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  • Eccomi
  • Recensioni clienti



il 2 marzo 2017
Libro molto impegnativo.
Eccomi è così ben scritto e così strapieno di passaggi che meritano una rilettura, da tenere impegnati più neuroni del solito
La storia sarebbe anche molto semplice, la disgregazione dall’interno di una famiglia ebrea che vive in USA, o meglio di un matrimonio, disgregazione che non ha nulla di drammatico, però, e che sembra il naturale epilogo di qualunque cosa, tanto da essere anche molto comica a tratti.
In parallelo la disgregazione di Israele, dello stato ebraico, attraverso la metafora del più grande terremoto di tutti i tempi e anche qui le iperboli sono talmente enormi da sfociare a volte nel ridicolo.
La vera forza di questo libro sono i dialoghi, veramente da paura, degni di una piece teatrale, soprattutto quelli che coinvolgono i due coniugi e i loro 3 figli, di intelligenza di gran lunga superiore alla media, che oltre alla vita vera vivono anche quella di Other Life, che sopportano ormai l’ebraismo e i suoi cerimoniali innumerevoli come una sorta di imposizione.
I personaggi sono stupendi, compreso il cane Argo che scagazza ovunque in casa ma sempre in posti diversi, costringendo gli abitanti della casa a contorsioni nella ricerca della cacca degne di un artista circense.
In alcuni punti è anche molto volgare, ma la volgarità l’ho trovata giustificata, perché anche in ogni famiglia bon ton che si rispetti, quando c’è del marcio diventano tutti scaricatori di porto.
Stupendi poi i nonni, ruvidi, geniali, gli unici veramente in grado di scegliere davvero come vivere e come morire perché ne hanno viste di tutti i colori col nazismo.
Credo abbia moltissime diverse chiavi di lettura, di ebraismo è intriso ma in modo molto moderno, quasi una presa in giro, perché questi in realtà si prendono tutti molto poco sul serio.
E’ molto lungo, però, e non è certamente una lettura da ombrellone; ma merita.
19 persone l'hanno trovato utile
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il 28 settembre 2017
Nonostante il titolo accattivante, data quella pagina così inquietante della Bibbia, non pensavo di concludere la lettura, fin dai primi capitoli, ma poi volevo vedere dove andava la narrazione sulla famiglia Bloch con tutto quel correre avanti, e fermarsi, e tornare indietro. Non penso però, come altri, che l'autore dovesse togliere qualche centinaio di pagine: non sarebbe più stato questo libro, ma un fascicoletto insulso. Meglio, allora, la leggerezza intelligente di due ore di film di Woody Allen. Il libro è così, prendere o lasciare, e sono arrivata alla fine, faticosamente entrando dentro tutta questa/e famiglia/e, e popolo, e mondo.
Quanto ai ragazzi, dodicenni che parlano come se avessero 120 anni (filosofia, ironia, sottigliezze, eleganza), come alcuni prima di me hanno notato, penso che in quell'ambiente siano più che probabili, comunque sono loro che mi hanno fatto andare avanti, e anche i nonni, e il cugino Tamir, e il cane Argo.. Ma rimango convinta che il libro non valga la sfida che l'autore ci lancia, e no, non lo consiglio.
Anche se " forse aveva distrutto quello che amava, per la sua incapacità di vedere la perfezione dell'abbastanza".
5 persone l'hanno trovato utile
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il 3 marzo 2017
Libro molto interessante e scritto in maniera eccellente. Disegna uno spaccato di una famiglia ebraica in un'America che contrappone la propria cultura e tradizione a quella Israeliana. L'ho trovato, francamente un po' lungo e, a tratti, perfino noioso. Però lo consiglierei perché certe tradizioni, talora un po' obsolete, fanno comprendere molte sfaccettature della tradizioni che, non sempre, vengono accettate e abbracciate senza riserve
6 persone l'hanno trovato utile
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il 19 gennaio 2017
«Eccomi.» Così risponde Abramo a Dio quando lo chiama per ordinargli di sacrificare suo figlio Isacco.
Questa parola, che dà il titolo a uno dei più bei romanzi che abbia letto, testimonia la totale disponibilità di chi la pronuncia nei confronti di chi reclama la sua presenza. Non è un 'Dimmi' o un 'Cosa vuoi?' che dichiarano apertura ma non resa; è il regalarsi a chi ci chiama, rimettersi alla sua volontà, dirgli che lui, per te, viene prima di tutto, che chieda ciò che vuole e gli verrà dato.
Esiste davvero qualcuno o qualcosa a cui siamo disposti a regalarci totalmente mettendoci in secondo piano? Gli ideali, gli amici, la famiglia, gli amori e persino i figli, saranno mai così importanti da spingerci ad annullarci nel loro nome? E se quel qualcuno o quel qualcosa esiste, è davvero giusto che ci porti a fare un passo indietro, a preferirlo a noi stessi?
