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Recensione cliente

il 19 gennaio 2018
“Le Gabbie” è un romanzo che racconta di persone. Storie che si intrecciano fra loro, storie che sono una il proseguimento dell’altra, storie che possono essere una la salvezza di un’altra. Agata, Marta, Ersilia, Gaetano, Assunta, Tomaso, Caterina, ognuno con la sua personalità, i suoi tratti distintivi, il suo quotidiano a cui badare, ognuno conscio oppure no di trovarsi dentro una gabbia.
La gabbia è il filo conduttore fra i protagonisti. Ogni prigione è forgiata in maniera diversa, a misura della persona che deve ospitare, ma tutte hanno in comune di essere inesorabilmente chiuse.
Nel suo romanzo Valeria Acquarone ci racconta del quotidiano e lo fa bene, senza pesantezze, con uno stile di scrittura tutt’altro che piatto, che a tratti si fa ricercato quando narra di una dimensione parallela alla nostra, dove tessitrici misteriose imbastiscono le trame della nostra esistenza.
Sono storie comuni. Pezzi di vita che si conoscono perché vissuti, conosciuti o ascoltati in fatti di cronaca alla tv. La psicologia dei personaggi si srotola lungo la storia in modo tale che il loro approfondimento non rallenta il ritmo della narrazione. Ogni tanto c’è una breve divagazione, qualche pensiero di un protagonista che se ne va qua e là, un po’ come capita a tutti di essere a volte fuori contesto, persi nei fatti nostri: è un particolare che l’autrice riconosce, cattura con bravura, fa suo sotto forma di cifra stilistica per sottolineare il quotidiano e non per allontanarsi da esso.
Assunta nella sua gabbia c’è sempre stata, lei che si preoccupa solo per se stessa o al massimo può sentirsi in ansia per sua figlia, ma sempre in relazione al soddisfacimento delle proprie esigenze che “erano molte e varie, e potevano cambiare radicalmente da un giorno all’altro”. Ma lei la propria gabbia non la odia, è il suo modo di vivere e senza non saprebbe come fare, perché il mondo là fuori è crudele e per difendersi bisogna prima pensare a se stessi.
Caterina, una bambina. Caterina era libera e spensierata, ma poi un fatto tragico l’ha fatta chiudere in se stessa: il dolore le ha forgiato attorno una gabbia di apatia e rifiuto del mondo.
Ersilia, una donna buona con le mani piene d’artrite. Per lei la gabbia è qualcosa di molto sottile, sbarre invisibili, insospettabilmente create dalla sua bontà verso il prossimo.
“Soltanto loro sarebbe stato il compito di spezzare le sbarre, dopo averne riconosciuto l’essenza”
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