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Recensioni clienti

5,0 su 5 stelle
24
5,0 su 5 stelle
Il dio sordo - IX
Formato: Formato Kindle|Cambia
Prezzo:5,69 €

il 9 marzo 2017
Il secondo e ultimo episodio dell'avventura del ragazzo di Sorrento al fianco di Beethoven è decisamente all'altezza del primo. Profondo, simpatico, scorrevole.
Sono rimasta sinceramente colpita in positivo. Oltre al modo di scrivere che è stupendo, la storia prende in ogni momento, non annoia mai. Ha delle bellissime riflessioni, sempre profonde e mai scontate, oltre ad essere davvero divertente in alcuni punti. Beethoven lo si vive in tutta la sua umanità, è quasi tangibile la sua anima e non si può fare a meno di affezionarsi al narratore nonché protagonista della vicenda.
Consiglio caldamente la lettura di questo libro (ovviamente passando prima dal precedente). L'unica pecca è che al termine vi mancheranno tremendamente quelle pagine e tutti i personaggi.
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il 17 novembre 2016
Non definirei 'Il dio sordo IX 'sequel de 'Il dio sordo'.Il sequel sta in piedi da solo perché l'autore trova il modo di sintetizzare il lavoro precedente, 'Il dio sordo IX ' si può meglio definire secondo tomo, seconda puntata o magari continuazione , perché da solo sarebbe una lettura incompleta. Che dire di questo secondo volume?? Scorre fluido come il primo con lo stesso stile elegantemente raffinato e coinvolgente, però qui si coglie di più la forza della musica di Beethoven, ovviamente grazie alla potenza della nona sinfonia ma anche alla potenza narrativa di Scotto di Carlo.
La domanda che noto ricorrere tra chi commenta questo libro è: ma quando un editore 'grosso' si accorgerà di questo gioiello che ha una capacità evocativa come pochi??...appunto quando???
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il 21 settembre 2013
Dopo aver letto e apprezzato "Il Dio sordo - Mia immortale amata", non potevo esimermi dall'acquistare e leggere anche questo secondo volume, che è il completamento di un'opera davvero meravigliosa.
Le vicende umane e professionali del Maestro Beethoven, narrate in prima persona dal fido servitore-amico arrivato da un altro secolo, proseguono con dovizia di particolari su ogni evento e con un'introspezione dei personaggi tale da renderli "vivi", quasi li si stesse incontrando in carne ed ossa.
Così anche io mi sono sentita parte di quel mondo perso nel tempo, trasportata dalla forza dell'Arte, ed ho amato ogni pagina di questo romanzo, da quella in cui si parla di musica a quella in cui si discetta di filosofia a quella in cui si descrive la quotidianità di Beethoven e di chi faceva parte del suo entourage.
Il crescendo di emozioni, dopo passaggi forti ed piuttosto eclatanti (che ruotano intorno agli ultimi momenti di vita del Maestro e all'immediato post mortem), si conclude in modo delicatissimo e mi ha lasciato una piacevole sensazione di serenità.
Questo autore sconosciuto al grande pubblico a mio avviso non ha nulla da invidiare a tanti scrittori affermati: gli auguro di fare al più presto il "grande salto" perchè lo merita davvero.
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il 21 maggio 2014
Dopo aver letto il "Dio sordo", e averlo amato veramente tanto, non potevo non leggere questo sequel.Il primo libro mi ha dato tanto, e con la fine della storia "dell'immortale amata", poteva dirsi concluso, senza nessuna critica nei riguardi dell'autore, che già nel titolo aveva specificato l'argomento. Eppure si sentiva il bisogno di un seguito e quando ho saputo che effettivamente c'era, l'ho subito acquistato. Confesso di essermi avvicinata a questo secondo romanzo di Antonio Scotto con qualche remora,la paura che l'entusiasmo che mi aveva procurato il primo libro venisse un po' smorzato.Avevo ancora dentro la piacevolezza della prima lettura e non volevo in nessun modo che essa potesse essere un po'o attenuata e invece, non solo la lettura di questo secondo libro ha confermato la bravura dello scrittore ma se possibile l'ha aumentata, insomma per me non è stata semplicemente una conferma , ma qualcosa di più...Beethoven non poteva trovarsi in mani migliori! Beethoven, il grande, Beethoven il genio, è diventato anche il "mio Beethoven"!
di Maura P.
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il 28 giugno 2013
Il secondo romanzo di Antonio Scotto, incentrato sulla Nona sinfonia di Beethoven ma anche sul burrascoso rapporto con parenti e affini (oltre che su quello con gli amici), colpisce per la violenza delle emozioni raccontate e descritte in modo magistrale. Vedere il Maestro che spiega ai musicisti come eseguire la sua creazione (e come lo spiega) ha qualcosa di profondamente commovente, tanto più se si pensa al fatto che per lui fosse impossibile udirla, e svela cose difficili da cogliere anche per chi l'ha ascoltata più e più volte.

