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Classifica Top recensori: 2
Voti utili: 1170
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Recensioni scritte da Manuel Medeot (Belgrado, Serbia)
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2 di 2 persone hanno trovato utile la seguente recensione
3.0 su 5 stelle
Jurassic-zilla, 7 giugno 2012
Stupefacente la capacità degli Yankee di modificare e plasmare a proprio piacimento cose, persone, idee. L'originale "Godzilla" era una pellicola dai toni palesemente anti-statunitensi, denuncia neanche troppo metaforica degli orrori nucleari che un decennio prima avevano devastato il Giappone. Come e per che via si sia di lì riusciti a ricavarne un monster movie filo-americano che strizza l'occhio a Jurassic Park e ribalta completamente la prospettiva originaria (ora la colpa è di noi europei e dei nostri esperimenti atomici incontrollati) non mi è ancora del tutto chiaro, ma si sa, gli USA sono la "Land of miracles" per eccellenza anche e soprattutto per questo. Considerazioni meta-politiche a parte, "Godzilla" conferma tutti i pregi e i difetti della ricerca di Emmerich già evidenziati dal precedente "Independence day": cinema si diceva meramente d'intrattenimento, pop-corn e Coca Cola, ma non per questo necessariamente da affossare: c'è di sicuro tanto, troppo trash in questo polpettone fantascientifico, ma non mancano momenti di sicuro impatto, vedi la prima comparsa del Leviatano e le sue scorribande per le strade di Manhattan. La CGI è come di consueto nei film del regista americano molto curata e la mega-iguana è davvero mastodontica, ancorchè visivamente troppo ancorata agli stereotipi dei dinosauri spielberghiani. Molto meno convincenti le prove del cast (protagonista femminile sinceramente imbarazzante) e alcune scelte astruse nello sviluppo dello script (perchè nel film piove sempre?) che hanno giocato un ruolo decisivo nel valere alla pellicola il Razzie Award quale peggior remake dell'anno e nel far ricredere i vertici Sony circa l'opportunità del sequel originariamente previsto. Se il film è tutt'altro che esente da difetti, l'edizione BD è invece realizzata in modo impeccabile, il video è infatti di ottima qualità e offre un livello di dettaglio sempre eccellente. Plauso poi a Sony per essere una delle poche case produttrici a localizzare sempre la traccia audio dei propri blu-ray, come da consuetudine per l'azienda nipponica anche questo BD consente a noi italiani di godere del tanto agognato DTS-HD non compresso grazie al quale sentirete il lucertolone scorazzare allegramente nel soggiorno. Vicini di casa permettendo.
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2 di 2 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
Emmerich all'ennesima potenza, 7 giugno 2012
"Independence day" è il sunto del modo di intendere il cinema di Roland Emmerich. Fracassone, esagerato, retorico, inverosimile, magari anche superficiale. Eppure, a suo modo, innegabilmente divertente. Credo che nessuno, neanche lui stesso forse, prenda troppo sul serio le sue opere, che sono studiate fotogramma per fotogramma con un unico scopo: soddisfare il palato del pubblico più "easy", quello che non cerca nei film chiavi di lettura ulteriori rispetto a ciò che vede proiettato e che alla settima arte chiede solo di essere ciò che in origine i fratelli Lumiere volevano che fosse: un passatempo come altri. Nessun crimine in questo, e che si ami o meno questo particolare sottogenere, va dato atto al regista americano di essere probabilmente il migliore nel suo ramo, perchè le sue pellicole offrono esattamente ciò che la massa chiede: spettacolarità, spensieratezza e intrattenimento, tanto intrattenimento. Sorvolo quindi sulla trama e su alcune evidenti forzature che richiedono una certa dose di buona volontà per esser digerite (ubriaconi in grado di pilotare caccia bombardieri, presidenti lanciati in prima linea a guidare l'assalto agli extraterrestri, futuristici computer alieni sprovvisti di antivirus..) per spendere qualche riga a commento dell'edizione BD. Manca, come sottolineato da un altro utente, la versione "extended" del dvd e mancano pure alcuni degli extra (il finale alternativo in primis), tuttavia non mi sento di bocciare il disco per questo. Il quadro visivo segna infatti un deciso miglioramento rispetto all'edizione precedente, con colori accesi e buon contrasto, livello di dettaglio discreto (per quanto mai "razor", ne tenga conto chi ama questo tipo di definizione) e -come di consueto nei film di questo tipo- effetti sonori roboanti nella traccia lossless inglese, che nelle scene degli attacchi alieni sono un buon test per verificare la resistenza della vostra abitazione a eventuali scosse telluriche. Quanto basta insomma per suggerire l'upgrade a chi già possiede il dvd. Il disco è ormai reperibile a prezzo ridotto pressochè ovunque, per cui chi ama questo regista può tranquillamente farci un pensierino senza rischiare il tracollo economico. Gli altri ovviamente non cambieranno idea circa le sue produzioni, ma Emmerich è questo. Prendere o lasciare.
