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il 12 giugno 2015
Quando lessi "Ogni cosa è illuminata" rimasi incantata dallo stile particolarissimo di Foer ed affascinata dalla splendida storia, a tratti esilarante e tragica, raccontata in modo leggero ed onirico con un'abilità linguistica a mio parere stupefacente tanto che decisi di non acquistare il suo secondo romanzo; lo so, può sembrare assurdo, eppure mi capita sovente, quando sono molto colpita da un libro, di non leggerne in tempi brevi altri dello stesso autore per paura di restarne delusa e perdere la magia, un po' come quando si cena memorabilmente in un ristorante per scoprire, ritornandoci in seguito, che, quella sera, lo chef era semplicemente ispirato in modo irripetibile.
A distanza di anni Foer non mi ha deluso regalandomi ancora forti emozioni e chiedendo in cambio soltanto attenzione ed empatia. Sarebbe riduttivo definire "Molto forte incredibilmente vicino" solo un romanzo; il libro, infatti, che si sviluppa su tre piani ove il presente del piccolo Oskar, il cui adorato papà ha perso la vita nell'attentato al World Trade Center, si interseca al suo passato prima “del giorno più brutto” ed al vissuto del nonno, a tratti fondendosi in esso, si arricchisce, strada facendo, di disegni, lettere, fotografie, caratteri grafici particolari, correzioni e sottolineature. Un testo “vivo”, quindi, e che si fa vivere.
Oskar ha nove anni, le “scarpe pesanti”, un'intelligenza fervida, piccole manie che potrebbero far pensare ad una qualche forma di autismo; suona ossessivamente il suo tamburello, sa dire frasi galanti alle signore, immagina fantastiche invenzioni e scrive lettere d'ammirazione a Stephen Hawking, si presenta agli estranei con un biglietto da visita che lo qualifica come "inventore, gioielliere, entomologo dilettante, francofilo" ma, sopra ogni cosa, ha una sofferenza adulta ed una sensibilità precoce che Foer rappresenta in modo perfetto creando per lui un linguaggio particolarissimo, coacervo di infantile ingenuità, multiforme espressività e profonda curiosità.
Oskar tenta di razionalizzare una tragedia incomprensibile e soffre di un dolore che non trova sfogo. L’appiglio, l’ancora di salvezza, è una chiave lasciata dal padre in una busta che reca soltanto la scritta "Black", una chiave che potrebbe aprire una sola serratura in una città che ne contiene miliardi e che, come tale, diventa metafora di possibilità alla quale il bambino si aggrappa con infantile fiducia e che gli consente di intraprendere un percorso che mai un adulto potrebbe intraprendere alla ricerca di risposte e del suo particolarissimo scudo al dolore.
La ricerca di Oskar porterà alla luce una fitta rete di umane quotidianità, di storie nelle storie, di vite che si intrecciano, di dolori e ricordi, episodi personali che si fondono e confondono contagiandosi a vicenda in un racconto che diventa corale, come collettivo nelle singole unicità è il dolore da cui scaturisce, una narrazione che crea un filo conduttore tra le diverse devastazioni vissute in prima persona in tempi diversi dai protagonisti sino a fondere, in un legame terribile ed alla distanza di mezzo secolo, due grandi follie della storia; quella della Grande Mela, colpita al cuore dagli aerei dirottati, e quella di Dresda rasa al suolo dai bombardamenti alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.
Le domande del piccolo Oskar non possono tutte trovare risposta ma possono portare a ricordi capaci di lenire il dolore, all'accettazione, alla riconciliazione, alla famiglia consentendogli di usare la chiave per entrare a far parte del mondo. Possono regalare a lui, e a noi che leggiamo, il sogno di riavvolgere il nastro del tempo fino al giorno più brutto e di capovolgere così il corso della storia e delle sue terribili conseguenze.
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il 8 agosto 2013
Insopportabile. Storia di un ragazzino che ha perso il padre, a cui era molto unito, nell'attacco alle torri gemelle del 2001, e della sua missione per scoprire cosa apra una misteriosa chiave, trovata tra le proprietà residue del genitore, assieme alla scritta "Black". Il protagonista è perso in un assoluto egocentrismo: siccome suo padre è morto, ritiene che il mondo giri attorno a lui e tutto gli sia concesso. Bugiardo patologico, supponente e irriguardoso, si intrufola quasi di prepotenza nelle case di chi ritiene possa essere in qualche modo collegato alla sua ricerca, e fa del suo meglio per ferire chiunque venga a contatto con lui. In particolare cerca in tutti i modi di colpire la madre, colpevole a suo vedere di non volersi seppellire viva nella memoria del marito; quello che casomai si può imputare alla povera donna è unicamente l'incapacità di piazzare un bel ceffone educativo quando il pargolo supera ogni limite, come quando le dice che se avesse potuto scegliere, avrebbe fatto morire lei nell'attentato al posto del padre.