I preparativi, le prove, l'esecuzione, l'esito: tutto torna e si confà alla perfezione ad un'anima come quella beethoveniana, "grande e infelice", come nobilmente la intendeva Leopardi.

L'ineluttabilità del fato ha tanta parte, come nel primo romanzo, anche in questo: è significativo che, pur avendo i lettori modo di condividere e assaporare la gloria di un'opera immortale e tanto impressionante come la Sinfonia Corale (in quanto parte di un'umanità che è stata in grado di crearla), ci sia anche un "dopo", qualcosa che contro ogni logica riporta tutto alla normalità.

Anche qui l'autore è impeccabile, quasi chirurgico nel descrivere questo tempo "dopo la Nona", e per quanto sia noto che Beethoven pensò a comporre una Decima sinfonia (e qualcuno è stato tanto temerario da inciderla sulla base di alcuni appunti), è innegabile che tutta la sua esistenza, come questo libro, finisca per ruotare intorno alla Nona e al suo cuore, ovvero l'Inno alla gioia. Una gioia che Beethoven non può sentire, ma riesce meravigliosamente a trasmettere.
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il 28 febbraio 2015
Dopo aver letto d’un soffio il primo libro, appena ho saputo che il secondo era già lì ad attendermi, non ho perso un attimo per andarmelo a comprare. E ho fatto bene. Questo secondo libro, con un linguaggio ancora più maturo e capace di coniugare con formula magica presente e passato, conferma, e, a parer mio, supera la bellezza del primo. Bello l’intreccio di rapporti tra i personaggi, un vero e proprio viaggio tra i sentimenti umani. Commovente l'amicizia, l'affetto e la stima, che lega l’ormai non più giovanissimo protagonista al compositore. Particolarmente interessanti ho trovato le parti in cui le vicende personali dei personaggi si intrecciano con quelle che precedono e accompagnano, tra suspense e colpi di scena, la prima delle composizioni più celebri del maestro, in cui la musica diventa protagonista .Qui verrebbe spontaneo accompagnare la lettura con l’ascolto di quelle note esaltanti, ma là dove ciò non fosse possibile, non è un problema, perché l’autore dà prova di saper emozionare, trasmettendo con la parola le sensazioni che nascerebbero dall’ ascolto. Infine veramente struggente il racconto degli ultimi giorni della vita del compositore. Qui Beethoven alterna momenti di scoramento ad altri in cui il genio e la creatività gli regalano gli ultimi guizzi di vitalità.
Ringrazio Scotto di Carlo per aver profuso tanto impegno nella stesura di questi due bei romanzi che mi hanno regalato tante emozioni e mi hanno aiutato a conoscere più a fondo un genio della musica che oggi è diventato per me una compagnia costante. Ne consiglio sinceramente la lettura.
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il 11 maggio 2014
“Sai, allorché componevo la mia musica, sentivo la certezza che in qualche modo avrei potuto sconfiggerlo il Tempo. Sopravvivere alla morte, lasciare qualcosa di mio era come…come possedere il destriero che cavalca il tempo e montarlo ogni qualvolta avrebbero suonato la mia musica, a partire dal momento in cui questo corpo sarebbe tornato polvere.”
Queste parole Beethoven dice al suo caro allievo/amico sul letto di morte; conclusione di una vita composta cercando di vivere nella musica, di crescere nelle passioni delle note, di alimentare i pensieri di chi ascoltava…per costruire se stesso: per essere vivo. Si batte nella musica per affrontare i piccoli e grandi tormenti, l’abisso della sordità, lo spettro della morte come tempo che prima o poi cancella tutto ciò che abbiamo costruito.
Quando la morte è più vicina- la caduta del muro d’ombra che ci allontana dalla fine può farti crescere in nuovi dubbi e riflessioni che ripercorrono la tua vita- confessa al suo amico che gli è caduta una sua vecchia speranza: la speranza che, ogni volta che qualcuno avesse suonato la sua musica, chi avrebbe ascoltato avrebbe pensato a lui, e grazie a questo per un attimo sarebbe tornato vivo, nei loro pensieri.”Eh, che stupenda fantasia! O meglio, che illusione stupida.”
