Recensione
Ne Il senso di una fine Julian Barnes si spinge in un terreno di analisi fertile ma pericoloso: se la madeleine proustiana sanciva l’impossibilità di scegliere in modo razionale cosa rievocare, in questo romanzo a essere negata è l’attendibilità stessa del ricordo, che sembra piegato dalla umanissima volontà di autoassoluzione del protagonista e narratore, Tony Webster. Tale questione, inoltre, riguarda più in generale la Storia e il nostro modo di raccontarla, soprattutto se essa prende forma “là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione”. Barnes aveva dimostrato già in passato di voler ragionare sui generi letterari mescolando, ad esempio, il mistery, il romanzo storico e la scrittura biografica. Il senso di una fine, con cui l’inglese ha vinto il prestigioso Man Booker Prize 2011 e che molta critica ha definito la sua prova migliore, alza la posta: questa storia breve e semplice, raccontata da un personaggio comune, incastra il lettore in una riflessione sui meccanismi della memoria e quindi, in secondo luogo, sull’essenza stessa della finzione narrativa. Tony Webster è infatti giunto alla parte dell’esistenza da cui ci si aspetta ormai la tranquillità: la figlia è cresciuta, i rapporti con l’ex moglie sono amichevoli e il suo passato lo soddisfa. Finché un giorno la madre di Veronica, la sua fidanzata dell’università, nel proprio testamento gli affida il diario di un vecchio amico di Tony, Adrian. Perché la signora aveva quel diario? E perché, ora, la figlia Veronica si rifiuta di restituirglielo? È così che il protagonista è obbligato a raccontarsi di nuovo la storia di quegli anni, di un amore e di un’amicizia entrambi finiti tragicamente. E a scoprire che la versione che lui ha dato per buona è molto distante da ciò che è accaduto. Veronica glielo dice, nelle sue rade comunicazioni: “You don’t get it. You never did”. A ogni tentativo di comprensione, Tony sembra giungere a un nuovo brandello di verità, per poi scontrarsi ancora con la propria miopia. Il lettore fa lo stesso. Prova empatia per questo personaggio un po’ vigliacco ma molto affabile, che parla da una vecchiaia dolce, e gli crede. Qui sta l’operazione geniale del libro: cosa accade dunque, all’ingranaggio romanzesco, se il patto di fiducia con il lettore viene meno? La voce narrante di Tony si dimostra inattendibile e non perché il personaggio sia in malafede, bensì per via dei meccanismi di autodifesa che tutti, più o meno inconsciamente, tramite i ricordi applichiamo pensando alla nostra vita. Persino la letteratura, quindi, parrebbe diventare vittima dei meccanismi infernali della memoria… Il senso di una fine è un romanzo stupefacente e importante perché ci mostra come, in una storia agile, godibilissima e attraverso una scrittura sobria, acuta ed elegante, si possa andare al cuore di temi universali affrontandoli con una leggerezza fuori dal comune.
recensione di "www.bookdetector.com"
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Recensione
Julian Barnes compone con una scrittura elegante e con la sua consueta ironia la storia di una generazione cresciuta negli anni Sessanta della swinging London: liberazione sessuale, fuga dalla famiglia e viaggi in autostop contrastano con un’educazione rigida e autoritaria, con abitudini che soprattutto in provincia sono durissime da scalfire e con relazioni con l’universo femminile ancora grezze e fortemente irrisolte. La confusione regna incontrastata in un avanzamento culturale schizofrenico dentro al quale sentimenti e passioni vengono centrifugati senza nessuna possibile forma di salvezza. La fuga ha preso la forma della rinuncia, del rientro nei ranghi e di una lunga e tediosa nostalgia per un tempo che fu formidabile solo nella memoria impigrita di un uomo medio che ha trasformato la mancanza di ambizioni in un’agiata consolazione.
Quasi conscio della sua funzione di voce narrante, il protagonista sbuca dalle pagine del libro con spiazzante ingenuità ingarbugliando la storia e legando a sé il lettore sempre più fatalmente coinvolto. Il romanzo risulta così tagliato sia orizzontalmente che verticalmente in due parti che come lenti sovrapposte deformano una realtà tanto evidente quanto difficile da accettare.
Julian Barnes mette in scena una mediocrità che è tale solo per chi la detiene, ma non certo per chi è costretto a imbattervisi. Se l’ottusità difende da furenti passioni e angoscianti dolori, è anche l’arma più affilata per colpire al cuore chi di tutto ha fatto per essere compreso e amato. Per gli altri, per chi nella confusione accetta di restare, nell’ostinata ricerca di un senso prima ancora che di una fine consolatoria, non esiste pace, per loro: “C’è l’accumulo, c’è la responsabilità. E al di là di questo, c’è il tempo inquieto. Il tempo molto inquieto.”
Ripensare al proprio passato, alla propria vita, diventa per il protagonista l’occasione di prendere coscienza della propria forma, una forma la cui misura è stata stabilita dal tempo in maniera indiscriminata e impossibile da controllare. Il romanzo di Julian Barnes agisce in quella voragine che si apre in questa umana forma cava. Un vuoto abisso che contiene solo l’impossibilità di una piena coscienza di sé oltre che l’inesorabile abbandono dal proprio tempo. In questo spazio, quasi una terra di nessuno, la memoria non arriva, al limite c’è la vaga sensazione di aver potuto anche per un solo secondo comprendere e dominare un tempo che pareva soltanto nostro. Ma è solo un’illusione prima del ritorno agli affari dell’oggi e alle ansie per il domani. Niente è accaduto, ma nulla è più possibile riparare.
Recensione di Giacomo Giossi, www.doppiozero.com
Quasi conscio della sua funzione di voce narrante, il protagonista sbuca dalle pagine del libro con spiazzante ingenuità ingarbugliando la storia e legando a sé il lettore sempre più fatalmente coinvolto. Il romanzo risulta così tagliato sia orizzontalmente che verticalmente in due parti che come lenti sovrapposte deformano una realtà tanto evidente quanto difficile da accettare.
Julian Barnes mette in scena una mediocrità che è tale solo per chi la detiene, ma non certo per chi è costretto a imbattervisi. Se l’ottusità difende da furenti passioni e angoscianti dolori, è anche l’arma più affilata per colpire al cuore chi di tutto ha fatto per essere compreso e amato. Per gli altri, per chi nella confusione accetta di restare, nell’ostinata ricerca di un senso prima ancora che di una fine consolatoria, non esiste pace, per loro: “C’è l’accumulo, c’è la responsabilità. E al di là di questo, c’è il tempo inquieto. Il tempo molto inquieto.”
Ripensare al proprio passato, alla propria vita, diventa per il protagonista l’occasione di prendere coscienza della propria forma, una forma la cui misura è stata stabilita dal tempo in maniera indiscriminata e impossibile da controllare. Il romanzo di Julian Barnes agisce in quella voragine che si apre in questa umana forma cava. Un vuoto abisso che contiene solo l’impossibilità di una piena coscienza di sé oltre che l’inesorabile abbandono dal proprio tempo. In questo spazio, quasi una terra di nessuno, la memoria non arriva, al limite c’è la vaga sensazione di aver potuto anche per un solo secondo comprendere e dominare un tempo che pareva soltanto nostro. Ma è solo un’illusione prima del ritorno agli affari dell’oggi e alle ansie per il domani. Niente è accaduto, ma nulla è più possibile riparare.
Recensione di Giacomo Giossi, www.doppiozero.com
