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Molto forte, incredibilmente vicino

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Recensione

Le Torri Gemelle: il cielo dopo il caos

Elena Loewenthal, Tuttolibri - La Stampa

In principio era il caos. Ma il caos è rimasto, e da quel giorno non ha fatto che diventare più scuro, profondo. Il caos è la realtà, il dolore inafferrabile, è tutto quello che non capisci né mai capirai. Lo dice bene Oskar, che cosa è il caos: «Quel segreto era il buco al centro di me stesso dove cadeva ogni felicità».
Chi è Oskar? Quante risposte possibili esistono alla domanda. E' il caos che le rende possibili. Oskar è un bambino, è ancora un bambino. Ma come dice il suo biglietto da visita, è anche: «inventore, designer di gioielli, fabbricante di gioielli, entomologo dilettante, francofilo, vegano, origamista, pacifista, percussionista, astronomo dilettante, consulente informatico, archeologo dilettante, collezionista di: monete rare, farfalle morte di morte naturale, cactus in miniatura, cimeli dei Beatles, pietre semipreziose e altro». E' anche un fan, seppure un poco scettico, di Stephen Hawking.
Abita a New York, anzi Manhattan, benché qualche rara volta sia andato anche nel Bronx e a Brooklyn. Non è però mai stato nel sesto distretto, una specie di Atlantide metropolitana da cui s'è fatto appena in tempo a trascinare via Central Park, prima che sparisse. Del resto, diceva a Oskar suo papà, come non pensare che Central Park venga da un altro mondo?
Il papà di Oskar è morto in una delle Torri Gemelle, l'11 settembre del 2001. Era lì di passaggio, faceva il gioielliere. Oskar sa che lui è morto. Lo sa bene perché suo papà gli ha lasciato svariati messaggi sulla segreteria telefonica di casa, prima di andarsene per sempre: Oskar li tiene nascosti, quei messaggi. Un po' per paura un po' per non fare soffrire ancora di più sua mamma. Però lui continua a cercarlo, suo padre. Lo cerca come fosse un mistero. Lo cerca dentro quell'inguaribile caos che è il mondo, con il candore e la spietatezza che solo un bambino geniale - disarmante ma anche disarmato - è capace di usare affrontando il caos.
Un po' Peter Pan e un po' Indiana Jones (ma niente di tutto questo, in fondo), Oskar cerca suo padre, armato di una chiave e un nome misterioso. Forse lo trova, alla fine del libro e dentro il caos, trova suo papà che invece di precipitare giù dalla Torre in un ultimo volo di morte, risale verso il cielo: basta girare le pagine della storia all'incontrario.
Molto forte, incredibilmente vicino è il secondo romanzo di Jonathan Safran Foer. L'ha tradotto in maniera mirabile Massimo Bocchiola. Chissà quanti aspettavano questo autore non ancora trentenne al varco, dopo Ogni cosa è illuminata. Eccolo. Con un romanzo non meno stupefacente.
Safran Foer affronta ancora una volta di petto il caos: lo sfilaccia, lo accartoccia, e poi da questa matassa densa pesca una trama, anzi un filo di trama, la segue con tenacia. Il risultato è un'armonia narrativa che sfrutta, e spiazza il caos.
Oskar è un bambino un po' speciale, anzi fantastico: si muove per i meandri della città - e del caos - con un'incoscienza calcolatrice, con intuito e determinazione. Ha inventiva da vendere, è anche timido a suo modo. Sogna di dirla tutta in faccia a chi gli sta antipatico, vagheggia un colpo di scena alla recita scolastica di Amleto (ma siccome ha letto da qualche parte che attualmente sulla terra vivono più persone di quante non ne siano mai vissute lungo tutta la storia dell'umanità, se tutti volessero recitare contemporaneamente il monologo del protagonista, non ci sarebbero abbastanza teschi). E' anche ubbidiente, a suo modo. Come quando deve andare dallo psicologo: «Martedì pomeriggio sono dovuto andare dal dottor Fein. Non capivo perché avevo bisogno di aiuto, dato che a me sembrava che quando muore il tuo papà è naturale avere le scarpe pesanti, e che se non le hai, allora sì che ti serve aiuto. Però ci sono andato lo stesso, perché se no non avrei avuto l'aumento della paghetta». Ecco, il nodo è questo: Oskar ha le scarpe pesanti. Eppure macina chilometri su e giù per New York (e non solo Manhattan), nel desiderio di risolvere il mistero. Di quella chiave, di suo padre che chissà dove è finito, dato che gli hanno fatto il funerale e tutto, ma la bara era vuota. E attraverso questa ricerca, Oskar scopre, o meglio concede al suo lettore meravigliato e colpito, sorridente e sconcertato, di scoprire altri caos. Dresda e Hiroshima. Un nonno che non parla. Un taxista riconoscente. Un inquilino centenario (forse). Tanti errori di stampa sul New York Times.
Molto forte, incredibilmente vicino è un romanzo sull'11 settembre. E' un romanzo sul caos. Sull'incomprensibilità ottusa delle tragedie. Sull'acume dei bambini. E' un libro commovente e irriverente, che ti lascia senza fiato eppure quel fiato lo tiri fino alla fine, come per magia.

