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Orfani bianchi di [Manzini, Antonio]
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Orfani bianchi Formato Kindle

4.0 su 5 stelle 54 recensioni clienti

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Lunghezza: 256 pagine Miglioramenti tipografici: Abilitato Scorri Pagina: Abilitato

Descrizione prodotto

Recensione

La badante tutto sopporta per salvare l’«orfano bianco»

Bruno Gambarotta, Tuttolibri - La Stampa

Nei primi anni del dopoguerra, «vedove bianche» erano chiamate le mogli dei nostri emigranti, rimaste a casa con i vecchi e i bambini. Ora gli Orfani bianchi sono i figli lasciati in patria dalle donne arrivate in Italia per accudire nel tragitto finale della vita quei vecchi che per noi sono diventati solo un ingombrante fastidio.
Antonio Manzini gioca a carte scoperte e prende spunto da una domanda che si fa osservando la rumena Maria che si occupa di sua nonna: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri? Per dare una misura a questo sacrificio, l’autore si cala nei panni della moldava Mirta Mitea con l’abilità mimetica del narratore di razza, tale che noi lettori vediamo il mondo, percepiamo gli odori, subiamo la promiscuità, soffriamo per l’invisibilità e per le offese patite da questa donna che tutto sopporta per amore di Ilie, il figlio dodicenne rimasto nel villaggio di Logofteni, affidato a una nonna in rapido declino. Mirta ha 34 anni, da 2 è a Roma e passa da un lavoro all’altro, man mano che i vecchi a lei affidati passano a miglior vita o sono collocati in un ospizio. Il padre di Ilie si è allontanato quando il bambino aveva tre anni e Mirta per avere notizie si tiene in contatto via mail con il parroco, padre Boris. Scrive anche al figlio, che non risponde e gli racconta le sue giornate iniziando sempre con un: «ora mamma ti racconta un fatto».
Facciamo la conoscenza di Mirta mentre sta accudendo Olivia che fa le bizze, si sveglia a mezzanotte pretendendo la pasta asciutta. Chiede ad ogni istante quando arriva suo figlio che le concede una frettolosa visita una volta alla settimana; avrebbe bisogno del dentista ma «Pierpaolo vede la mamma come una vecchia auto da riparare e gli sembra inutile spendere soldi».
Per Olivia che non si decide a morire è pronta la casa di riposo e Mirta perde sia l’impiego che una stanza dove dormire; in mancanza di meglio trova lavoro in una cooperativa che fa le pulizie nei condomini. Sono un gruppo di donne di varie etnie, arrivano all’alba in un furgoncino sgangherato, scaricano scope, secchi, stracci e si sparpagliano su per le scale a strofinare gradino per gradino. Dopo aver letto la realistica cronaca di una giornata tipo di Mirta, non sarà più possibile che queste donne restino invisibili ai nostri occhi quando le vediamo arrivare davanti a casa.
Intanto nella lontana Moldavia la madre di Mirta muore e per il piccolo Ilie, rimasto solo in un paese abitato solo da vecchi, non c’è altra soluzione che l’Internat, ossia l’orfanotrofio che ospita sia gli orfani veri e propri che quelli «bianchi». Per Mirta il congedo dal figlio è uno strazio mitigato solo dalla rinnovata volontà di portarlo con sé non appena avrà accumulato i soldi necessari. Con l’aiuto e la complicità del compatriota Pavel, Mirta, spacciandosi per infermiera diplomata, trova lavoro in una lussuosa villa sull’Aventino per accudire Eleonora, l’ultra novantenne madre del padrone di casa, resa invalida da un ictus.
La seconda parte del romanzo è dedicata al resoconto della prima settimana di lavoro di Mirta, lasciata sola dai padroni di casa dopo averla sommersa di istruzioni, raccomandazioni e soprattutto divieti. Qui il tempo narrativo si dilata, con il resoconto impietoso dei rapporti fra Mirta e «quell’ammasso di odio represso». Eleonora si ribella, sputa le medicine, se la fa addosso e le pagine che descrivono i duelli fra le due donne sono da antologia, con Mirta immersa negli escrementi che per liberare la mano da un morso micidiale tira via anche la dentiera alla vecchia. Che poi, in tre dialoghi notturni, si rivela così disperata da chiedere un aiuto per farla finita alla sua badante, la quale naturalmente si sottrae alla richiesta. Antonio Manzini, in questo romanzo teso e terribile, non fa sconti a nessuno. Qui non siamo dalle parti della capanna dello zio Tom, ma da quelle di Germinal.

