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Recensioni clienti

4,6 su 5 stelle
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La cripta dei cappuccini
Formato: Copertina flessibile|Cambia
Prezzo:8,50 €+ Spedizione gratuita con Amazon Prime

il 18 luglio 2017
Scritto Meravigliosamente. Il racconto della fine di un'epoca. La morte addosso con i bagliori dell'olocausto. La fine anche del nostro tempo.
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I PRIMI 500 RECENSORIil 28 gennaio 2017
"...Dove devo andare ora, io, un Trotta?..." Una semplice domanda, poco consolatoria, esprime la disperazione e rassegnazione del protagonista, Francesco Ferdinando Von Trotta di fronte all' impossibilità di immaginare un futuro che non sia la caduta di un mondo, il suo mondo, quell' Impero austro-ungarico che fino a quel momento aveva segnato un' epoca unificando popoli, culture, lingue e religioni diverse.
È un momento storico che segna anche la fine di un ideale personale, il disfacimento di un casato, la certezza che nulla sarà più come prima e che un presentimento si è fatto realtà e fredda desolazione.
Sin dall'inizio, in Francesco Ferdinando, erede di un casato di umili origini assurto a gloria e nobiltà grazie all' imperatore, aleggia una malinconica presenza, quell' idea di non essere figlio del proprio tempo, per non dire suo nemico, un giovane dotato di orecchio fine ma volutamente sordo.
Egli frequenta un mondo aristocratico dissipatore, malinconicamente presuntuoso, ignavo, è un giovane frivolo e sciocco, sfaticato, inconcludente, nottambulo ( di giorno dorme ), miscredente come tutti i suoi amici.
Eppure, oltre una banale apparenza sente e rimugina altro, vive la certezza che il vecchio impero sta morendo, accompagnato da tutti i sintomi della rovina. E proprio da un preciso sentimento, "...da quella sensazione di essere votati alla morte, nasceva un folle desiderio di vita..."
Francesco Ferdinando e' intriso dello spirito della vecchia monarchia ma sa che tutto sta cambiando o è già cambiato " ...ma la morte invisibile incrociava gia' le sue mani ossute sopra i calici dai quali bevevamo, noi non le vedevamo, non vedevamo le sue mani..."( espressione simbolo del disfacimento e ripetuta più volte nel testo ).
Attorno a lui molteplici partenze e ritorni, volti multietnici figli di quel vasto impero mitteleuropeo, sfruttatore delle periferie ma da tutti riconosciuto, da alcuni anche amato, si pensi al conte Chojnicki, considerato vecchio e maturo da chi era immaturalmente senza età, al vetturino Menes Reisiger, polacco, innamorato di un figlio geniale quanto rivoluzionario ed al caldarrostaio Joseph Branco, cugino del protagonista, sloveno di origine, animo semplice e nomade perenne.
E poi una madre austera e conservatrice del proprio antico mondo decadente ed una giovane donna da amare e da sposare, Elisabeth, prima della partenza per il fronte ( lo scoppio della prima guerra mondiale ) e di una possibile fine annunciata, perché " ...ogni faccenda privata ormai era divenuta pubblica...", ci si sentiva liberi di fronte alla malattia, la grande guerra, e "...non si aveva piu' tempo per sapere se si agognava la morte o si aspettava la vita....".
È una guerra mondiale non perché vi partecipi il mondo intero, ma in quanto farà crollare il magico mondo della monarchia danubiana.
I combattimenti in Galizia orientale, la prigionia, il ritorno nell' inverno del 1918 in una città' fantasma ( Vienna ), l' impoverimento degli amici più cari, l' indebitamento della propria casata, il confinamento nella propria dimora, dove ".. nel bel mezzo di una patria distrutta ci si addormentava in una fortezza..."
Ormai l' inconsueto diviene consuetudine, in una vita nata obbligatoriamente dalle ceneri di un passato vivo solo nella propria memoria.
Tutto è cambiato ed in Francesco Ferdinando si spalanca un abisso di disconoscimento, attutito da un riavvicinamento alla vecchia e malata madre e dal disperato tentativo di riconquistare l' amore di una moglie in fuga ( aspirante attrice ), idealmente e fisicamente rapita da una donna enigmatica possessiva.
All' orizzonte l' impossibilità di ricostruirsi una vita per incapacità e negazione, di dedicarsi ad un lavoro, debiti ed ipoteche si accumulano e non resta che aggrapparsi a vecchie conoscenze, affetti lontani, ritorni insperati, attorniato da losche figure scomparse rapidamente al soffio di affari svaniti .
La cruda verità riporta il protagonista alla rivisitazione di un passato rimpianto ma fallimentare, a quella giovinezza vissuta con leggerezza e senza amore che si era cercato di correggere invece di iniziare una nuova vita dopo avere trascurato ciò che era più importante.
Ma ormai è tardi, i confini del proprio mondo sono spariti, polverizzati, come il proprio casato, non resta che il ritorno a quel quesito poco consolatorio, sbugiardato dal proprio non essere, dopo che "...ogni faccenda privata ormai è passata nel regno di cio' che è pubblico..."
Scritto nel 1938 ( durante l' esilio di Roth in Francia ) " La cripta dei cappuccini " è un romanzo con una prosa ricca, fluente, intrisa di verità storica, come la descrizione dettagliata di un mondo lentamente ma inesorabilmente scomparso anche se gelosamente conservato nella memoria del protagonista, ma è anche una visione personale dell' autore che attinge al proprio vissuto ( tra giornalismo, viaggi, poesia, sogno, esilio ) per trarre un bilancio della propria vita ( morirà nel 1939 ).
Ne esce un affresco spietato, lucido, tristemente vero di un momento storico così importante unito a tratti di interiorità, memoria, poesia, tra cultura e religione, tormento e rassegnazione, in un flusso narrativo affascinante e riccamente vestito, sintesi del pensiero e della poetica di un grande narratore.
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il 7 marzo 2013
“Frequentavo l’allegra, anzi sfrenata compagnia di giovani aristocratici (…). Ne condividevo la scettica leggerezza, la malinconica presunzione, la colpevole ignavia, l’arrogante dissipazione, tutti i sintomi della rovina, di cui ancora non intuivamo l’approssimarsi.”