Il suo allievo lo conforta, si inventa un sogno per spiegargli che ha davvero pensato a lui, lo ha cercato, ha cercato il musicista e l’uomo. Qui non posso non ricordare l’episodio iniziale del romanzo: il protagonista stava a un concerto di musica classica dei giorni nostri. Ascoltando Beethoven, autore che ama molto, si sente tanto coinvolto finchè…non si sa come, viene trasportato nella Vienna dell’Ottocento. Non c’è una spiegazione razionale, l’autore non inventa nessuna teoria per dare una giustificazione. Succede. Sembra quello che Beethoven aveva sognato: che qualcuno, ascoltandolo, pensasse a lui e lo facesse rivivere, lo cercasse. E proprio mentre sta al capezzale del compositore il protagonista per un attimo pensa di essersi risvegliato e di essere tornato ai giorni nostri, gli sembra che la sua vita a Vienna sia stata solo un sogno; e poi si risveglia a Vienna e sembra che il ritorno al presente sia stato solo un sogno, in un’alternanza tra sogno e realtà in cui non si capisce più dove stia la ragione: forse per suggerire che nella musica non c’è ragione. Non la puoi spiegare con le parole, non è la stessa cosa che sentire un brano. Come se fosse una dimensione al di là delle nostre conoscenze usuali, che sconfina nell’immaginazione e in cui con poche note si costruisce un infinito di mondi e stati d’animo possibili; una dimensione tra sogno e realtà. E con questi presupposti il protagonista consola il suo amico davanti all’ultimo spettro da affrontare con la musica.
“Morire…dormire…dormire? Forse sognare”
“Cosa intendi, che tra morire e dormire, tra realtà e sogno, potrebbe non esserci l’abisso che crediamo e che tanto temiamo?”
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il 4 aprile 2013
Non poteva “ Il dio sordo- mia immortale amata” finire con la morte dell’amore eterno di Beethoven, non poteva l’omino che spazza il sagrato della cappella ove giacciono le spoglie mortali di Josephine, spazzare con le foglie rinsecchite le attese dei lettori ed estimatori di Antonio Scotto di Carlo! Ci doveva essere una”resurrezione” perché l’Amata è immortale e se muore per sempre che valore acquista questo sublime titolo?
Ciò deve avere pensato l’Autore nel concepire il secondo romanzo che è, nello stesso tempo, l’apoteosi dell’Amore e della Musica! In questo lavoro che eguaglia e forse sorpassa, per la raggiunta maturità dell’Autore stesso nell’esprimersi e nel coinvolgere il lettore ormai abituato al suo stile narrativo, il primo volume, egli porta a compimento la vita terrena del Maestro raccontandoci la Genesi della più bella ( a mio parere) e conosciuta delle opere di Beethoven: la Nona Sinfonia, trionfo ineguagliato dell’Amore per la propria Donna e per l’Umanità intera che solo in questo sentimento può trovare la fratellanza e la felicità.
Prima dell’accorato grido, nell’Inno alla Gioia, all’Umanità trepidante: “Abbracciatevi moltitudini, questo bacio vada al mondo intero!” Beethoven, ne sono convinto nell’intimo del mio cuore, canta nel III movimento: Adagio molto e cantabile-Andante, l’Amore ritrovato per la propria Donna, L’Amore infinito che la Natura non gli potrà mai più strappare, l’Amore eterno racchiuso nel sublime suono di una Musica che solo lui, lui soltanto, non noi, avverte nel silenzio della sua anima , il suono che, come le trombe nell’Ultimo Giorno, richiama alla Vita, la Vita dello spirito, la Donna amata, l’eterno Amore!
Per questo”il dio sordo IX” è per sua natura il secondo capolavoro di Antonio Scotto di Carlo,proseguimento del precedente romanzo sull’Immortale Amata: se in quest’ultimo lavoro il geniale sorrentino fa ruotare intorno al nucleo di Josephine von Brunswik l’immensa galassia dell’Amore terreno,nel nuovo romanzo è la Gioia per l’unione, ora sì eterna, con la Donna amata il nucleo, il culmine, attorno al quale ruota l’immane stuolo di Moltitudini anelanti ad un mondo di Pace.
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il 25 marzo 2013
Lo spero. Spero che questa sia la Sinfonia 1 dell'autore, e che ne seguano altre. Una prosa ricercata, capacità e proprietà di linguaggio invidiabili, storia che immerge il lettore, soprattutto se già attratto dalla figura del maestro. Beethoven gode di una bibliografia vastissima pur essendo, fra i musicisti classici, uno di quelli con meno certezze biografiche. In questo lavoro (in 2 libri) ci viene presentato. Nel vero senso della parola. E' lì, vivo nelle pagine, fortunatamente numerose. Il modo in cui è descritto modificherà per sempre il modo in cui ognuno di noi credeva di "conoscerlo" e il modo in cui ognuno di noi lettori lo ascolterà. In questo senso l'autore ha una grande responsabilità sulle spalle. Ma è riuscito a dare un volto, un'anima, una vera e propria vita a chi, come me, aveva solo letto biografie del maestro. Ora è come se io conoscessi davvero Beethoven, come se ne avessi una completezza di uomo. Ovvio che una parte degli avvenimenti è fantasia dell'autore, ma a fine lettura, non prima, il quadro si completa, il reale vive nella fantasia e viceversa, in un intreccio veritiero e credibile, guidato dall'autorevolezza dell'autore. In questo senso spero che questa sua prima sinfonia sia seguita da altri lavori. Per ora ci si può solo alzare, applaudire e sventolare fazzoletti bianchi.
