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Il faggio degli ebrei. Testo tedesco a fronte Copertina flessibile – 27 feb 1998

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Descrizione prodotto

Recensione

Sotto il faggio, brividi mistici

Luigi Forte, Tuttolibri - La Stampa

I lettori del quotidiano Giornale del mattino di Stoccarda saranno rimasti non poco stupiti fra il 22 aprile e il 10 maggio del 1842. A firma Annette von Droste-Hulshoff uscì in sedici puntate un racconto giallo dal titolo Il faggio degli ebrei. Fu l'unica opera in prosa che lei portò a termine. Peccato, perché la cattolica baronessa Annette, nata nel castello di Hulshoff vicino a Munster nel 1797 e morta a Meersburg sul lago di Costanza nel 1848, aveva un ottimo senso della suspense, un gusto del perturbante e del fantastico da far invidia a certi romantici. Oggi passa per la più grande poetessa in lingua tedesca. Con poesie religiose e ballate, lirica epica e d'amore, quadretti di folclore e scene di selvaggia natura nordica.
C'è nella signorina von Droste la stoffa della mistica e la linfa sotterranea della passione che nessuna fede e pratica religiosa riesce a placare. Annette prestava attenzione ai racconti locali e alla tradizione orale. Ricordava la storia dell'assassinio di un ebreo, la scomparsa dell'omicida, il suo ritorno a casa dopo quasi tre decenni di schiavitù e infine il suicidio. La materia era intrigante e suo zio l'aveva condensata nella Storia di uno schiavo algerino. Ma quel racconto del 1818 era ben poca cosa al confronto del thriller della nobildonna, che muovendo dal 1738, data di nascita del protagonista Friedrich Mengel, si conclude nel 1789, l'anno stesso dello scoppio della Rivoluzione francese. La Droste cala sulla chiarezza della vicenda un velo di ambiguità: nei personaggi come nel paesaggio. E scava nel milieu sociale, segna in profondità la psicologia dei personaggi. Il risultato è una storia realistica che lievita su un sottofondo simbolico con accenti visionari e spettrali. Lo si può leggere ora nell'ottima versione di un gruppo di allievi della Scuola europea di traduzione letteraria di Bolzano, con un'efficace introduzione e utili note di Uta Treder.
La tensione del racconto nasce dalla sua stessa linearità. C'è Friedrich Mengel, che impara a governare le mucche della madre e passa spesso il suo tempo nel bosco di Brede dove è morto anni prima suo padre. Dicono che il suo fantasma s'aggiri ancora nei paraggi. E c'è lo zio Simon, un poco di buono che ruba legname, come fanno tanti altri poveracci. Con sé, come guardiano di porci tiene il giovane Johannes Niemand, che in tedesco significa nessuno, figura speculare dello stesso Friedrich. Un mondo di diseredati percorso da tensioni e crisi, squarciato spesso dalla violenza. Brandis, il capo dei guardaboschi, ne è la prima vittima: lo trovano, non lontano dal grande faggio, con la fronte spaccata in due da un'ascia. Friedrich ne sa qualcosa, ma mancano le prove e così il caso è archiviato. Passano gli anni e lui, alla scuola dello zio Simon, si fa arrogante, violento. Intanto, vicino al solito faggio, viene rinvenuto un secondo cadavere: è quello dell'ebreo Aaron, a cui Friedrich doveva dei soldi. E quest'ultimo è scomparso insieme con l'amico Johannes. Sarà dunque Mengel il colpevole? O non un certo Moises, correligionario di Aaron, che prima di morire fa una mezza confessione?
Il giallo ha ora un suo epicentro: il faggio, che gli ebrei del luogo hanno acquistato incidendovi sulla corteccia una frase nella loro lingua. Simbolo e mistero qui si accavallano e un'eco incomprensibile sembra vibrare per tutti gli anni a venire. Il racconto subisce un'altra sosta, una deviazione. Si deve attendere quasi tre decenni perché riappaia nel villaggio di B. un uomo che dice di essere Johannes e parla della sua prigionia presso i turchi. Ma la Droste insinua il sospetto che sia Friedrich e gioca con l'immagine del doppio non solo per depistare, ma per insistere sulla nullità di un destino (quel signor Nessuno che è lo stesso Friedrich come emarginato e delinquente) che non conosce speranza, ma solo la legge della propria autodistruzione. Lo troveranno appeso al grande faggio e una cicatrice ne rivelerà l'identità. Così come verrà chiarita la frase incisa sul tronco, che nella sostanza ricorda la legge del taglione. All'alba della Rivoluzione francese quel cadavere potrebbe gettare un'ombra inquietante intorno a sé. Ma la suggestione del libro non è politica. Sta invece nell'ambiguità della vicenda, nel simbolismo della natura, strumento di nemesi divina e regno di voci non placate. E la sua originalità nel trasformare una novella campestre in una vicenda percorsa da brividi che quanto più svela tanto più nasconde.

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Dettagli prodotto

  • Copertina flessibile: 243 pagine
  • Editore: Marsilio; 2 edizione (27 febbraio 1998)
  • Collana: Letteratura universale. Gli elfi
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8831768778
  • ISBN-13: 978-8831768771
  • Peso di spedizione: 181 g
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Formato: Copertina flessibile Acquisto verificato
"Il faggio degli ebrei" di Droste-Hülshoff è un libro contraddistinto da atmosfere oscure e arcane, avvenimenti inspiegabili e personaggi misteriosi. Al centro di tutto un drammatico suicidio, sul quale ben presto aleggia il sospetto che sia stato un omicidio.
Lo stile della scrittrice è piacevole, anche se non sempre scorrevole, adattandosi così ai contenuti.
La traduzione in italiano è di qualità e poter leggere una novella come questa con traduzione a fronte è sempre un'esperienza molto piacevole.
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