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13 di 15 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
Eccellente trasposizione cinematografica di un dramma umano, 6 giugno 2012
"Apollo 13" è la dimostrazione che, quando vogliono, gli americani sanno girare pellicole in grado di coniugare il loro tradizionale patriottismo e la drammaticità di un evento storico senza scadere nel ridicolo della retorica più bieca. Avere un buon cast certo aiuta parecchio, e quando metti insieme gente del calibro di Hanks, Harris, Bacon, Sinise e li fai dirigere da un buon mestierante quale Ron Howard il più è fatto, a maggior ragione se lo script è avvincente come nel caso di una missione spaziale che dovrebbe essere di routine e che improvvisamente assume i connotati della possibile tragedia. Sceneggiatura solida dunque, che ricostruisce con fedeltà assoluta gli avvenimenti di quell'infernale pomeriggio dell'aprile '70 grazie alla collaborazione con i vertici della NASA in sede di produzione, e regia ugualmente precisa che restituisce credibilmente la claustrofobicità degli angusti spazi della navicella, cui fa da contraltare la maggiore dinamicità delle scene girate nella sala comandi di Houston. Il clima di tensione che si respira è tangibile ed è frutto di un'attenta caratterizzazione dei personaggi, mai eccessivi nei propri atteggiamenti seppur inseriti in un contesto estremamente concitato: come in ogni grande film i dialoghi sono infatti scritti con cura e recitati impeccabilmente da attori che si calano con sobrietà nei rispettivi personaggi, senza che nessuno di loro assurga a ruolo di primadonna. Video: riversamento eccellente, dettaglio accentuato nei primi piani con qualche occasionale calo nelle panoramiche (non so fino a che punto imputabile al processo di "conversione" in sè, va tenuto conto che si tratta pur sempre di una pellicola non recentissima), livello di nero apprezzabile nelle sequenze con sfondo buio (numerose a bordo dell'astronave) e porosità molto "cinematografica". Colorimetria naturale e non alterata da filtri di alcun tipo. Audio: traccia italiana DTS di buona qualità, lontana per forza di cose dalla lossy inglese (ma che ve lo dico a fare, ci siete abituati ormai..), impianto che ruggisce nella scena di lancio per poi quietarsi inevitabilmente nella seconda parte del film. In ogni caso dialoghi sempre estremamente chiari e dinamica discreta. Extra: dotazione ricca e pienamente soddisfacente, documentari e doppia traccia di commento al film che viene analizzato in tutti i dettagli e messo a continuamente a confronto con la vicenda reale. Una pellicola avvincente, a tratti superlativa, girata con mano sicura e magnificata da una trasposizione accurata. Come recita la locandina, quello sfortunato giorno l'equipaggio dell'Apollo ebbe un problema: voi sicuramente non ne avrete facendo vostro quest'ottimo BD.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
I Maiden sono sempre i Maiden, ma.., 5 giugno 2012
