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Recensione cliente

il 1 ottobre 2013
Mi è stato suggerito e ho subito acquistato con piacere un digito-scritto su tale Rey, colonnello dei Carabinieri, che dal titolo risulterebbe essersi ritrovato da qualche parte vicino alla Capitale dopo una, per fortuna, breve, ma strana, assenza. Dopo averlo printato, perché questa è la nuova frontiera dei libri (se t'interessa la carta ce la metti tu, oppure ti compri l'apposito apparecchietto), me lo porto a letto, così sarò colto nel sonno.
Era venerdì notte ed ho smesso di leggerlo il sabato successivo: ma non tre sabati dopo, come nel romanzo, ma dopo ore che non riuscivo a staccarmi, o a prender sonno. Adesso non ricordo.
Questo del sonno mancato è uno degli altri argomenti che invocherò per non dover rispondere di quello che sto scrivendo. D'altronde anche gli autori di romanzi invocano sempre qualche scusa per non dover rispondere di quello che hanno scritto, tipo: fatti e personaggi sono "assolutamente casuali".
In questo caso, caro il mio autore, l'attenuante non vale, perché la vicenda non è stata scritta con una banale penna, ma con una micidiale microcamera alla quale non sfugge nulla della realtà che si dipana sotto i nostri occhi. Qui di "inventato" non c'è proprio nulla.
Questo è anche uno dei motivi per i quali la lettura non può essere interrotta: perché la realtà non si ferma, non ci aspetta e, comunque, non se ne può uscire fuori.
Peggio per chi comincia a leggere.
Si tratta di un'opera nata e scritta nel, e per il, ventunesimo secolo: chi non è "informaticizzato" (se l'ambasciatore Rebecchi di Pietralata mi passa il neologismo), e non è in possesso di laurea in arte, in storia (recente) e di un solido diploma di maturità classica, lasci perdere o si legga un blade runner qualsiasi.
Questa infatti non è un'opera qualsiasi e può vantare anche un'altra fondamentale differenza con le cose che vengono scritte oggi (anzi – purtroppo – da parecchi lustri): qui c'è anzitutto il dovuto rispetto della lingua italiana – salvo gli aggiornatissimi anglo-americanismi dell'informatica 2.0 – della sua grammatica, della sua sintassi e della sua ricchezza lessicale ed espressiva, frammista ad una bella dose di ( perfida ) ironia.
Stranamente l'acribia con la quale la (perfida) microcamera si sofferma su certi particolari – che possono senz'altro essere ritenuti ridondanti o superflui, ivi compresi quei mirabolanti effetti cinematografici di subliminal adversiting – non solo non infastidisce, ma, anzi, rende ancora più emozionante la nostra presenza negli eventi che implacabilmente vanno avanti.
L'autore arriva a premettere l'elenco di quelli che lui chiama "personaggi" e che invece sono le persone nella vita delle quali ci siamo ritrovati involontariamente in mezzo. Ma non per maleducazione, ma per pura casualità: questa sì "assolutamente casuale".
Alla fine un provvido glossario ci offre un validissimo ausilio che ci tornerà utile nella vita per districarci anche in eventuali ulteriori avventure che ci dovessero vedere coinvolti con strane barbe finte che fanno strane cose dentro strani Palazzi romani abbarbicati su strani colli romani.
A proposito: nella seconda edizione l'autore cerchi di farci capire quale sarebbe il colle, fra i tanti di Roma, dove ci ritroviamo spesso con alcune strane persone e con un nuovo presidente.
Forse mi è sfuggita qualcosa proprio verso la fine: ma che cos'è una "Sportster", credo "883", che fa cento chilometri con un pieno? Con quello che costa il carburante suggerirei – sempre per la seconda edizione del romanzo, o, se continua la crisi, anche per la terza – di sostituirla, insieme all'Alfa 156 del medesimo colonnello, con qualcosa che succhia meno benzina e, magari, sputa meno CO2.
Non occorre essere informatici per seguire la storia, ma gli hacker di lungo corso, e anche gli smanettoni semplici, trovano pane per i loro denti.
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