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il 31 ottobre 2016
Vittima e carnefice sono qui interpretate da una badante moldava e un'anziana colpita da ictus; i ruoli, però, sono facilmente intercambiabili, quando si scopre il desiderio di morire ('accelerare la putrefazione del corpo') della malata e gli espedienti cui ricorre l'aspirante infermiera per raggiungere il suo scopo (ottenere il lavoro). Libro durissimo che spegne anche la parvenza di quella speranza che mano a mano diventava più reale, quasi tangibile. Eppure è difficile da abbandonare, la narrazione risulta estremamente coinvolgente e riesce a dare un'anima e una storia ai tanti volti che incrociamo ogni giorno.
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il 12 agosto 2017
"Perché non mi scrivi Ilie?" L'incipit del libro ci introduce in quella dimensione non del tutto evidente nella trama, quella della difficoltá nel comunicare che rappresenta secondo me il tema centrale del romanzo. D'accordo, l'autore affronta importanti temi sociali del nostro tempo con delicatezza avvincente: l'emigrazione, la cura degli anziani, l'inserimento degli immigrati, la maternitá, il lavoro, la disperazione. Ma su tutto domina lincapacitá degli esseri umani del nostro tempo di comunicare tra loro, di dialogare in modo efficace, perché solo la Parola, infine, salva. Una Parola che Mirta non ha trovato. Nonostante gli sforzi con gli svariati mezzi a disposizione, internet con le mail, un telefonino, i pacchi pieni di doni spediti con un furgone, la protagonista chiede invano alle persone che ama un cenno, una risposta...e costoro non sono in grado di offrirgliela. Non la madre, malata ma ormai assente a se stessa, non il figlio muto dall'inizio alla fine perché prigioniero di un abbandono per lui incomprensibile, non la vecchia Eleonora, verso la quale Mirta sublima il suo sacrificio, ma incapace di esprimersi, dura ed enigmatica con quei suoi occhi azzurri sbarrati, tanto da scavarle l'anima in un dialogo immaginario fatto di disperazione e di morte...Le risposte in questo silenzio devastante da parte delle persone che ama Mirta é costretta a riceverle solo da terzi, padre Boris, un sacerdote vicino ai suoi cari ma distante nei bisogni, la sua grande amica Nina, convinta che basta "sistemarsi" anche senza amore, la direttrice dell'intranat, dove é costretta a lasciare suo figlio, incapace di interagire con gli affetti più profondi, Pavel suo caro amico, innamorato di un sogno. Costoro sono intermediari di emozioni e sentimenti, ma in definitiva non bastano a Mirta perché non possono sostituirsi in quel dialogo vitale basato sulla Parola di cui lei ha bisogno, la Parola che nella disperazione porta la speranza, nel dolore il conforto, nella solitudine la condivisione. A Mirta la vita riserva il silenzio, che é l'anticamera del nulla, è messaggero di morte. Eppure sarebbe stata sufficiente una risposta semplice, a quella madre che chiedeva al figlio di elencare tre desideri, tre cose da portare nella nuova casa, e di fronte al silenzio del figlio costretta invece a rispondersi da sola, una risposta per salvare quelle vite. Invece silenzio. Sarebbe stato sufficiente che l'amico Pavel avesse parlato con franchezza a Mirta e le avesse detto di aver visto il figlio Ilie disperato e in lacrime in quell'orfanotrofio, e quelle parole forse avrebbero salvato quelle vite. Invece Pavel sceglie un'altra strada, sceglie il silenzio. Il silenzio, anticamera del nulla, messaggero di morte. Dal romanzo allora emerge un monito per l'uomo moderno che si muove nell'epoca della globalizzazione, che ha le mail, internet, un telefonino mezzi di trasporto veloci, ma non sa più comunicare, non sa relazionarsi negli affetti piû profondi e non riesce a far comprendere fino in fondo alle persone che ama proprio quell'amore immenso che giustifica il sacrificio, l'annientamento di sè. Abbiamo bisogno della Parola. La storia della creazione e della salvezza passano per la Parola: con la Parola Dio ha creato il mondo, con la Parola lo ha salvato. Avere tempo e coraggio per una risposta a chi ci pone domande e si interessa di noi al di lá dei mezzi a disposizione, é l'unica strada per superare la disperazione, e ridare vita alla speranza, per recuperare quella libertà e quella dignitá, costrette, nel silenzio, inesorabilmente a dissolversi e a precipitare nel nulla.