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Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 384 pagine
  • Editore: Guanda (6 settembre 2007)
  • Collana: Le Fenici tascabili
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8882469417
  • ISBN-13: 978-8882469412
  • Peso di spedizione: 581 g
  • Media recensioni: 4.1 su 5 stelle  Visualizza tutte le recensioni (114 recensioni clienti)
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Principali recensioni dei clienti

Formato: Formato Kindle Acquisto verificato
Ci sono dei cassetti che apri in caso di necessità, infilandoci ad occhi chiusi le mani, sicura al cento per cento di recupere ciò che ti occorre. Allo stesso modo, ci sono dei libri in cui ti senti obbligata a rificcare il naso e affondare tutta te stessa, quando cerchi determinate risposte, quando desideri ripercorrere precisi ricordi, quando intendi riprovare particolari sentimenti.
Se volessi, ad esempio, leggere del bombardamento di Dresda durante la seconda guerra mondiale non aprirei altro testo se non il capolavoro di Kurt Vonnegut “Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini”.
Se volessi un libro che parli dell’ undici settembre, non esiterei a ripescare dalla libreria “La coscienza di Andrew” di E.L. Doctorow.
O meglio, questo è quanto avveniva prima della settimana appena trascorsa, prima cioè che leggessi “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer, edizioni Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola, in cui i due eventi, il bombardamento di Dresda e l’attentato alle torri gemelle, sono uniti da Foer in un unico toccante e incredibile racconto, nel quale un intreccio di destini, che si replicano a distanza di continenti e di decenni con sorprendente similitudine , unisce i membri di una stessa famiglia, dando vita a una storia che lascia indelebilmente il segno.
“Molto forte, incredibilmente vicino” è un romanzo denso, delicato, doloroso, dalla cui lettura si esce tuttavia rincuorati, come di solito accade con le esperienze catartiche.
Altro non aggiungo. Esorto caldamente alla lettura!
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Formato: Formato Kindle Acquisto verificato
Difficile recensire questo libro devo ammetterlo. Lo scrittore ci pone davanti alla necessità di Oskar, ragazzino di 9/10 anni, di spiegarsi nonché successivamente di accettare il terribile dolore che prova visto che ha perso il padre nell'attentato dell'11 settembre. Credo ci siano dei passaggi molto intensi che commuovono e fanno riflettere profondamente....ciononostante a tratti l'ho trovato pesante, ripetitivo...e mi sono un po' persa. Oskar fa cose incomprensibili, esce da solo, gira di notte, per carità, ritrova il nonno però da questa storia tutti escono secondo me un po' più soli e mi ha lasciato dell'amarezza. Sono abituata a leggere anche libri lunghi ma questo l'avrei preferito un po' più breve. Sarà un mio limite sicuramente.
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Di Sam RECENSORE TOP 500 il 12 gennaio 2012
Formato: Copertina flessibile
un'amica mi regala questo libro. sorrido, ringrazio.
lo apro dopo circa una settimana. e ci si perde. fa perdere. fa emozionare.
una prosa facile e complessa nello stesso momento.
Safran Foer è un genio. riesci ad intrecciare una storia perfettamente con ogni suo filo sempre più complesso che sboccia in un dipinto finale colmo di significato.
l'avventura di Oskar nella ricerca del significato di un ultimo oggetto lasciatogli dal padre scomparso. e parallelamente la narrazione della storia d'amore tra i nonni attraverso lettere e racconti.
grande libro, grande storia, grande scrittore.
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Formato: Formato Kindle Acquisto verificato
Come sempre Safran Foer riesce a dipingere personaggi che rimangono nel cuore dei lettori. Dialoghi bellissimi nella loro tragicomicità, personaggi, come ho detto, che arrivano dritti al cuore e lì rimangono, umani, vicini.
Un romanzo sulla più grave tragedia degli Stati Uniti, visto attraverso la vita di un ragazzino rimasto orfano, ma soprattutto un romanzo sulla vita di un ragazzo frutto di una genia di persone così particolari che sarebbero state degne di Garçia Marquez
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Formato: Copertina flessibile
Oskar Schell ha la Sindrome di Asperger. Vive a New York e da un anno non ha più il suo adorato papà, morto nel "giorno più brutto”, che poi è l’11 settembre.
Ha inoltre una mamma che lo ama tantissimo, una nonna complice e dolcissima, e un nonno che non parla da tanti anni e che per comunicare scrive su un quadernetto o mostra le mani con scritto “Si.” e “No.”
Oskar Schell si sente solo. E da solo sopporta un dolore troppo grande. Ha 9 anni e fa tanti pensieri, soprattutto brutti, ultimamente, e tanto strani. E’ un piccolo inventore di mondi magici e di trovate fantasiose, come il suo progetto di tubazioni collegate ai cuscini di tutti i letti di New York per raccogliere le lacrime di chi piange prima di dormire (per esempio lui), e poi riversare le stesse nel laghetto di Central Park e misurare ogni giorno il livello di sofferenza della sua città. Oppure lo stratagemma per salvare l’umanità dal pericolo utilizzando camicie di becchime, per essere sollevati in volo dagli uccelli e non cadere mai.
Mai.
Oskar Schell ha anche tante paure, si comporta in modo bizzarro, ed è un bambino fin troppo intelligente. Ma sempre e comunque solo. E triste. Dopo la morte del padre, per caso trova una chiave e un bigliettino con scritto “Black”, ed intraprende una minuziosa indagine, che inizia come una caccia al tesoro, uno dei tanti giochi di ingegno che faceva con suo padre, e che poi diventa un vero e proprio viaggio di ricerca. Un viaggio alla ricerca di sé stessi, affrontando il vuoto delle tante parole non dette.
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