Sinossi

«Solo Manzini è davvero all’altezza.»
Antonio D’Orrico - Corriere della Sera

Volevo misurarmi con un personaggio femminile. Una donna unica con una vita difficile che per trovare un angolo di serenità è pronta a sacrifici immensi. Mia nonna stava morendo, io guardavo Maria che le faceva compagnia e veniva da un paesino della Romania. E mi domandavo: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?
Antonio Manzini

Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie, il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio, poi la signora Mazzanti, “che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all’albero ai regali e al panettone”, poi Olivia e adesso Eleonora. Tutte persone vinte dall’esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c’è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna alla morte condividendo con loro un’intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane.
Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato, il suo, che non le dà tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. “Nella disperazione siamo uguali” dice Eleonora, ricca e con alle spalle una vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi.
Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di una società che sembra non conoscere più la tenerezza. Una storia contemporanea, commovente e vera, comune a tante famiglie italiane raccontata da Manzini con sapienza narrativa non senza una vena di grottesco e di ironia, quella che già conosciamo, e che riesce a strapparci, anche questa volta, il sorriso.

Dettagli prodotto

  • Formato: Formato Kindle
  • Dimensioni file: 657 KB
  • Lunghezza stampa: 201
  • Editore: Chiarelettere (20 ottobre 2016)
  • Venduto da: Amazon Media EU S.à r.l.
  • Lingua: Italiano
  • ASIN: B01JAAFL68
  • Word Wise: Non abilitato
  • Miglioramenti tipografici: Abilitato
  • Media recensioni: 4.0 su 5 stelle  Visualizza tutte le recensioni (54 recensioni clienti)
  • Posizione nella classifica Bestseller di Amazon: #649 a pagamento nel Kindle Store (Visualizza i Top 100 a pagamento nella categoria Kindle Store)
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Recensioni clienti