Complimenti a Manzini, davvero un bel libro.
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il 18 febbraio 2018
una fotografia puntuale di una triste realtà: quella delle nostre badanti. Donne costrette ad un lavoro a volte degradante per poter fare sopravvivere figli e genitori lontani. Donne che necessariamente si debbono sostituire ad uomini incapaci di trovare la forza di occuparsi dei propri cari. Donne che pagano cara la lontananza per poter pagare i conti dei lontani. Molto triste e molto illuminante.
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il 2 gennaio 2018
Gli orfani bianchi sono quei bambini lasciati in istituto dai genitori che, non riuscendo a mantenerli, sono migrati in Italia nella speranza di un lavoro sicuro che permetta loro di guadagnare il denaro per potersi definitivamente riunire a loro.
Questo libro è un pugno allo stomaco: parla di degrado, intolleranza, pregiudizio e povertà.
Parla di amore, di morte e di solitudine.
Lo stile è avvincente e si legge volentieri.
Una stella in meno per il finale. Eccessivo
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il 5 maggio 2017
Manzini mi piace molto e anche questa volta non mi ha deluso.
La storia di questa donna che spera di poter offrire un futuro migliore al figlio rimasto in Moldavia, è la storia di tante donne, e uomini, che lasciano tutto quel poco che hanno per venire a fare lavori faticosi, mal pagati e disprezzati in Italia o comunque in un paese "civile", dove sognano un "benessere" che a loro è comunque precluso.
Sembra quasi che per loro il lieto fine sia in ogni caso irraggiungibile.
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il 2 maggio 2017
L'autore ha saputo trattare con ironia ma anche delicatezza una tematica che è sotto gli occhi di tutti ma che spesso banalizziamo o ridicolizziamo con i luoghi comuni, i sentito dire, le cronache riportate. La figura della badante straniera, invece, ha un retroscena che dovrebbe farci riflettere. Ottimo libro da leggere.
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il 27 novembre 2016
Sì, la vita può essere così dura, e forse anche di più. ma la vita vera mescola meglio -rispetto al romanzo- il bene e il male, mentre qui tutto il bene è da una parte , tutto il male dall'altra. E per i 'buoni' non c'è requie ( vedi l'episodio -terribile contrappasso- del telefonino dimenticato). Manzini è uno scrittore ben capace di muoversi dentro il groviglio 'bene - male' delle vicende e del cuore umani (penso all'insuperato Schiavone di 7-7-07): evidentemente ha proprio voluto lui descrivere così (in modo 'manicheo') questa storia di vita: spietata, senza speranza, senza pietà. Si legge d'un fiato e si sta molto male.
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il 27 novembre 2017
Mi è sembrato il miglior Manzini. La storia molto drammatica, anzi tragica anche se purtroppo realistica, è raccontata senza l'amara ironia del Vicequestore Schiavone, ma la narrazione molto "fluida" riesce a coinvolgere.
Non riesco a valutare con 5 stelle, per l'amaro finale: mi permetto di citare un'altro romanzo sullo stesso tema ma con diversa e più leggera storia : La badante ( Autore: Paolo Teobaldi ).
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il 19 maggio 2017
questo libro mi è piaciuto molto: senza mai scadere in toni melodrammatici, tocca il tema delle badanti straniere e del loro , spesso doloroso, vissuto;. Anche se la relatà non è sempre quella che il libro racconta, guardare la loro vita dalla "loro" parte tocca tasti profondi e fa riflettere sul loro ingrato e poco riconosciuto lavoro. Lo consiglio sopratutto a chi vive l'esperienza di genitori anziani da affidare alla cura di queste persone
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il 2 settembre 2017
Il nostro benessere e la nostra sprezzante indifferenza visti da chi è qui per bisogno e si trova giudicata, sola, maltrattata, ma resiste stoicamente solo per amore. Ma quale è la cosa giusta da fare per amore? Ogni italiano che ha a che fare con una persona che aiuta in famiglia dovrebbe leggerlo, per vedere se stesso negli occhi dell altro.
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