Mi trovo sinceramente in difficoltà nel recensire l'ennesimo live dei Maiden. Da un lato ci sono le ragioni del cuore, quelle che mi portano a venerare senza riserve la band che mi ha di fatto introdotto al mondo dell'Heavy Metal la bellezza di 23 anni fa, e che non mi permetterebbero mai di parlarne male. Dall'altro non posso fare a meno di notare che pubblicare live e raccolte a ripetizione -come gli Iron stanno facendo da ormai due decenni a questa parte- sa tanto di astuta manovra commerciale e non depone esattamente a favore dell'integrità etica (se mi concedete l'espressione) di Harris & co.. I due "A real live" rappresentavano il testamento artistico della prima era Dickinson, il successivo "Live at Donington" era giustificato dall'importanza dell'evento e della location in sè, "Rock in Rio" aveva un senso in quanto simbolo della rinascita della band successiva al reintegro in formazione di Bruce e Adrian..ma c'era davvero bisogno di "Death on the road" e "Flight 666" (per tacere del recentissimo "En vivo")? Nulla da recriminare quanto a qualità di incisione e presentazione, per carità; i pezzi poi sono quelli storici, i migliori della loro straordinaria carriera (c'è pura la bellissima "Moonchild" che da un po' non veniva riproposta): il punto è che l'impressione che i Maiden danno è quella di voler un po' approfittare della devozione dei propri fan, pronti a sborsare quattrini su quattrini per dischi che di fatto non aggiungono nulla di nuovo a quanto già sentito, e "Flight 666" da questo punto di vista è "solo" un'ottima riproposizione di canzoni ascoltate migliaia di volte. Mettiamola così: se li amate alla follia e l'idea di vivere senza possedere ogni loro disco vi causa crisi d'ansia e tormenti esistenziali, compratelo pure. In caso contrario (o se magari già possedete il fondamentale "Live after death") direi che potete farne a meno senza grossi patemi d'animo.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
Altro live!, 4 giugno 2012
La nuova filosofia Maiden sembra prevedere un album live per ogni tournee successiva a un disco in studio, mossa molto scaltra che consente a Dickinson & co. di incassare il doppio degli introiti con lo stesso numero di canzoni nuove. La band sa benissimo di poter contare su un popolo di estimatori fedelissimi, disposti ad acquistare qualsiasi cosa rechi il logo della Vergine di Ferro e manco a dirlo ci marcia sopra, vedasi anche i prezzi assurdi a cui viene venduto il merchandising ufficiale ai concerti (€30 per una t-shirt) per tacere del costo dei biglietti per un loro show, più che raddoppiato nel giro dell'ultimo decennio (e non mi si venga a dire che è colpa dell'inflazione). Considerazioni etico-commerciali a parte, "Death on the road" è un prodotto indubbiamente curato come da tradizione Iron, la registrazione è professionale e il gruppo è catturato durante un'esibizione particolarmente felice nel corso del tour di promozione al discreto "Dance of death", i cui pezzi costituiscono conseguentemente il nucleo della tracklist. Tra le altre canzoni viene recuperata "Lord of the flies" dal discusso "The X Factor" accanto alle consuete "The number of the beast", "Run to the hills", "Hallowed be thy name" ecc. Nulla da eccepire quindi circa il contenuto del disco e la qualità di performance e incisione, resta qualche legittimo dubbio circa l'effettiva necessità di pubblicare un live dopo l'altro, soprattutto considerato che la scaletta è spesso simile. Beh, mantenere un jumbo-jet privato immagino costicchi non poco.