Principali recensioni dei clienti

Formato: Formato Kindle Acquisto verificato
Gli ‘Orfani bianchi’ sono quei ragazzi costretti a vivere in un orfanatrofio non perché realmente orfani, ma perché le loro madri non riescono più in alcun modo a mantenerli e sono così costrette ad espatriare, ad andare a cercare lavoro altrove, con la speranza prima o poi di guadagnare abbastanza per potersi andare a riprendere quei figli e donargli finalmente una vita migliore, sebbene non sempre, ahimè, il sogno si concluda con un lieto fine...
Nasce da qui l’ultimo romanzo di Antonio Manzini, da una drammatica realtà contemporanea che tocca e addolora proprio perché rende visibili le storie di tante donne che pur rappresentando oramai una realtà consolidata in Italia, quella delle badanti straniere (per lo più dell’Est), spesso in verità per noi non sono altro che ‘collaboratrici domestiche’, le cui vite e drammi preferiamo ignorare anziché approfondire, visto che abbiamo già i nostri a cui pensare… Capita così che ci si metta in casa un’estranea affinché si prenda cura degli ultimi istanti di vita di un nostro genitore, mentre noi siamo troppo occupati a fare altro, senza soffermarci a riflettere su che genere di dramma possa celarsi dietro quella persona. È terribile, ma è quello che accade, e Antonio Manzini a mio parere è bravissimo nel risvegliare in questo senso le nostre coscienze assopite.
Ho letto in un’intervista che l’idea del romanzo nell’autore è nata guardando Maria, la donna che stava accompagnando sua nonna verso la morte; Manzini ‘si è chiesto che vita facesse, che prezzo stesse pagando quella donna, ed ha cominciato a parlare con lei’.
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Formato: Copertina rigida Acquisto verificato
Si tratta di una storia intensa e dura sin dalle prime righe. Lo stile è semplice, diretto e forte.
Pagina dopo pagina il lettore entra completamente nella storia e riesce a provare le sensazioni della protagonista.
Non è un libro facile, ma va letto.
A mio parere Manzini, con questo romanzo ha fatto un ulteriore salto di qualità.
Lo consiglio
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Formato: Formato Kindle Acquisto verificato
Libro scritto con uno stile volutamente semplice ed efficace. Tanto piana è la scrittura quanto forti sono i concetti che esprime. Solitudine, rabbia, umiliazione, disperazione, speranze disattese. Manzini ci conduce all'epilogo con maestria, senza far pesare la realtà descritta. Per questo, anche per questo, il finale colpisce, fa male. Spero aiuti tutti a vedere e considerare una realtà, quella delle badanti dell'est europeo, con un po' di umanità in più, spingendosi ad uno sforzo di comprensione verso una realtà che spesso ignoriamo. E che pure ci fa tanto comodo. Bravo Manzini.
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Formato: Formato Kindle Acquisto verificato
Un romanzo che può anche non piacere, ma da leggere assolutamente. La storia di Mirta come esempio di mille altre, qui, vicino a noi che facciamo finta di non vedere, siamo addirittura infastiditi. Storia di badante, donna dell'est europeo, storia di pregiudizio, di povertà, di affetti lontani e sopraffatti dal presente. Un presente che trova un senso solo nel voler vedere ad ogni costo un futuro, futuro che spesso non arriva mai..
Chi di noi può dire di non aver mai avuto un senso di diffidenza verso queste badanti, che ci vivono accanto, prendendosi cura degli anziani fino alla fine. Sono "preziose" ma per noi sono solo uno strumento per risolvere un "problema". Ma cosa pensano di noi, come vivono, a chi pensano nei momenti liberi dal lavoro, quale speranza inseguono? Manzini ci fa entrare nella mente e nello sguardo di Mirta, ci introduce nella sua vita e noi non possiamo fare altro che proseguire nella lettura, catturati da una storia che non è la nostra ma in cui siamo assolutamente presenti. Fino alla fine.
Catturati anche da una scrittura semplice, lineare, perfetta. Ottimo Manzini.
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Di Reader RECENSORE TOP 500 il 31 ottobre 2016
Formato: Copertina rigida Acquisto verificato
Vittima e carnefice sono qui interpretate da una badante moldava e un'anziana colpita da ictus; i ruoli, però, sono facilmente intercambiabili, quando si scopre il desiderio di morire ('accelerare la putrefazione del corpo') della malata e gli espedienti cui ricorre l'aspirante infermiera per raggiungere il suo scopo (ottenere il lavoro). Libro durissimo che spegne anche la parvenza di quella speranza che mano a mano diventava più reale, quasi tangibile. Eppure è difficile da abbandonare, la narrazione risulta estremamente coinvolgente e riesce a dare un'anima e una storia ai tanti volti che incrociamo ogni giorno.
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Formato: Formato Kindle Acquisto verificato
Non c'è che dire scrive proprio bene Manzini, dopo aver letto tutti i suoi Rocco Schiavone questo è tutto un altro argomento, ti fa pensare, ti fa parteggiare per questa Mirta, donna moldava badante con un unico sogno ricongiungersi con il figlio amato e lontano. Finale a sorpresa che ti lascia un amaro in bocca e nel mio caso anche una lacrima che scende sul viso.
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Di MasFerrario RECENSORE TOP 500 il 24 ottobre 2016
Formato: Formato Kindle Acquisto verificato
Poteva rappresentare un rischio lasciare in sospeso, anche solo per un giro, la serie fortunata delle vicende del vicequestore Rocco Schiavone e buttarsi in campo aperto, a inseguire una storia senza i confini rassicuranti del genere poliziesco.
Ma il rischio è stato brillantemente superato. Segno che l'autore, Antonio Manzini, è scrittore a pieno titolo: che sa costruire storie convincenti e affascinanti anche al di là dei generi e che i generi, quelli polizieschi in particolare, sono schemi non solo artificiosi, ma anche pericolosi, perché possono confinare e irrigidire il talento narrativo, quando c'è, entro le strettoie un po' troppo rigide di un campo definito, dalle regole risapute e dalla struttura convenzionale.
Scrive Antonio Manzini in apertura di questo suo 'Orfani bianchi': “Volevo misurarmi con un personaggio femminile. Una donna unica con una vita difficile che per trovare un angolo di serenità è pronta a sacrifici immensi. Mia nonna stava morendo, io guardavo Maria che le faceva compagnia e veniva da un paesino della Romania. E mi domandavo: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?”.
Il romanzo è un colpo allo stomaco. E lo è tanto più in quanto lo stile che accompagna la narrazione, sempre chiaro e invitante, procede asciutto, serrato, spesso aspro e duro solo per la semplice giustapposizione 'oggettiva' dei fatti raccontati: ed è per questo che, senza cedimenti ad alcuna retorica stucchevole, è capace di commuovere anche le 'pance' più difese e riottose.
La vicenda cattura, da subito.
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