Il libro si apre con questi interrogativi che fanno da sottofondo alla storia di una famiglia in crisi, fatta di tradimenti coniugali veri o presunti, di figli che sfuggono al controllo, di ribellione alle tradizione, di incomprensioni che non si riescono più ad arginare, di ambizioni tradite, di sensi di colpa, di tentativi falliti per tenere le cose in piedi e tornare a farle funzionare se mai hanno funzionato.
A far da cornice, un grave terremoto che ha colpito il Medio Oriente minacciando la sopravvivenza politica ed economica del paese e spingendo gli ebrei americani a mettersi in gioco, chiedersi se la loro vera Casa sia quella che si sono costruiti altrove o quella che ha dato loro i natali, se siano disposti a regalarsi a un ideale e se, tradendolo, stiano salvaguardando la propria famiglia o solo se stessi.
È un'opera straordinaria, completa, capace di aprire interrogativi scomodi, di dimostrare che molto spesso una non scelta è di per sé una scelta, forse la più importante, per quanto codarda.
Con un linguaggio impeccabile, che tiene testa a quello di opere che hanno segnato la storia della letteratura che conta, Foer arriva diretto al nocciolo di ogni questione affrontata (davvero molte) e non si tira indietro, spingendo a fare altrettanto, a guardare in faccia al proprio egoismo e imparare a volergli bene, a tutelarlo senza sentirsi troppo in colpa.
I personaggi sono caratterizzati talmente bene da spingere l'autore a scrivere intere conversazioni tra sei persone senza mai indicare chi stia dicendo cosa. Lo si capisce da come si esprime, dalla capacità di fare ironia, dalla freddezza, dal rancore inespresso, da tutto ciò che Foer ha descritto con mano sapiente, con una capacità introspettiva in dote a pochissimi.
Autentico capolavoro, lo consiglio a tutti. È un'ottima scuola di scrittura e, perché no, di vita.
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il 3 luglio 2017
Libro caotico, cacofonico. Pur non essendo ebreo, credo che ognuno si possa veder specchiato nei drammi dei personaggi. Per chi non ė ebreo diventerà più chiaro capire il concetto di appartenenza ad una radice così forte come quella rappresentata dagli israeliti. Ma sopra a tutto c'è il significato di disponibilità oltre al proprio essere che travolge il lettore. È un libro non facile, delle volte sembra confuso come d'altronde lo è il nostro quotidiano, ma coinvolge interamente. L'ho amato mentre l'ho letto e credo che tornerò tante volte a rivedere passi che ho evidenziato.
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il 27 maggio 2017
Il racconto quotidiano delle dinamiche familiari si intreccia con il proprio retroterra culturale. La vita familiare, la fatica e la gioia dell'essere genitori, i rapporti con gli altri parenti, la cultura ebraica, il senso delle proprie responsabilità sono alcune delle problematiche che il romanzo attraversa con profondità e garbo. L'autore gestisce con cura e padronanza di stile la complessità del suono lavoro.
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il 3 agosto 2017
Lento all'inizio, acquista ritmo pagina dopo pagina. Si sentono molti echi della letteratura di autori ebrei del passato. Si notano molti riferimenti e tanti debiti a tutta l'opera di Israel Joshua Singer, da La famiglia Karnowski (Di mishpokhe Karnovski, The Family Carnovsky) a I Fratelli Ashkenazi (Di brider Aškenazy, The Brothers Ashkenazi) e, perfino, Yoshe Kalb (Josche Kalb, The Sinners), e La pecora nera (Fun a velt vis iz nishto mer, Of a World That Is No More). Qualche debito arriva anche da Danny l'eletto (The Chosen) e da Il mio nome è Asher Lev (My Name is Asher Lev) di Chaim Potok. Senza citazione né copia né plagio, ma purtroppo Singer e Potok scrivevano prima di Safran Foer. Nonostante questo, la lettura è molto piacevole.
2 persone l'hanno trovato utile
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il 21 maggio 2017
Jonathan Safran Foer non delude mai. Scrive un libro più bello dell'altro e ogni volta lo trovi più maturo, più profondo. Si tratta di una storia familiare raccontata dal punto di vista di ogni componente e questo mi è piaciuto particolarmente. Non è una lettura molto semplice perché ci sono tanti riferimenti alla cultura americana che non ci appartengono. Assolutamente consigliato
3 persone l'hanno trovato utile
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il 4 giugno 2017
Questo autore non riesco proprio ad apprezzarlo. Non mi è piaciuto " Ogni cosa è illuminata " non mi piace questo.Sicuramente colpa mia, viste le autorevoli segnalazioni positive che il libro ha avuto. Ma io non lo consiglio. Troppo confuso e privo di una linea guida forte.
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il 19 luglio 2017
Ho veramente faticato a finirlo per quasi tutto il libro non si capisce dove si va finire, inconcludente, dialoghi slegati e in sostanza noioso
4 persone l'hanno trovato utile
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