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il 15 novembre 2016
Gli ‘Orfani bianchi’ sono quei ragazzi costretti a vivere in un orfanatrofio non perché realmente orfani, ma perché le loro madri non riescono più in alcun modo a mantenerli e sono così costrette ad espatriare, ad andare a cercare lavoro altrove, con la speranza prima o poi di guadagnare abbastanza per potersi andare a riprendere quei figli e donargli finalmente una vita migliore, sebbene non sempre, ahimè, il sogno si concluda con un lieto fine...
Nasce da qui l’ultimo romanzo di Antonio Manzini, da una drammatica realtà contemporanea che tocca e addolora proprio perché rende visibili le storie di tante donne che pur rappresentando oramai una realtà consolidata in Italia, quella delle badanti straniere (per lo più dell’Est), spesso in verità per noi non sono altro che ‘collaboratrici domestiche’, le cui vite e drammi preferiamo ignorare anziché approfondire, visto che abbiamo già i nostri a cui pensare… Capita così che ci si metta in casa un’estranea affinché si prenda cura degli ultimi istanti di vita di un nostro genitore, mentre noi siamo troppo occupati a fare altro, senza soffermarci a riflettere su che genere di dramma possa celarsi dietro quella persona. È terribile, ma è quello che accade, e Antonio Manzini a mio parere è bravissimo nel risvegliare in questo senso le nostre coscienze assopite.
Ho letto in un’intervista che l’idea del romanzo nell’autore è nata guardando Maria, la donna che stava accompagnando sua nonna verso la morte; Manzini ‘si è chiesto che vita facesse, che prezzo stesse pagando quella donna, ed ha cominciato a parlare con lei’.
Ne è uscito fuori un libro secondo me davvero importante, tragico e commovente, ma soprattutto drammaticamente attuale.
Infine, sullo stile narrativo di Manzini: qui, io sono decisamente di parte, perché da tempo amo la sua scrittura asciutta, avvincente, efficace nel tratteggiare le diverse sfumature dei suoi personaggi… e anche in questo romanzo confermo di averla piacevolmente ritrovata.
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il 26 ottobre 2016
Si tratta di una storia intensa e dura sin dalle prime righe. Lo stile è semplice, diretto e forte.
Pagina dopo pagina il lettore entra completamente nella storia e riesce a provare le sensazioni della protagonista.
Non è un libro facile, ma va letto.
A mio parere Manzini, con questo romanzo ha fatto un ulteriore salto di qualità.
Lo consiglio
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il 11 dicembre 2016
Libro scritto con uno stile volutamente semplice ed efficace. Tanto piana è la scrittura quanto forti sono i concetti che esprime. Solitudine, rabbia, umiliazione, disperazione, speranze disattese. Manzini ci conduce all'epilogo con maestria, senza far pesare la realtà descritta. Per questo, anche per questo, il finale colpisce, fa male. Spero aiuti tutti a vedere e considerare una realtà, quella delle badanti dell'est europeo, con un po' di umanità in più, spingendosi ad uno sforzo di comprensione verso una realtà che spesso ignoriamo. E che pure ci fa tanto comodo. Bravo Manzini.
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il 10 gennaio 2017
Un romanzo che può anche non piacere, ma da leggere assolutamente. La storia di Mirta come esempio di mille altre, qui, vicino a noi che facciamo finta di non vedere, siamo addirittura infastiditi. Storia di badante, donna dell'est europeo, storia di pregiudizio, di povertà, di affetti lontani e sopraffatti dal presente. Un presente che trova un senso solo nel voler vedere ad ogni costo un futuro, futuro che spesso non arriva mai..
Chi di noi può dire di non aver mai avuto un senso di diffidenza verso queste badanti, che ci vivono accanto, prendendosi cura degli anziani fino alla fine. Sono "preziose" ma per noi sono solo uno strumento per risolvere un "problema". Ma cosa pensano di noi, come vivono, a chi pensano nei momenti liberi dal lavoro, quale speranza inseguono? Manzini ci fa entrare nella mente e nello sguardo di Mirta, ci introduce nella sua vita e noi non possiamo fare altro che proseguire nella lettura, catturati da una storia che non è la nostra ma in cui siamo assolutamente presenti. Fino alla fine.
Catturati anche da una scrittura semplice, lineare, perfetta. Ottimo Manzini.
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I PRIMI 500 RECENSORIil 31 ottobre 2016
Vittima e carnefice sono qui interpretate da una badante moldava e un'anziana colpita da ictus; i ruoli, però, sono facilmente intercambiabili, quando si scopre il desiderio di morire ('accelerare la putrefazione del corpo') della malata e gli espedienti cui ricorre l'aspirante infermiera per raggiungere il suo scopo (ottenere il lavoro). Libro durissimo che spegne anche la parvenza di quella speranza che mano a mano diventava più reale, quasi tangibile. Eppure è difficile da abbandonare, la narrazione risulta estremamente coinvolgente e riesce a dare un'anima e una storia ai tanti volti che incrociamo ogni giorno.
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il 21 novembre 2016
Non c'è che dire scrive proprio bene Manzini, dopo aver letto tutti i suoi Rocco Schiavone questo è tutto un altro argomento, ti fa pensare, ti fa parteggiare per questa Mirta, donna moldava badante con un unico sogno ricongiungersi con il figlio amato e lontano. Finale a sorpresa che ti lascia un amaro in bocca e nel mio caso anche una lacrima che scende sul viso.
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il 9 febbraio 2017
E' un dramma quello che viene raccontato, purtroppo conosciuto. Manzini scrive bene. L'argomento toglie il fiato e forse l'autore ha voluto mettere in questa storia tutti le sofferenze che molti immigrati vivono. Tutte a lei poveretta! Comunque è un libro che dobbiamo leggere assolutamente apre la mente e il cuore a certi problemi
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il 19 febbraio 2017
Questo romanzo dovrebbe essere letto da tutti coloro che usufruiscono del lavoro di cura per i loro familiari delle donne straniere, giudicandole male per pregiudizio: Si capirebbe, forse, quanto costa guadagnarsi un salario stando lontano dai propri cari. La protagonista, giovane, bella e profondamente umana, è una moldava che lavora a Roma, provvedendo al figlio(di cui non compare il padre) e alla propria madre, che vivono nel suo paese di origine. Dopo la morte di sua madre, la giovane si troverà costretta a mettere in collegio il figlio, il ragazzo si uccide.
Lei, che aveva appena avuto la prospettiva di costruirsi una vita decente e poter chiamare a sé il proprio ragazzo, anche avrà una reazione tragica,[
non reggendo al dolore. La prosa è scorrevole e coerente con la storia narrata.Orfani bianchi
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il 20 febbraio 2017
Ho dato tre stelle per simpatia . Mi piace come scrive Manzini ,ma non credo che questo sia un libro eccelso . Ovviamente qui non c'è Schiavone ,non é un giallo e questo non sarebbe un problema ,quello che manca é la profondità e il finale sembra un po' forzato .
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il 1 dicembre 2016
La storia, raccontata con ottimo periodare, è credibile e questo, per i romanzi che leggo, è un pregio non da poco. Delineati bene i personaggi, soprattutto coloro che assumono le badanti ed i fatti ti fanno riflettere e pensare a questa società che ha forse perso, se mai la ha avuta, la capacità di capire ed aiutare gli ultimi. Manzini dimostra di essere in grado di andare oltre Schiavone e di metterci in condizione di fare un esame di coscienza.
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