Lo stile dell'autore è estremamente furbo. Mette insieme un'accozzaglia di frasi casuali per far credere al lettore che ci sia chissà che significato profondo; se qualcuno ce lo trova, vuol dire che è stato lui stesso a mettercelo, perché nella migliore delle ipotesi il libro è la storia lunga tre generazioni di una famiglia di sbarellati che non hanno un singolo neurone al suo posto, l'equivalente letterario di un quadro costituito da una tela bianca con un buco in mezzo.
Tento di rendere l'idea con un esempio generico, NON preso dal libro: immaginiamo un protagonista al funerale di una persona molto cara. Un altro autore potrebbe descrivere la sua angoscia, il suo senso di vuoto, il suo immaginare momenti di allegria che ormai non si concretizzeranno più. Magari racconterà i momenti che più hanno segnato l'amicizia ormai troncata. Foer, invece, prende la prima cosa che gli passa per la testa, per inverosimile che sia, e descrive quella. Così il nostro protagonista racconterà di come davanti al feretro non potesse fare a meno di ricordare la credenza dove sua madre teneva il tè di sambuco, che gli faceva venire l'allergia quando era piccolo e di come stranamente i sacchetti verdi del fast food all'angolo lo rendano più triste di quest'assenza, non ancora percepita appieno.
Restando invece nell'ambito del romanzo, una coppia importante per il romanzo non costruisce una vita in comune sana o malsana, felice o triste, con amore o senza, ma unicamente una serie di rituali basati su regole cabalistiche assurde ed arbitrarie, che nessuna persona reale costruirebbe mai. Le azioni dei due personaggi sono prive di qualsivoglia filo logico, schizofrenici gesti folli di due tizi isolati in universi disconnessi. Un profondo, artistico viaggio nel dolore più puro, o più semplicemente pagine e pagine di vuoto pneumatico, intervallate da illustrazioni a caso, giusto per aggiungere altra pretenziosità?
Se questa è alta letteratura, io sono un ignorante insensibile. Non mi sento di escluderlo, ovvio, ma per conto mio questo libro è paragonabile ai proverbiali abiti nuovi dell'imperatore. Io non ho paura di dire che l'imperatore è nudo.
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il 17 dicembre 2013
Oskar Schell ha la Sindrome di Asperger. Vive a New York e da un anno non ha più il suo adorato papà, morto nel "giorno più brutto”, che poi è l’11 settembre.
Ha inoltre una mamma che lo ama tantissimo, una nonna complice e dolcissima, e un nonno che non parla da tanti anni e che per comunicare scrive su un quadernetto o mostra le mani con scritto “Si.” e “No.”
Oskar Schell si sente solo. E da solo sopporta un dolore troppo grande. Ha 9 anni e fa tanti pensieri, soprattutto brutti, ultimamente, e tanto strani. E’ un piccolo inventore di mondi magici e di trovate fantasiose, come il suo progetto di tubazioni collegate ai cuscini di tutti i letti di New York per raccogliere le lacrime di chi piange prima di dormire (per esempio lui), e poi riversare le stesse nel laghetto di Central Park e misurare ogni giorno il livello di sofferenza della sua città. Oppure lo stratagemma per salvare l’umanità dal pericolo utilizzando camicie di becchime, per essere sollevati in volo dagli uccelli e non cadere mai.
Mai.
Oskar Schell ha anche tante paure, si comporta in modo bizzarro, ed è un bambino fin troppo intelligente. Ma sempre e comunque solo. E triste. Dopo la morte del padre, per caso trova una chiave e un bigliettino con scritto “Black”, ed intraprende una minuziosa indagine, che inizia come una caccia al tesoro, uno dei tanti giochi di ingegno che faceva con suo padre, e che poi diventa un vero e proprio viaggio di ricerca. Un viaggio alla ricerca di sé stessi, affrontando il vuoto delle tante parole non dette.
Da qui la storia si dilata avanti e indietro, nel presente del post 11 settembre newyorkese e nel passato della seconda guerra mondiale, attraverso un fitto ed intricato intreccio di voli pindarici e di lettere mai spedite, tanti gesti e dialoghi, racconti di struggenti umanità.
La ricerca come crescita, la crescita come accettazione del dolore per la perdita di qualcuno.
E' un libro dove le immagini si mescolano alle parole, così come le frasi cerchiate o sottolineate, o le pagine bianche, le fotografie, le parole colorate. Tutto, all'interno del romanzo, diventa narrazione.
La lettura non è facile, spesso ci si incastra tra le maglie di questa scrittura elegante e cerebrale, piena di labirinti di pensieri, tra dialoghi muti, ricordi frammentati e fotografie in bianco e nero, ma ringrazio l’autore per avermi coinvolto così forte, con un finale incredibilmente vicino alla perfezione.