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il 15 marzo 2013
Ad Antonio Scotto sembrano non bastare i mezzi che offre l'italiano per esprimersi e che lui usa largamente e con sapienza, infatti, oltre ad aver scritto un'opera con una fraseologia ricca, anche di contenuti e dallo stile raffinato, opera che pare dotata di un ipertesto, e che sconvolge la sensibilità del lettore provocandogli un continuo succedersi di emozioni diverse, egli lo guida passo passo, chiarendogli come interpretare ogni evento, avvertendolo su quali parole concentrare l'attenzione, utilizzando a tal fine sottolineature, corsivi, virgolettati, insomma Scotto sembra non voler lasciare nulla al caso. In lui c'è una precisione e un'accuratezza che ci lascia intravedere una grande ego, eppur umile, di scrittore maturo, che non si compiace; premuroso con il lettore che non abbandona mai per dissertazioni estemporanee prive di senso, in cui spesso cadono altri scrittori. Egli non riempe il testo di frasi a effetto che sono vere e proprie forzature, ma anzi, ogni frase, è pesata, ha la sua importanza, suscita un sentimento, provoca un ricordo, spiega un particolare in più della vicenda, si incastona nella storia. Scotto ama il suo romanzo con lucidità profonda e vuole che anche il lettore se ne innamori. Nel leggere "Il dio sordo" l'unica avvertenza che si può fare è di non lasciarsi soverchiare dall'ego di Scotto, di cui ho già detto la natura "benigna", ma tuttavia prestargli attenzione, perché aiuta a capire molto sotto-testo, molte sottigliezze di questa opera immensa e piacevole, di cui non ci si può permettere di perdere nulla.
E così ci si rende conto che una delle ragioni per cui l'autore ha optato per questo tipo di scritto, una biografia romanzata con elementi di fantasia, è avere un espediente per far capire come anche i grandi personaggi siano trascinati da passioni e sentimenti, e anzi, è forse la loro grandezza e sensibilità a renderli più soggetti a tali pulsioni e per questo la loro vita, oltre che la loro arte, ne risulta più affascinante.
Certe sue divagazioni, pur barcamenandosi nel mare magnum delle opinioni, del condivisibile o meno, servono nel testo a preparare il lettore a quanto sta per avvenire, a coronare quanto è avvenuto o si è appena detto. Simili architetture stilistiche non sono di un romanziere comune, sono preziosità geniali. Il suo romanzo è un fluire limpido e affascinante di parole, privo di leziosità, pomposità o altro che non sia buon gusto artistico. Scotto riesce con la sua ironia a tenere chi legge sempre desto, a divertirlo, stupirlo...
Ho ammirato inoltre il gran rispetto e l'intelligenza che ha avuto l'autore nel non far cadere mai il suo personaggio, proveniente dal futuro, nella tentazione (in cui si cade in quasi tutti i romanzi di questo genere) di suggerire a Beethoven alcune battute delle sue sinfonie non ancora composte, di modo da "attribuirsene" i meriti. Scotto questo tranello non lo ha nemmeno visto, tanta è stata la sua modestia nel rapportarsi al compositore seppure con questa biografia atipica e romanzata. Ha volato oltre e per questa scelta saggia, eppure naturale, l'ho davvero apprezzato.
Ironico, a tratti poetico, sagace e profondo, ricco di momenti di vera suspence e di passaggi commoventi: a questo romanzo non manca proprio niente per essere riconosciuto come una grande opera, se non l'essere letto da quante più persone possibili, magari attraverso il passaparola. Di modo da dimostrare che, nonostante sia un volume molto corposo (come opera prima), un romanzo di un genere che in Italia è considerato di nicchia, Il dio sordo meriti però di essere letto.
Certo potranno esserci coloro a cui non piacerà, sui gusti non si discute, ma non si può dire che questa non sia una grande opera, in tutti i sensi, che non sia scritta bene... Probabilmente non piacerà a chi non ama libri come la "Recherche" di Proust, a cui io mi sento di accomunare questo romanzo, ma tutti coloro che apprezzano la bella scrittura, Il dio sordo, lo ameranno.
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