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Una particolare forma di anestesia chiamata morte Copertina flessibile – 1 gen 1997


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Recensione

Ascoltarsi le vene nei vicoli di Genova

Bruno Quaranta, Tuttolibri - La Stampa

Torino. Non è un indiano metropolitano, anche se il codino è folto, gli occhi sono due fessure nella tenda, la sacca a tracolla è stata cucita in chissà quale riserva. Matteo Galiazzo, va in buca, ovvero esordisce come narratore, dopo essere a lungo rimbalzato su di un bizzarro biliardo geografico.
Nato a Padova, a Genova dall'età di un mese, la gavetta letteraria l'ha fatta nell'Astigiano, dove pulsa l'irregolare (non solo nei tempi d'uscita) rivista Maltese. Il numero 17, per una volta felice, settembre 1995, lo salutava così, con piglio goliardicamente severo: "Dopo un periodo di purgatorio tra i collaboratori, Matteo Galiazzo si è aggiunto ai vecchi redattori". Il "grande vecchio" ha trent'anni, si chiama Marco Drago, "è più bravo di Martin Amis", un suo pensiero è l'epigrafe di questi otto racconti, almeno nel titolo umoristici, umorismo all'inglese, va da sé: Una particolare forma di anestesia chiamata morte.
"Credevo toccasse a lui pubblicare per primo - riconosce Matteo Galiazzo -, agguerrito lettore qual è. Io no, alle spalle non ho una vasta e alta biblioteca, fatte le debite eccezioni, come Dostoevskij. E invece...". Drago "è il regista di un cenacolo fra Cassinasco e Canelli, segnato da un'acuta allergia a Cesare Pavese, il genio locale offerto in ogni salsa". (Ma lo stesso Pavese si cautelò: "che la dicano quei di Canelli").
Maltese è la singolare bussola che conduce in via Biancamano. "Nella sala d'aspetto della scuola Holden una signora imparentata con un einaudiano intercettò il foglio, apprezzò una mia storia, la segnalò. Mauro Bersani, l'imperturbabile, volle che gli portassi le altre cose nel cassetto o, meglio, nel disco rigido. E di editing in editing si è formato il libro. So che Giulio Einaudi un po' l'ha apprezzato, un po' no".
Matteo Galiazzo si aggira nelle stanze candide e algide timidamente. Non lavorò qui il Calvino prediletto, il "fantascientifico" signore delle Cosmicomiche e di Ti con zero, lo scrittore che indirettamente gli diede una lezione ("Una volta cercai di misurarmi con i tarocchi, salvo scoprire in seguito Il castello dei destini incrociati")? No, non lavorò qui, ma nel palazzo di fronte: eppure l'incanto resiste, non si trasferiscono solo le carte, le scortano, fedelissimi, gli spiriti.
Matteo Galiazzo ha un rimpianto: il liceo classico, soprattutto gli manca il greco. È un ragioniere (lo stesso diploma di Montale, si consola) a due passi, due esami, dalla laurea in Economia e Commercio. Un lavoro part-time, una fidanzata, Simona, "che porta la felicità e la bellezza", come assicura la dedica, due genitori che lo aspettano nella casa di Marassi alta ("Lode ai miei genitori per non avermi battezzato e per avermi portato a vivere a Genova", rende loro omaggio nell'ultima pagina), un'etichetta che non lo abbaglia: cannibale. Perché Matteo Galiazzo, a dire il vero, non è un neofita dello Struzzo. Una macabra avventura, "Cose che io non so" - stupri, omicidi, abusi sessuali su cadaveri bambini - fu accolta nell'antologia Gioventù cannibale, 1996. "Mi sono ritrovato quasi per caso nella trucida galleria. Cannibale è un suono, un'eco, un batter di tamburi... Se proprio devo calare una carta d'identità, un biglietto da visita, ecco: sono un autodidatta".
Cannibale, forse, perché si pone di là dell'etica, a scorrere le "Cose": "Io non credo al male e al bene, non credo ai buoni o ai cattivi". O forse perché giostra, spesso, intorno alla morte (nell'"anestesia", accanto al serial killer, stanno un paese gasato, l'Aids, la necrosi della lingua, i tossicodipendenti tagliagole, che infine rimangono ad ascoltarsi le vene): "Mi piaceva, ieri e ieri ancora, terminare i racconti con la morte del protagonista. Era un modo di risolvere, di sigillare senza ombra di dubbio l'episodio. E, insieme, di sublimare la scrittura, di condurla a un porto".
E adesso? Matteo Galiazzo risponde con le estreme righe di "Acqua" (uno scienziato bizzarro, l'illusione di curare il virus con endovenose di penicillina): "E ricomincio a scrivere. È La mia vita. La penna è questa. Una siringa. L'inchiostro è questo. Sangue infetto". L'ambizione? "Un romanzo, non è facile". I modelli generazionali? "Forme d'onda di Dario Voltolini e Due di due di Andrea De Carlo". Ma il sangue, infetto e no, la vita, abbraccio ora splendido ora funesto, è in strada. Uscendo dall'Einaudi, non si può dimenticare Cesare Pavese: "C'è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare...".

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