“Sarebbe pazzesco se ci fosse un grattacielo che va su e giù mentre il suo ascensore resta fermo. (…) Sarebbe anche utile al massimo, perché se sei al novantacinquesimo piano e un aereo si schianta sotto di te, il palazzo ti può portare a terra e tutti si salverebbero anche se quel giorno avessero lasciato a casa la camicia di becchime”.

B.
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il 2 agosto 2013
Lo scrittore, attraverso una scrittura originale e geniale, narra la ricerca dolorosa di un bambino di nove anni che cerca di tenere saldo il legame col padre, morto durante l'attentato alle torri gemelle. La ricerca della verità lo conduce in varie case di New York, mentre la narrazione si dipana fra il dolore passato e quello presente per poi ricongiungersi nel finale. Non è stata una lettura semplice, intervallata da immagini e dalle idee del protagonista Oskar, dense di originalità, quella stessa che solo un bambino può concepire, come un grattacielo che scorre su e giù mentre l'ascensore resta fermo. I protagonisti vorrebbero non dover esistere e sanno bene che ci vuole una vita intera per imparare la vita. Manca il coraggio di vivere perché il dolore non guarisce. Lo consiglio ma con un'avvertenza, è un viaggio che arricchisce ma costa molto dolore. Averlo letto in formato ebook ha reso ancora più reale, attraverso lo scorrimento veloce della sequenza fotografica, l'ascensione verso l'alto di un corpo che, invece, precipita dalla Torre.
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il 10 marzo 2014
Nessuno degli eventi che le assurdità del genere umano ci portano a vivere, primo fra tutti la guerra, ha un senso ultimo, assoluto.
C'è un senso in ogni cosa, ed è quello che troviamo nell'incontro con le altre persone, nell'amore che esprimiamo e riceviamo nel tentativo trovare un senso più grande, risolutivo.
Queste sono le due tesi che si contrappongono e si rincorrono per tutta lo svolgimento del romanzo. Il dolore, la perdita, la sconfitta, il vuoto esistenziale e ancora di più le assurdità e meschinità degli uomini che forgiano la vita di altrettanti uomini, così come le sfortunate circostanze della vita, sono sempre esistite e sempre esisteranno, e nessuno potrà mai incidere realmente affinché non si verifichino più.
In tutto questo vortice di eventi travolgenti e gesti sconsiderati, solo ogni pensiero, parola e gesto gentile, che esprima il nostro reale desiderio di essere vicini alle persone, di incontrare il loro male di vivere, costituisce la ragionevolezza dell'esistere. Tutto questo e niente altro ci è dato.
Un avvio lento e a primo acchito un tantino melenso, mi avevano fatto pentire dell'idea di aver preso in mano il libro. Lieto di essere arrivato alla fine per poter capire e ravvedermi.
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il 7 febbraio 2018
Libro molto appassionato come lettura bello e fluido nella scritto da consigliare non adatto a ragazzi da leggere consiglio vivamente
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il 14 ottobre 2015
Ho acquistato questo libro su consiglio di un'amica e non ne sono stata assolutamente delusa: la storia è toccante senza essere melodrammatica, la scrittura è originale e le emozioni oscillano tra il divertimento, la tenerezza, la rabbia e le lacrime. Consigliato!
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il 7 agosto 2013
Un piccolo gioiello.
Scritto in prima persona, è uno di quei libri per cui ti chiedi "ma davvero l'autore questo personaggio se lo è INVENTATO?"
Ogni parola(e non solo, perchè ci sono anche immagini e foto)ha il suo peso, nessuna è messa a caso; ma non si pensi che per questo il libro sia lento, o pesante: fa pensare molto, ma scorre bene. Mi è piaciuta molto la traduzione, secondo me è fatta molto bene, cosa non da sottovalutare per un libro scritto con questo stile.
Si pensa all'importanza di tante cose che spesso volutamente ignoriamo, all'innocenza dei bambini e alla loro bontà, a come le parole e le domande giuste possano creare con semplicità un ponte tra le persone. Il piccolo Oskar è un piccolo genio, con la fantasia dei bambini che tutti avremmo voluto mantenere e che si risveglia in noi leggendo delle sue invenzioni.
Insomma, a mio parere bellissimo.
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il 31 ottobre 2017
Romanzo consigliatissimo, ma non per tutti.
Il problema è che dopo averlo letto sarà dura tornare alla solita minestra.
In questo caso specifico potrebbe essere utile guardare prima il (bel) film.
Complimenti anche per la traduzione
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il 22 agosto 2013
Una storia struggente a più voci, con l'eco della tragedia dell'11 settembre e di uno spaccato di quanta vita possa aver lasciato irrisolta una qualsiasi delle vittime. Un ragazzino geniale e difficile, i suoi percorsi tormentati per la ricerca di una connessione con il suo papà...Si legge con il nodo alla gola, d'un fiato...
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