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2 di 2 persone hanno trovato utile la seguente recensione
2.0 su 5 stelle
Brani grandiosi, registrazione inspiegabilmente scadente, 3 giugno 2012
Inizialmente usciti come album separati, i due live "A real one" sono stati poi inglobati in un'unica edizione doppio cd, mantenendo l'originaria suddivisione con un disco dedicato alle canzoni del primo periodo e l'altro a quelle dell'era post-Powerslave. Purtroppo insieme a questo si è conservata anche la pessima qualità della registrazione originale, che rovina di molto l'impatto complessivo del documento: in alcuni brani si assiste esterrefatti a inspiegabili cali di suono, in altri il basso è eccessivamente preponderante rispetto agli altri strumenti; capisco la scelta della band di optare per un sound il più naturale possibile (il disco è infatti privo di overdubs e correzioni in studio) ma vi assicuro che il livello della registrazione a tratti lascia davvero basiti, in commercio si possono tranquillamente reperire bootleg di qualità superiore. I Maiden dal vivo rappresentano un'esperienza straordinaria che chiunque ami la musica hard-rock dovrebbe sperimentare almeno una volta nella vita, peccato che questo live non riesca a riprodurre in modo convincente la magia della band di Steve Harris. Optate per il sempre validissimo "Live after death" o per il più recente "Rock in Rio".
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
Iron Maiden al top, 3 giugno 2012
Tra tutti i live pubblicati dai Maiden dopo la riappacificazione con la coppia Dickinson-Smith questo è quello che preferisco. Un po' perchè la band appare decisamente rivitalizzata dal reinnesto dei due, un po' perchè è confezionato magnificamente (bellissimo il contrasto di colori in copertina), in larga misura per il fatto che la scaletta è ottima e include gli episodi migliori del bel reunion album "Brave new world" (eccetto "The thin line between love and hate", che a onor del vero non credo sia mai stata proposta dal vivo) accanto agli evergreen che tutti conosciamo. Gruppo in forma, pubblico delle occasioni migliori, registrazione ottima: direi che più di così a un live non si può chiedere.
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5 di 6 persone hanno trovato utile la seguente recensione
4.0 su 5 stelle
Tecnicamente inappuntabile, anche se.., 3 giugno 2012
Di questi tempi un live dei Maiden non può certo considerarsi un evento storico irripetibile, vista la tendenza della band di Steve Harris a intervallare ogni nuovo album in studio con un disco dal vivo (sull'opportunità di queste manovre commerciali mi sono già espresso in passato). La tournee di supporto al non esaltante "The final frontier" non sfugge a questa regola e così i fan più irriducibili della band britannica possono ora crogiolarsi con questi 17 pezzi, registrati in modo impeccabile (e vorrei vedere, visto il faraonico budget a disposizione) e suonati in modo altrettanto irreprensibile. La scaletta, come è ovvio che sia, privilegia i brani dell'ultimo disco e qui casca un po' l'asino, nel senso che accanto a canzoni buone come "Coming home" e "Where the wild wind blows" ve ne sono altre ben meno entusiasmanti (eufemismo) come "Talisman", "El dorado" o l'interminabile intro "Satellite 15", che nemmeno dal vivo riescono cancellare le perplessità destate in studio. Il resto dell'album propone i consueti classici da battaglia (The trooper, Hallowed be thy name etc) sui quali credo davvero non occorra soffermarsi, posto che il fan medio degli Iron li conoscerà a menadito essendo stati riproposti centinaia di volte sui precedenti live. Il disco è nel complesso tecnicamente inappuntabile e presentato ottimamente, per cui vedete un po' voi: se avete apprezzato "The final frontier" andate sul sicuro, in caso contrario direi che la discografia dei Maiden include un numero sufficientemente elevato di esibizioni dal vivo sui cui orientare la scelta.
