quali non è in grado di offrire ingaggi competitivi con quelli messi in campo dagli squadroni più ricchi. L'incontro casuale con il giovanissimo laureato in economia Peter Brand apre a Beane una nuova possibilità: il ragazzo, apparentemente timido ma tenacemente convinto delle proprie idee, gli prospetta l'opportunità di formare una grande squadra anche senza ingenti capitali, e quindi rinunciando ai campioni affermati, ma puntando sui giocatori indicati dalle evidenze statistiche dei tornei. Beane ci prova, impone Brand nello staff degli Oakland, mettendosi contro tutto e tutti, a cominciare dall'allenatore. Dopo un lungo periodo di disfatte, l'idea di fondo comincia a dare i suoi frutti e Oakland lascerà il proprio marchio nella storia del baseball. I personaggi e gli attori: Beane è un prodigioso Brad Pitt, che più invecchia e più è convincente. Il suo personaggio è un perdente nevrotico e tendente al depresso: deluso come giocatore, è convinto di portar male alla squadra (tanto che non vuole asssistere alle partite) e si sfoga smangiucchiando qualunque cosa. Brand è un sorprendente Jonah Hill, ingrassato a dovere per meglio calarsi nella parte del geniale imbranato, tosto come un mulo. Il suo modo di toccarsi gli occhiali quando espone un'idea, il suo sorriso quando riceve le immancabili conferme, la sua empatia sincera per Beane: tante cose rimangono impresse della sua ottima interpretazione. L'allenatore Howe è Philip Seymour Hoffman, sul quale non serve dir molto se non che in genere è un fenomeno. Secondo alcuni qui sarebbe "sprecato", ma io non credo: da grande attore qual è va benissimo anche per un ruolo non centrale, reso peraltro in modo fastidiosamente perfetto. La filosofia della storia e del film è bella e dirompente : un'idea forte e un compatto assieme di persone impegnate a realizzarla possono prevalere sul potere, sul denaro, sulla scorrettezza. Mica male! p.s. vedendo questo film è difficile non pensare a Zdenek Zeman. e a pochi altri
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5 di 6 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
bel film, anche per chi il baseball non lo ama proprio, 1 maggio 2012
So che questo ottimo film ha subito in Italia una certa diffidenza perché ambientato nel mondo del baseball, disciplina che - a parte una minoranza di praticanti e appassionati - ci è in genere assai poco familiare. Ma qui il baseball è il contesto, il nocciolo del film è la rappresentazione di una filosofia di vita e di un modo di intendere la competizione. Nel 2003 Michael Lewis pubblica "Moneyball" (sottotitolo: "L'arte di vincere in un gioco scorretto"), un libro dedicato alle determinanti finanziarie del successo nel baseball statunitense ed incentrato sulla figura di Billy Beane, ex giocatore di baseball, e tuttora dirigente della squadra degli Oakland Athletics. La storia è semplice: a Beane, General Manager della squadra, sottraggono ad uno ad uno i migliori giocatori, a quali non è in grado di offrire ingaggi competitivi con quelli messi incampo dagli squadroni più ricchi. L'incontro casuale con il giovanissimo laureato in economia Peter Brand apre a Beane una nuova possibilità: il ragazzo, apparentemente timido ma tenacemente convinto delle proprie idee, gli prospetta l'opportunità di formare una grand esquadra anche senza ingenti capitali, e quindi rinunciando ai campioni affermati, ma puntando sulle evidenze statistiche dei campionati. Beane ci prova, impone Brand nello staff degli Oakland, mettendosi contro tutto e tutti, a cominciare dall'allenatore. Dopo un lungo periodo di disfatte, l'idea di fondo comincia a dare i suoi frutti e Oakland lascerà il proprio marchio nella storia del baseball. I personaggi e gli attori: Beane è un prodigioso Brad Pitt, che più invecchia e più è convincente. Il suo personaggio è un perdente nevrotico e tendente al depresso: deluso come giocatore, è convinto di portar male alla squadra (tanto che non vuole asssistere alle partite) e si sfoga smaggiucchiando qualunque cosa. Brand è un sorprendente Jonah Hill, ingrassato a dovere per meglio calarsi nella parte del geniale imbranato, tosto come un mulo. Il suo modo di toccarsi gli occhiali quando espone un'idea, il suo sorriso quando riceve le immancabili conferme, la sua empatia sincera per Beane: tante cose rimangono impresse della sua ottima interpretazione. L'allenatore Howe è Philip Seymour Hoffman, sul quale non serve dir molto se non che in genere è un fenomeno. Secondo alcuni qui sarebbe "sprecato", ma io non credo: da grande attore qual è va benissimo anche per un ruolo non centrale, reso peraltro in modo fastidiosamente perfetto. La filosofia della storia e del film è bella e dirompente : un'idea forte e un compatto assieme di persone impegnate a realizzarla possono prevalere sul potere, sul denaro, sulla scorrettezza. Mica male! p.s. vedendo questo film è difficile non pensare a Zdenek Zeman. e a pochi altri
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