Francesco Ferdinando Trotta, così chiamato in onore dell'allora erede al trono dell'impero austro-ungarico, racconta la sua storia, che passa attraverso lo smembramento della sua nazione, la Prima Guerra Mondiale e la lenta avanzata del partito nazionalsocialista.

Trotta rappresenta bene il legame che c’è tra i “nuovi” individui, disincantati dagli orrori della guerra e dal dolore, e i “vecchi”, così legati ai concetti legati all’Impero di nobile e bello. Trotta si rende conto di essere fuori posto in questo “nuovo” mondo perché dopo la guerra le regole non sono più le stesse;.è un esponente dell'uomo a cavallo tra i due conflitti, che, incapace di capire il cambiamento, rimane sospeso tra due mondi uno (il passato, tra la fine dell'800 e l'inizio del '900) che gli sfugge di mano e uno (il futuro, dal 1914 in poi) che non comprende.
Questo è sottolineato anche dal linguaggio, pieno di termini caduti in disuso.

Ed è in questo clima che Francesco Ferdinando, seduto al suo solito caffè, coi suoi soliti amici, osserva l'ingresso nel locale di un giovane dallo strano abbigliamento che annuncia a tutti gli avventori la caduta del governo austriaco e la nascita del governo popolare tedesco. Il crollo dell'Impero, dunque, è davvero definitivo. “Le uniche tracce sono ormai solo quelle conservate presso la Cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofaghi di pietra.”

“La Cripta dei Cappuccini”, è un romanzo che tratta la fine di un’epoca, è il lungo pianto amaro di uno scrittore e di una nazione intera che vedono morire la propria storia gloriosa imperiale. È il racconto di una sconfitta, dell'impossibilità di adattamento, del rifiuto del moderno. Mi ha ricordato in certi punti un altro romanzo appena letto, “Un’eredità di avorio e ambra”, che tratta anch’esso del crollo dell’impero asburgico.

Scrive Roth:

“..la grande guerra, che giustamente, a mio parere, viene chiamata “guerra mondiale”, e non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo.”

Il romanzo è ben scritto, breve e si legge velocemente; ma è saturo di tutta l’insicurezza del suo tempo, affiancando atmosfere decadenti a episodi quasi americani dell’ascesa, incomprensibile per il protagonista, della nuova classe borghese. Lo stile malinconico e rassegnato ben si adatta al tema principale del romanzo.
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il 31 marzo 2016
Un libro davvero stupendo, una testimonianza della crisi prodotta dalla prima guerra mondiale: "mondiale" perché responsabile della crisi di tutto un mondo. L'io narrante dimostra una straordinaria sensibilità e capacità di andare nel profondo della coscienza. Inoltre la traduzione proposta da questa edizione è davvero bella.
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il 3 dicembre 2015
Ideale prosecuzione dell'inarrivabile "La marcia di Radetzky". Senz'altro da leggere per completare la parabola nella fase declinante dell'Impero degli Asburgo. Indubbiamente un bel libro, da legger, ma penalizzato dall'inevitabile confronto con "La Marcia" che a mio modesto parere è un capolavoro assoluto.
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il 16 luglio 2016
Arrivato con spedizione Prime in un giorno ed imballato perfettamente. Il libro è di circa 200 pagine e la lettura molto piacevole e scorrevole. Consigliatissimo. Ottimo prezzo.
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il 14 febbraio 2013
Forse, insieme a GIOBBE, il miglior libro di Joseph Roth (ovvio secondo me). E' quasi ma non proprio il proseguimento della MARCIA DI RADETZKY, l'agonia di un grande impero.
Io non compro quasi mai un libro non ancora letto, oppure mi fido dell'autore. Joseph Roth, ebreo vissuto nell'ultimo periodo del regno di Francesco Giuseppe, ha avuto una vita solitaria, beveva e era sempre senza soldi. Il personaggio principale di questa serie di libri è l'impero in disfacimento, visto da innumerevoli sfaccettature, ma comunque tutte storie di vinti, trascinati dalla fine di una potenza che aveva regnato su mezza Europa.
Molti altri libri di Joseph Roth parlano invece delle comunità ebraiche che vivevano nella Mittle Europa, diverse e non assimilate dalla popolazione autoctona che le circondava, su cui si cominciano a sentire i venti di guerra e il garrire delle svastiche.
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