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1 di 1 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
Semplicemente Lemmy, 2 giugno 2012
Poche storie, quest'uomo E' il rock'n'roll. Credo di poter affermare senza timore di smentita che nessun altro personaggio ha incarnato l'essenza di questa musica meglio di Ian "Lemmy" Kilmister, fondatore di quei Motorhead verso cui qualsiasi band hard rock/heavy metal moderna paga un eterno debito di riconoscenza umana prima ancora che artistica. Perchè Lemmy ha vissuto, odorato, respirato il rock prima di chiunque altro, ne ha fatto la propria seconda pelle senza false reticenze, con tutti gli eccessi e le aberrazioni del caso. Prima ancora di Black Sabbath, AC/DC e Judas Priest, lui era già là, a bere whiskey, portarsi a letto groupie e devastare ogni notte il fedele Rickenbaker come se non ci fosse un domani, come se tutta la vita dipendesse da quei quattro accordi, sempre gli stessi e sempre maledettamente affascinanti, su cui sono state costruite pagine di storia della musica. Un'autobiografia sincera, spontanea, senza peli sulla lingua (se non quelli pubici delle sue amanti) nè compromessi. Proprio come il caro, buon vecchio zio Lemmy. E allora lunga vita a questo eterno mascalzone.
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3 di 4 persone hanno trovato utile la seguente recensione
5.0 su 5 stelle
Granitico, 1 giugno 2012
L'accusa talvolta rivolta ai Litfiba degli anni '90 è quella di aver venduto l'anima al dio denaro, e "Terremoto" è spesso citato come il simbolo della (presunta) commercializzazione della band. Assunto con cui personalmente non mi trovo d'accordo, perchè se da un lato è innegabile che l'album segna una svolta sonora non indifferente rispetto alle precedenti prove in studio (soprattutto se il riferimento è agli esordi, che lasciavano presagire ben altre direzioni) strizzando a tratti l'occhio a certe correnti in voga all'epoca, dall'altro è altrettanto vero che il sound del gruppo non si è certo addolcito o reso maggiormente "radio friendly", tutt'altro: "Terremoto" è al contrario un album di hard rock infuocato, probabilmente il più estremo nella discografia della band fiorentina. La furiosa opener "Dimmi il nome" sintetizza alla perfezione la nuova dimensione-Litfiba: produzione più ruvida che in passato, la chitarra di Renzulli è distorta al limite del Metal e anche i vocalizzi di Pelù sono più aggressivi rispetto al precedente "El Diablo". La successiva "Maudit" si muove su sentieri sonori ugualmente estremi, il cantato al vetriolo è per certi versi reminescente l'Hetfield più recente (siamo nel '93 e non si è ancora spenta l'eco del Black Album) e dimostra che i nostri sono più incavolati che mai contro sistema, convenzioni e classe politica. Tensione che non accenna ad allentarsi anche con "Fata Morgana" (eccellente il riff centrale) e "Soldi", il brano in cui è forse più avvertibile l'influenza della contemporanea esplosione grunge d'oltreoceano. Maggiormente riflessiva "Firenze sogna" che fa da preludio a "Dinosauro", la track più esplosiva del disco: apertura con riff metallo pesante e ugola di Pelù lacerata nello stupendo coro, vera e propria dichiarazione di guerra alla corruzione dilagante. Forse leggermente meno convincente (almeno per il gusto del sottoscritto) "Il mistero di Giulia", mentre ottime sono tanto la semi-ballad "Prima Guardia" quanto la conclusiva "Sotto il vulcano", dedicata all'allora recentemente scomparso Gus Daolio dei Nomadi. "Terremoto" è un album che sia a livello sonoro che lirico risente pesantemente e inevitabilmente del clima sociale controverso in cui è stato concepito: Tangentopoli, la fine della prima repubblica, le stragi di Capaci e via d'Amelio sono tutti temi che ricorrono in un modo o nell'altro nei testi del disco, che fin dall'aggressiva copertina si capisce essere una protesta serrata contro la classe dirigente e contro un sistema oramai al collasso; credo che in questo, più che nella asserita devozione ai trend musicali dell'epoca, vada ricercata la ragione della sterzata "metallosa" nel sound della band toscana.
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