La mappa del tempo non è il tipico libro da intrattenimento in cui ci si può imbattere e, nonostante titolo e sinossi, è quanto di più lontano ci sia da uno young adult per impianto narrativo e stilistico. Credo che valga la pena, dunque, spendere qualche parola sulla struttura dell'opera.
Tanto per incominciare non è un romanzo, bensì una raccolta di tre racconti interconnessi in cui compaiono personaggi ricorrenti. È scritto, poi, con una prosa ricca e forbita, caratterizzata da costrutti complessi e rétro, in cui largo spazio è dato alle descrizioni e a lunghissime digressioni che, per quanto pertinenti, non sono sempre, esattamente irrinunciabili. Il narratore è esterno, onnisciente e si diverte a condurre il lettore dove vuole e quando vuole, manipolando intreccio e tempo della narrazione a suo piacimento. Tanto per dare un'idea di quanto esposto, basti questo esempio: a un certo punto troviamo due personaggi affrontare un lungo, silenzioso viaggio in carrozza e il narratore riempie il buco nell'azione raccontandoci di come avvenne l'introduzione della carta igienica a Londra! Questo episodio ha un nesso con la storia? In un certo senso. È una deviazione indispensabile dalla trama? Con tutta probabilità no.
Passiamo alle tre storie narrate. La prima è quella sfortunata di Andrew Harrington, che perde la sua amata per mano di Jack lo Squartatore. Decolla attorno a pagina novantanove quando, dopo un lungo avvio, appaiono i primi elementi di originalità nel racconto. Questa prima parte del libro è importante perché ci lascia con un dubbio che ci porteremo dietro sin verso la fine e perché si conclude con una grossa rivelazione. Proprio questa scoperta rende la seconda storia - quella di Claire Haggerty - quasi uno riempitivo dal punto di vista dell'evoluzione della trama. Fortunatamente non mancano alcuni personaggi originali, ma è soprattutto la presenza di un epistolario, che si colora di toni appassionati, a caratterizzare la seconda parte dell'opera che ha un finale un po' assurdo, un non-epilogo. Il terzo racconto, dove Wells diviene protagonista principale suo malgrado, è quello che tira le fila di tutto il libro: chiarisce i dubbi, svela i misteri, è un finale col botto gestito piuttosto bene, specialmente nelle ultime cento pagine che scorrono veloci, nonostante la loro complessità.
La mappa del tempo ha poco o nulla a che fare con il fantasy o lo steampunk, quantomeno per come siamo abituati a leggerli oggi. Si avvicina di più ai «romanzi scientifici» della fine del secolo XIX, soprattutto perché si configura come una celebrazione degli ambienti in cui quelli furono scritti e letti, sullo sfondo più ampio di una sempre affascinante, oscura e misteriosa società vittoriana. È un tributo a H. G. Wells (La macchina del tempo) e al suo pubblico, formato da coloro che cercavano in quella che dopo sarebbe divenuta la fantascienza una fonte di intrattenimento, ma anche da quelli a cui non bastava una momentanea evasione dalla realtà, perché erano ancora dei convinti sognatori, che si sarebbero potuti calare nei panni degli eroi dei romanzi romantici dei decenni precedenti.
L'ho trovato un bel libro, ma durante la lettura l'impressione era che tutto riuscisse a reggersi in piedi soprattutto per la bella scrittura scorrevole di Palma che, per quanto elaborata, si venava di quel pizzico di lirismo che non la trasformava in puro esercizio di stile. Il punto è che non avevo idea di quello che sarebbe uscito dall'enorme calderone in cui l'autore sembrava continuare a gettare ingredienti. Il risultato, però, quello che assume dei contorni nitidi nella terza parte, è stato più che soddisfacente e mi ha regalato una visione più esauriente e consapevole dell'intera opera.