Percy Jackson conclude con questo volume i suoi quattro anni da adolescente mezzosangue, semidio, eroe, reincarnazione di Ercole e Achille e chi più ne ha più ne metta nell'universio riordaniano, a chi aveva etichettato questa serie come una mera scopiazzatura di Harry Potter auguro che abbia letto a sufficienza per ricredersi e abbia messo da parte di pregiudizi accorgendosi che si tratta di un prodotto completamente diverso.
Ok, c'è un adolescente potenzialmente orfano, male integrato nella società che improvvisamente trova il suo posto nel mondo in una specie di dimensione parallela della quale gli umani sono ignari, lì apprende le regole di quel mondo differente e si fa accettare conquistando la sua gloria con avventatezza eroica. Beh, abbiamo appena riassunto l'adolescenza di almeno il 70% del mondo occidentale...
Ma il fatto è che dopo cinque libri Percy è decisamente qualcosa di diverso da Harry e sono felice che sia stato così.
L'autore ha saputo mantenere e sfruttare gli spunti dai quali aveva dato il via ad una avventura potenzialmente esilarante e sebbene parte di questi sia venuto leggermente meno nei due libri intermedi, la saga ha mantenuto un buon grado di innovazione e di coinvolgimento, una dose di idee interessanti e ben congegnate, un buon plot con un'idea che non si confonde strada facendo (una gran pecca di molti libri da ragazzi) oltre ad una verve fuori dal comune, verve che Percy usa di continuo per tutta la serie mantenendone la padronanza e che è sempre piacevole ritrovare: personalmente quando prendevo in mano il nuovo libro della saga e cominciavo a leggere mi sembrava di ritrovare un vecchio amico con la sua parlata, col suo sarcasmo, non è cosa da tutti gli autori saper creare un personaggio così, difetti a parte ed eroismo a parte, ma io adoro a prescindere i personaggi che usano il sarcasmo di continuo, specie se a sproposito.
In quest'ultimo capitolo si tirano le fila di ciò che era successo in precedenza, ogni incontro, ogni dettaglio, assume finalmente un suo perchè e tutto dà un senso ad uno scontro finale che credo sia stato decisamente diverso da come molti si aspettavano (o almeno me lo immaginavo io con l'epocale battaglia). La vena drammatica che in questo romanzo si è fatta sentire più che negli altri, con la morte di molti ragazzi valorosi mi ha intristita, una malinconia che neppure la conclusione è riuscita a spazzar via, consapevole che certe di queste scompare fossero dovute all'egoismo di qualcuno, in questo caso Zeus, e all'incomprensione.
Riordan ha saputo creare un'ottima saga da ragazzi, piacevole anche per chi l'adolescenza l'ha ormai passata, ha saputo coinvolgere, far ridere e a volte commuovere e rispolverare tra lo scherzo e la battuta la mitologia greca così spesso bistrattata come anticaglia.
L'idea che lo stesso autore si riferisca a questa come "la prima serie del Campo Mezzosangue" mi lascia ben sperare che vedremo nuovamente l'ambientazione di una Manhattan olimpica, di divinità in bermuda e camicia hawaiiana o outfit da motociclista, rimatori incalliti, genitori preoccupati.
Per il momento mi godrò l'attesa sapendo che in autunno potrò leggere la saga con le divinità egizie, ormai l'idea è stata lanciata e più tanto innovativa non è, ma sono certa che Riordan saprò gestire in maniera altrettanto egregia anche i personaggi del vecchi Nilo.
Wait in progress e, come dice l'Ade dell'Hercules disneyano: Due pollici bene bene in alto!