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Recensioni clienti

5,0 su 5 stelle
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il 29 marzo 2017
Il saggio di Barbara Kraft è stata una lettura estremamente edificante. Sapevo chi fosse Anais Nin e ho letto una sua raccolta di racconti ma, come probabilmente molti insieme a me, avevo in testa un’immagine e un’idea di questa celebre scrittrice davvero poco rispondenti al vero. Sappiamo che molto spesso, intorno alle varie celebrità, si costruiscono storie che poco hanno a che fare con la verità mentre sono forti le componenti mitico – leggendarie che vengono a formarsi e a calcificarsi sul loro conto, e credo che questo sia uno di quei casi.
Barbara Kraft ha conosciuto personalmente la Nin durante gli ultimi anni di vita di quest’ultima, è stata una sua grande ammiratrice ed è stata dalla stessa Nin definita una delle sue allieve, probabilmente la più simile a lei quanto a modo di scrivere e di ‘sentire’.
Anais Nin ha vissuto gli ultimi anni della sua vita (che si è conclusa nel gennaio 1977) devastata da un cancro che ha più volte fatto il proprio ritorno e che l’ha letteralmente massacrata fisicamente e spiritualmente, e questi aspetti così dolorosi ma anche così umani sono ben descritti dalla Kraft (la quale, a quanto risulta da questo testo, è stata autorizzata dalla stessa Nin a rendere noto questo ultimo faticosissimo suo scorcio di vita). Emerge un ritratto di donna che nulla ha della ‘femme fatale’; dal testo della Kraft, Anais Nin non è certo più il mito che ha affascinato migliaia di lettori per la sua conturbante seduttività, la misteriosità, il rapporto incestuoso con il padre (che poi abbandonò la famiglia quando la Nin era ancora una bambina). Spesso Anais Nin - che ricordiamo, è banalmente bollata come autrice di letteratura erotica - viene descritta come una donna dai costumi estremamente liberi (rapporti paralleli con diversi uomini e con diverse donne) e che gestì la propria vita in ottemperanza ai principi della libertà e dell’istintualità. Nelle pagine del testo in questione, però, tutta questa capacità di autodeterminarsi in modo autonomo non sembra essere praticamente mai esistita nella sua vita; la Nin, infatti, come racconta l’autrice e come poi venne fuori durante gli ultimi anni della sua vita, non era una donna così libera dalle convenzioni come ci piacerebbe credere.
La scrittrice mantenne in vita due relazioni o meglio due ‘matrimoni’ (di cui uno fu poi inevitabilmente dichiarato nullo) per ben undici anni tra le due coste degli Stati Uniti: per questo nel saggio della Kraft si scrive di ‘bicostal love’, di amore tra le due coste americane, quella orientale e la occidentale. Il primo e ufficiale marito, Hugh Parker Guiler viveva a New York, mentre il secondo si trovava in California, e si chiamava Rupert Pole. I due uomini, a quanto è dato sapere, non erano a conoscenza l’uno dell’altro; ma, anche nel caso in cui fosse tutto noto ai due ‘mariti’, non è questo il punto. Il punto sta invece nel fatto che Anais Nin, per ben undici anni, visse viaggiando tra la East e la West Coast americana fingendo di essere la moglie che non era, trascorreva alcuni mesi infilandosi in una vita, con un marito, con degli amici e in un contesto di vita, alternando l’esistenza con una seconda Anais che viveva dall’altra parte dell’America, con un altro marito, altri amici e un altro contesto di vita. Due vite costruite su fragili e deboli menzogne di cui rendeva attivi partecipanti anche gli amici che ‘le reggevano il gioco’, e che le prestavano numeri di telefono, indirizzi postali ai quali ricevere la corrispondenza dell’ ‘altro’ marito. Altro che vivere nella piena libertà! Questa sì che dev’essere stata una vita all’insegna della schiavitù e dell’opacità: molto faticosa. Perché la Nin non trovò mai dei buoni motivi per mettersi a nudo (in senso lato) e mostrare all’altro i suoi progetti di vita, i suoi desideri, la sua linea di condotta?
Gli interrogativi sono tanti ma tra le risposte più valide che mi sembra di aver recepito da questo bel libro è che, sotto il personaggio Anais Nin esisteva anche la persona, la donna, con le proprie insicurezze, le ritrosie, gli imbarazzi, gli errori, l’amore per le comodità. Ritengo, inoltre, che ‘spogliare’ i personaggi della loro aura magico – mistico – celebrativa non sia un volerli sminuire o deprezzare: al contrario, è un modo per farceli conoscere sotto una veste più umana e quindi più vicina a noi.
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